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La 20. edizione del Fespaco

di Sarah Mersch

"Dare visibilità alla nostra realtà"

Proseguendo una lunga tradizione, quest’anno il Fespaco – tra i più antichi festival cinematografici panafricani al mondo – ha celebrato il suo ventesimo compleanno e, come accade ogni due anni, per una settimana (24 febbraio – 3 marzo 2007) la capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, è diventata anche la capitale del cinema africano.

La scelta, come motto di questa edizione, del tema “Cinema africano e diversità culturale” ha influenzato non solo le varie discussioni affrontate nei colloqui e nelle tavole rotonde del festival, ma anche la selezione dei film in cartellone. I titoli in concorso, ad esempio, hanno coperto un’ampia varietà di temi e di stili, andando dai film popolari e di genere come la produzione televisiva marocchina La Vague blanche di Mohamed Ali El Mejboud o Code Phoenix del burkinabè Boubacar Diallo, fino ai più poetici film d’autore del calibro di Daratt del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun. Anche se, come ha dichiarato il regista mauritano Abderrahmane Sissako durante una tavola rotonda su “Cinema d’autore e cinema popolare”, i cosiddetti film d’autore possono essere anch’essi popolari, e lo dimostra il successo che il suo ultimo film, Bamako (selezionato al Fespaco nella sezione Panorama), ha riscontrato nella capitale del Mali, fino a diventare un vero e proprio campione di incassi al botteghino. Insomma, come ha sottolineato Sissako, «l’importante è che un film dia una certa visibilità alla nostra realtà, rendendola comprensibile e accessibile».

Ma qual è questa realtà che i registi africani cercano di captare? A giudicare dai film proiettati al festival, si tratta di un mondo violento, un universo infestato da guerre civili e pieno di contraddizioni, un mondo in cui i giovani si sentono persi tra le tradizioni dei genitori e una “modernità” di stile occidentale.

Proprio quest’ultima è alla radice del conflitto che Kesso e Bibi, una coppia di giovani non sposati, si trovano ad affrontare nel film Il va pleuvoir sur Conakry del guineano Cheikh Fantamady Camara. Kesso, una giovane informatica che partecipa al concorso di bellezza “Miss Guinea”, rimane incinta del fidanzato Bibi, un disegnatore di fumetti che lavora al giornale locale. La notizia non sarebbe grave, se Bibi non fosse il figlio dell’imam. Bibi riesce a far accettare a suo padre la sua decisione di non diventare un imam e di andare a vivere con Kesso, ma il padre insiste perché il bambino nasca nel loro villaggio natale. Per compiacere la famiglia, la giovane coppia accetta questa proposta. Una decisione che sarà fatale. Pur cadendo a tratti in uno stile da soap televisiva, il film risulta alquanto coraggioso nell’affrontare in modo diretto temi come la sessualità e la nudità, e soprattutto nel dipingere con serio approfondimento e con un certo sarcasmo, nonostante il grande impatto emotivo delle scene volontariamente melodrammatiche, le abitudini religiose e tradizionali della generazione dei genitori, anche grazie alle caricature di Bibi.

Perlopiù giovani e colte, le donne protagoniste dei film in cartellone soffrono a causa di questo conflitto tra le tradizioni della vecchia generazione e le proprie aspirazioni e speranze, mentre i loro coetanei uomini sono alla prese con la sopravvivenza quotidiana.
Djanta – l’eroina dell’omonimo film del burkinabè Ouédraogo Tahirou Tasséré – è una studentessa universitaria che si impegna nella lotta per i diritti delle donne, mentre Noura – protagonista del cortometraggio francese L’Eté de Noura di Pascal Tessaud – è una delle tante liceali marocchine che vuole andare all’università, invece di essere costretta a sposarsi durante le vacanze estive. Mentre basati principalmente sulla religione islamica sono i pregiudizi che le giocatrici di calcio della squadra Women Fighters devono affrontare: Zanzibar Soccer Queens della regista camerunese Florence Ayissi ci offre un bel ritratto della più grande squadra di calcio femminile del Camerun, mostrandoci i conflitti sociali che le giovani calciatrici devono sormontare a causa del loro amore per questo sport.
Al contrario, per i giovani protagonisti maschili sembrano contare di più le piccole cose, come accade nei due cortometraggi più interessanti del festival a proposito della condizione giovanile in Africa: A la recherche de son eau di Serge Armmel Sawadogo è il ritratto di un ragazzo venditore ambulante di acqua, che cerca disperatamente di sbarcare il lunario e di aiutare il padre che lo aspetta al loro piccolo villaggio; Mieux vaut mal vivre que mourir di Justine Bitagoye e Gaudiose Nininahazwe è un documentario di grande potenza espressiva e di grande ritmo che mostra la vita quotidiana di un ragazzo che sopravvive riciclando materiali nella discarica cittadina.

