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Fespaco 2007: i film in concorso

di Sarah Mersch

“Come esprimere il disagio del mondo”

Forse la decisione da parte della giuria ufficiale del Fespaco di attribuire il Gran Premio (Etalon d’Or de Yennenga) a Ezra del nigeriano Newton Aduaka è stata una scelta ovvia – tuttavia si tratta di una scelta giustificata. La storia del bambino soldato della Sierra Leone si è sicuramente distinta tra quelle degli altri film in concorso, non solo sul piano della qualità cinematografica ma anche nell’urgenza di affrontare il tema della memoria e del ricordo, della colpa e del perdono, facendoci per molti versi pensare al famoso romanzo di Ahmadou Kourouma, Allah n’est pas obligé (traduzione italiana, Allah non è mica obbligato, edizioni E/O).

Estate 1992: Ezra, un ragazzino di circa dieci anni, corre a scuola, temendo di arrivare in ritardo. Il maestro ha già iniziato la lezione, un’alunna guarda fuori dalla finestra dell’aula, mentre un gruppo di soldati irrompe nel cortile della scuola. Colpi di pistola, urla, una musica martellante e una macchina da presa molto mobile ci immergono subito nell’atmosfera della storia. Ezra è stato rapito. Sette anni dopo questo traumatico evento, Ezra deve testimoniare di fronte alla Commissione Nazionale per la Verità e la Riconciliazione e gli viene chiesto di ammettere le azioni violente che, colpito da amnesia, non ricorda di aver mai commesso. Al contrario di alcuni dei suoi giovani commilitoni, lui non si è arruolato volontariamente, ma ora deve comunque rispondere dei crimini di cui sono accusati. Quando sua sorella, che è sordomuta, lo accusa di aver ucciso i genitori, Ezra cerca violentemente, disperatamente di ricordare. In numerosi flashback, Ezra – e con lui lo spettatore – si confronta con la sua vita precedente, con quei sette anni trascorsi nel nulla, cercando di riallacciare fra loro i pochi ricordi che i traumi di guerra gli hanno lasciato.

Un linguaggio violento, un film violento, eppure il regista non fa assolutamente uso di immagini cruente per creare effetti spettacolari: la violenza e la tensione nascono piuttosto dalla figura complessa di Ezra, dai traumi che cerca di ricollegare agli eventi che lo hanno segnato negli ultimi anni della sua vita. Cosa ricorda, come lo ricorda e come può continuare a vivere dopo tutto quello che ha passato? Sono queste le domande essenziali che il regista ci pone – anche se né Ezra né il film ci offrono le risposte. Ma forse queste domande non hanno bisogno di risposte. L’essenziale non è trovare una soluzione, ma l’atto stesso di interrogarsi.

Anche Daratt di Mahamat-Saleh Haroun – vincitore dell’Etalon de Bronze – affronta un argomento simile, quello della guerra civile, della violenza e del perdono, ma in una maniera completamente diversa. Il film narra la storia del quindicenne Atim, che si mette in viaggio per vendicare l’assassinio del padre: quando incontra il vecchio che ne è l’artefice, però, si crea con lui una strana relazione. Raccontato con immagini chiare e precise, e attraverso una narrazione classica, Haroun costruisce un film umanistico, in cui il giovane eroe sceglie il perdono e la pace.

Mentre questi due film guardano al passato, il vincitore dell’Etalon d’Argent – Les Saignantes del camerunese Jean-Pierre Bekolo – guarda al futuro ed è ambientato nel 2025: ma riesce nonostante tutto a cogliere lo spirito del presente, altrettanto bene di Ezra e Daratt. Due belle ragazze, Majolie e Chouchou, devono sbarazzarsi del cadavere di un alto funzionario di stato, morto accidentalmente mentre era “al lavoro” con Majolie. Les Saignantes è un film giovane, hip hop, coraggioso, sexy, ritmato e a volte bizzarro – ma non rimane affatto sulla superficie, come si potrebbe pensare a prima vista. Les Saignantes è molto di più di un semplice film-videoclip su due prostitute di lusso: è un film sul futuro, che si domanda – in maniera assolutamente non didascalica – quale futuro sia possibile per i giovani del Camerun e, insieme, cerca di stabilire nuovi modi di espressione cinematografica. “Come fare un film sull’amore dove l’amore è impossibile?”, “Come fare un thriller poliziesco in un paese in cui non si può condurre un’indagine?”, “Come fare un film utopico in un paese senza futuro?”. Queste sono alcune delle domande che il film pone allo spettatore, attraverso cartelli e scritte che interrompono in maniera straniante il flusso del racconto. Come vivere in un paese in cui sognare sembra essere divenuto impossibile e in cui i politici sono corrotti, non solo moralmente? “Nel 2025 non c’era posto per la disperazione”, come annuncia il film. Ma cosa potrebbe diventare realmente la speranza, tra una ventina d’anni? A questa domanda non deve rispondere il film, ma lo spettatore, interpellato da un’ultima domanda, alla fine: “Come guardare un film come questo e non fare qualcosa, dopo?”.

