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Rapsodicoviaggio: in Africa con Isabella Sandri

di Leonardo De Franceschi

La rassegna del Cinema Trevi-Cineteca Nazionale che riprende il filo, anzi la sottile linea rosa, del discorso avviato lo scorso anno sul cinema delle donne, ha esordito il 1° marzo con una serata-omaggio a Isabella Sandri. Ad essere presentati, oltre al lungometraggio Animali che attraversano la strada (2000), illuminato - vale la pena ricordarlo - dal talentoso Tarek Ben Abdallah, anche due pregevoli documentari africani realizzati dalla Sandri rispettivamente in Rwanda e in Mali.

Il primo, Gli spiriti delle mille colline (1997) girato a soli tre anni dal devastante genocidio che ha lasciato sul terreno poco meno di un milione di morti, è l’attonito diario di un viaggio nell’orrore assoluto, compiuto con l’intento di raccogliere davanti allo sguardo della cinepresa i segni di una vita che, comunque, riprende. Riprende soprattutto grazie alla forza e alla pazienza infinita delle donne, le profughe hutu sopravvissute alle incursioni delle truppe di Kabila nell’ex-Zaire e le muratrici tutsi di Kigali, che dopo la guerra hanno preso in mano le sorti della famiglia, imparando l’arte della costruzione.

Guhunga, umutwaro, imfubyi: attraverso i loro racconti, scanditi per parole chiave da cartelli in lingua Kinyarwanda, sfila il composito resoconto di un’esperienza indicibile, e che da cui pure cercano di liberarsi proprio parlandone, così da «pulirsi il cuore», come dice una di loro. Tra le testimonianze più strazianti, quella della giovane donna tutsi che, appena rimesso piede in Rwanda insieme alla folla dei profughi di ritorno dalla fuga oltre confine, si imbatte nell’uomo, un vicino di casa, che le ha sterminato la famiglia, e lo saluta, perché la vita deve andare avanti: ci penserà qualcun’altro, a denunciarlo e a giudicarlo, l’indomani.

Ferita dall’ammorbante presenza della morte, la Sandri non risparmia nulla a se stessa né allo spettatore occidentale, nello sforzo di restituire almeno sul piano testmoniale qualche elemento utile a far luce in questo buco nero della storia recente. In questo senso, l’attenzione alla viva parola delle sopravvissute è più forte di ogni istanza di ricostruzione e analisi dell’accaduto. Come unica fragile barriera di protezione fra sé/noi e l’orrore, frappone una sovrastruttura ritmico-formale rapsodica, che procede attraverso una dialettica di crescendo drammatici e improvvise digressioni: vere e proprie accensioni dello sguardo, panoramiche e camera-car di taglio strutturalista, accompagnate dalla musica ipnotica degli Epsilon Indi.

Un non dissimile approccio di scrittura ritroviamo nel più recente La zattera di sabbia (2003), girato fra i tuareg nel nord del Mali. Anche in questo caso, il modello è quello del film di viaggio, di un detour che segue le pieghe del territorio, si ferma ad ascoltare le voci degli ultimi testimoni di una cultura nomade in via di sparizione, e riparte verso una misteriosa duna rosa, sulle rive del fiume Niger, che secondo la leggenda ogni notte gli spiriti ricostruiscono. Ma lo sguardo è più limpido e fermo, la grana dell’attenzione ancora più sottile, il diaframma si apre ad accogliere le numerose sfumature di un discorso talvolta resistente, talvolta nostalgico, ma inevitabilmente proiettato verso la modernità.

Un surplus di curiosità accarezza di nuovo le donne, che anche qui spesso puntellano il gruppo sociale, sintetizzando il senso di un’esistenza che cambia di segno, se vissuta sotto la casa di terra, in città, o nella casa di pelle, sotto le tende intessute con preziosa perizia. Il confronto tra la vita nomadica, secondo i ritmi della natura, in accordo con le regole della transumanza delle greggi, e la più protetta, ma pigra, esperienza dello spazio semiurbano si arricchisce di piccoli dettagli rivelatori. La voce degli uomini invece, una volta vinta la ritrosia tradizionale, si accende soprattutto nel racconto della guerra che ha opposto per anni i nomadi del nord, bianchi, arabofoni e sostenuti dalla Libia di Gheddafi, ai cittadini del sud, neri, bambarà e attestati ai posti chiave del potere economico e politico.

Donne ed uomini sono uniti in una più sottile, sotterranea guerra, contro quella che è la loro memoria culturale, impegnati nella sfida difficile di costruire un orizzonte di futuro sostenibile all’interno dello spazio urbano. Le ricorrenti ondate di siccità che fra il 1973 e il 1984 hanno sterminato le greggi, e l’impietosa avanzata della desertificazione impongono di guardare avanti. Di imparare a vivere sotto un tetto di pietra, anche se sembra di stare in prigione. Di imparare a desiderare un’automobile, piuttosto che un asino.

Cast & Credits

Gli spiriti delle mille colline - Racconti da due genocidi
Regia, soggetto e fotografia: Isabella Sandri; montaggio: Erika Manoni; musiche: Epsilon Indi; voce del narratore: Diego Ribon; origine: Italia, 1997; formato: Betacam; durata: 39’; produzione: Gaundri Film, Edilight, in coproduzione con Palomar; distribuzione: Gaundri Film

La zattera di sabbia
Regia, soggetto e fotografia: Isabella Sandri; montaggio: Isabella Sandri, Rosella Mocci; musiche: Epsilon Indi; origine: Italia, 2003; formato: Betacam; durata: 66’; produzione e distribuzione: Gaundri Film


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