Oltre ai problemi quotidiani dei giovani africani, un altro tema importante affrontato dai film presentati al festival è stato sicuramente quello delle guerre civili e della condizione dei rifugiati e degli esuli. L’esempio più forte è senz’altro quello del film vincitore della 20. edizione del Fespaco, Ezra, del nigeriano Newton Aduaka, che ha affrontato la condizione dei bambini soldato in Sierra Leone. Accanto a lui, diversi altri autori di lungometraggi, cortometraggi e documentari hanno deciso di affrontare simili tematiche, riguardanti le condizioni di vita durante e dopo le guerre civili. Ad esempio, Barakat! – esordio nella finzione della documentarista algerina Djamila Sahraoui – e Daratt di Mahamat Saleh Haroun: entrambi in concorso. Ma anche Droit de mémoire (diretto a quattro mani da Kollo Daniel Sanou e Pierre Rouamba) e il commovente La Couleur du sacrifice del regista marocchino Mourad Boucif: due film che hanno contribuito a portare alla luce il destino dei reduci africani dell’esercito coloniale francese, che hanno rischiato la propria vita per la Francia e poi sono stati a lungo dimenticati dalla ex colonia. Infine, Homeland, il debutto nel documentario di Jacqueline Kalimunda: un viaggio verso il proprio paese natale, il Ruanda, per ricostruire la storia della propria famiglia. Un viaggio alle origini del proprio trauma – il trauma del genocidio – attraverso interviste ai superstiti, di diverse generazioni e di differente estrazione sociale. Alternati alle interviste, lunghe e silenziose riprese del paesaggio, un paesaggio bello e “vuoto”: a prima vista tranquillo e pacifico, il paesaggio si trasforma – proprio grazie al vuoto delle inquadrature e alla consapevolezza di ciò che è accaduto in quegli spazi – in un’immagine crudele e di grande impatto che inscrive nella memoria la tragica storia ruandese.

Più di diecimila rifugiati provenienti dall’Africa Centrale si sono riversati, in cerca di aiuto, nel campo di Amboco, al sud del Ciad. Mentre le organizzazioni internazionali – a loro dire – fanno del proprio meglio per aiutarli, i rifugiati intervistati dal burkinabè Pierre Yameogo nel documentario Réfugiés, mais humains al contrario criticano fortemente le condizioni in cui si trovano a vivere: scarsità di cibo, problemi di trasporto e di alloggio sono solo alcuni dei tanti problemi che il regista sottolinea nel suo sobrio documentario, che riesce a mostrare il punto di vista di chi veramente vive nei campi profughi e che solo raramente viene ascoltato.

Trovarsi a vivere la condizione di rifugiato in un altro paese per un periodo limitato di tempo è un conto, ma vivere permanentemente in esilio è ancora tutta un’altra storia: un tema affrontato non solo nella sezione del Fespaco dedicata, appunto, alle produzioni della diaspora africana nel mondo, ma anche da alcuni film in concorso o nelle sezioni principali. Ad esempio, Juju Factory di Balufu Bakupa Kanyinda (in concorso) è stato uno dei film che ha affrontato in maniera più intensa e più originale l’argomento, mettendo in scena la storia di uno scrittore congolese a Bruxelles. Mentre alcuni film, come Teranga Blues del senegalese Moussa Sene Absa e Faro, la reine des eaux (film di apertura del festival, realizzato dal maliano Salif Traoré) si sono concentrati piuttosto sul tema del gap esistenziale tra la popolazione locale e chi, invece, è tornato in Africa dopo un’esperienza di vita in Europa: ritorna così, ancora una volta, il tema del conflitto fra modi di vita “tradizionali” e “moderni”.

A proposito di diaspora, Viande de ta mère del franco-burkinabè Laurent Sénéchal, concentrandosi sulla vita di una ragazza madre e la sua figlia adolescente, di circa 15 anni, nei sobborghi di una città francese, in realtà affronta il tema della crescita e della difficoltà del passaggio all’età adulta piuttosto che i problemi legati alle dinamiche della migrazione. Al contrario, il regista inglese Ngozi Onwurah nel suo lungometraggio Shoot the Messenger ha affrontato esplicitamente la questione dell’appartenenza razziale e culturale e del colore della pelle. «Tutto quello che mi è successo, mi è successo perché sono nero» - dice il protagonista del film, un giovane insegnante. Cosa imparare da questa lezione? «Fuck black people»: come scrive sui muri della scuola, dopo essere stato licenziato. Ma questo è solo l’inizio di un lungo e difficile viaggio, attraverso il quale il protagonista cerca di riconciliarsi con se stesso e di costruirsi una propria identità. Onwurah dirige un film veramente non convenzionale, un film che mescola momenti di tragedia e di esilarante comicità, facendoci scoprire ogni possibile stereotipo che possiamo aver incontrato sulla nostra strada, ma senza mai indugiare nella facile commedia e nelle battute preconfezionate.

Riflettendo a posteriori sulla 20. edizione del Fespaco e sul suo motto, possiamo ben dire che il cinema africano non deve certo temere una mancanza di diversità: molti sono gli stili e gli argomenti affrontati nei film in cartellone – una eterogeneità che si riflette purtroppo anche sul piano della qualità – a sottolineare la mancanza di una tendenza dominante. Una situazione cinematografica che forse rispecchia proprio la condizione di precarietà vissuta dai giovani e dai migranti, al centro di così tanti film del festival.

(Traduzione dall’inglese di Maria Coletti)

Gli altri articoli sul 20. Fespaco:

Fespaco 2007: I film in concorso di Sarah Mersch

Daratt di Mahamat-Saleh Haroun
Faro, la reine des eaux di Salif Traoré
Making Off di Nouri Bouzid

Dietro le quinte di "Making off". Conversazione con Nouri Bouzid di Maria Coletti e Leonardo De Franceschi
L’immagine-tempo: Un’utopia post-africana. Conversazione con Mahamat-Saleh Haroun di Maria Coletti e Leonardo De Franceschi

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