Un film ingiustamente dimenticato dalla cerimonia di premiazione è invece Juju Factory del congolese Balufu Bakupa-Kayinda. Uno scrittore dal nome rivelatore di Kongo Congo (interpretato dall’eccellente Dieudonné Kabongo Bashila) vive nel quartiere africano di Bruxelles, Matonge, ed è alle prese con la scrittura di un libro sulla comunità congolese in Belgio. Mentre il suo editore, Joseph Desiré, vorrebbe una sorta di guida turistica alla scoperta di una cultura “esotica”, Congo ha in mente un’analisi in profondità, che si confronti con la storia del suo paese e con la vita quotidiana della comunità. Realtà e finzione, passato e presente finiscono per intrecciarsi incessantemente nella mente di Congo, ossessionato dal fantasma di Patrice Lumumba, che vede girovagare di notte per le strade di Bruxelles, e indeciso se scrivere Matonge Village, il libro che vorrebbe il suo editore e che lo farebbe guadagnare, oppure il libro intimo e personale che ha in mente, Juju Factory, appunto. Attraverso i due opposti personaggi di Congo e Desiré, Balufu ci presenta due opposte visioni del mondo, due modi differenti di intendere la creazione artistica, due sguardi diversi sull’esilio, ma anche il modo in cui i sogni e le passioni finiscono per scontrarsi con la realtà quotidiana. Il tema del “Juju”, un talismano che protegge dal male ed è impersonato da Kongo Congo, si scontra con il personaggio di Joseph Desiré, incarnazione del male, del potere e del pensiero economico. Raccontato con uno stile lirico e soggettivo, Juju Factory traccia un ritratto personale di una generazione in esilio, divisa da opposte visioni del proprio mondo e di come rappresentarlo, ovvero di come rappresentare se stessi.

Un film che, invece, capovolge gli abituali rapporti di potere tra Nord e Sud del mondo è l’opera prima del regista Sylvestre Amoussou, del Benin: Africa Paradis, in cui, in un futuro non ben specificato, una coppia di giovani europei emigra per necessità nel tanto agognato paese degli Stati Uniti d’Africa e, non avendo ottenuto il visto di soggiorno, decide di restare clandestinamente. Questo film può essere considerato come esemplare di un certo numero di film in concorso, caratterizzati da un approccio “popolare”. Titoli come Code Phoenix di Boubacar Diallo, Tartina City di Issa Serge Coelo, Teranga Blues di Moussa Sene Absa – e in misura minore La Vague blanche di Mohamed Ali Al Mejboud: film che affrontano temi importanti come l’emigrazione clandestina o l’arbitrarietà politica in maniera molto diretta ed in cui il contenuto finisce per avere la meglio sull’espressione artistica.

Al contrario, alcuni film cercano di mettere in discussione la forma classica della narrazione, esplorando forme più adeguate ad esprimere il disagio del mondo contemporaneo. Ad esempio, pur rimanendo alquanto convenzionale nel contenuto – una donna bianca è spaventata da un nero, che invece si rivela essere il “buono” del film – Le Sourire du serpent di Mama Keita sorprende per la sua forma coraggiosa, che, se rimanda ai cosiddetti paranoia films (thriller con venature politiche che alludono a complotti antidemocratici), riesce a costruire un interessantissimo huit clos, in cui i due protagonisti sono intrappolati nello spazio aperto di un’area industriale abbandonata. In L’Ombre de Liberty del gabonese Imunga Ivanga, invece, una voce misteriosa e soprannaturale interrompe i discorsi radiofonici del Presidente, incarnando l’idea della libertà di pensiero e della libertà di stampa. Infine, nell’ultima opera del tunisino Nouri Bouzid, Making Off, sono proprio l’attore protagonista Lotfi Abdelli (insignito al Fespaco, come alle scorse JCC, con il Premio per la migliore interpretazione maschile) e lo stesso Bouzid ad interrompere ripetutamente il flusso della narrazione, discutendo apertamente delle proprie paure e dei dubbi sul film e sul suo contenuto, fortemente critico.

Se non si è dimostrata ricca di sorprese – molti dei film vincitori erano già stati selezionati e premiati altrove – la sezione competitiva ufficiale di quest’anno ha comunque mostrato l’importanza del festival di Ouagadougou nel saper riunire i più importanti film africani, prodotti tra Tunisi e Johannesburg negli ultimi due anni, e anche nel mettere in evidenza la ricchezza e la varietà dei temi e degli stili del cinema africano contemporaneo.

(Traduzione dall’inglese di Maria Coletti)

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