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Il colore della libertà (Goodbye Bafana)

di Bille August

La sfida dell'incontro

E’ in sala dal 30 marzo, distribuito dall’Istituto Luce, il film di Bille August Il colore della libertà-Goodbye Bafana, ispirato alle memorie dal carcere di Nelson Mandela, presentato in anteprima al Festival di Berlino, dove è stato premiato con il Peace Film Award. Tratto dal bestseller autobiografico Nelson Mandela, da nemico a fratello di James Gregory e Bob Graham (Sperling & Kupfer), il film ripercorre l’intenso rapporto che finisce per instaurarsi fra il secondino bianco e razzista James Gregory (Joseph Fiennes) e il carismatico leader del ANC Mandela (Dennis Haybert), recluso nel tristemente noto carcere di Robben Island per oltre vent’anni.

Fino a che punto ci si può spingere, nella ricerca dell’equilibrio drammaturgico, dell’efficacia comunicativa e della partitura emozionale, senza scivolare nell’accademismo? Quand’è che il carico di elementi che rinviano a un contesto storico e ambientale, denotando un approccio realistico, diventa improvvisamente sovraccarico, provocando uno slittamento verso il didascalismo? Qual è il confine che separa l’accurata ricomposizione di una cornice spazio-temporale dall’illustrazione oleografica? Ecco, Goodbye Bafana (Il colore della libertà) di Bille August è uno di quei film che chiamano in causa questi interrogativi che, come tali, hanno tutta l’aria di essere oziosi o astratti.

Sudafrica, 1968. Siamo nel periodo dell’apartheid trionfante, quando la comunità internazionale, alle prese con il conflitto del Vietnam, e ancora prigioniera delle logiche della guerra fredda, considera il Sudafrica un partner commerciale prezioso, e le discriminazioni inflitte dalla minoranza afrikaner alla maggioranza nera come un problema interno. Il governo del Nationalist Party tiene in pugno il paese, grazie a un regime razzista e segregazionista che considera i neri come bambini, impedendo loro l’accesso al voto, all’educazione, alla proprietà, al commercio, precludendo loro ogni possibilità di emancipazione e ostacolando la nascita di luoghi di scambio e contaminazione come Sophiatown.

James Gregory (Joseph Fiennes) è una giovane guardia che ha la ventura, alla sua prima esperienza lavorativa, di essere dislocato nientemeno che a Ellis Island, sull’isola carcere dove già da qualche anno è recluso Nelson Mandela (Dennis Haysbert), leader dell’African National Congress e considerato il nemico pubblico numero uno dal regime di Botha. Figurarsi quando a Gregory, che conosce la lingua materna di Madiba (così la moglie Winnie chiama Mandela, dal nome del suo clan), avendo da piccolo vissuto nel Transkei a contatto con coetanei neri, viene affidato il delicato incarico di sovrintendere il potente ufficio censura – che filtra le informazioni contenute nella corrispondenza dei detenuti – e assistere ai colloqui di Mandela, spiando e riferendo ogni messaggio inviato in xhosa.

Per la non meno ambiziosa moglie (Diane Kruger), che si è trasferita insieme ai due bambini piccoli sull’isola è l’occasione di una vita: Gloria si adopera così con le mogli degli ufficiali per fargli ottenere una rapida promozione. James comincia a tessere la propria tela, cercando di usare le informazioni acquisite per accreditarsi presso i servizi segreti di Pretoria, ma Mandela, percependo in lui una sensibilità diversa, riesce gradualmente a trovare un varco fra le sue fragili sicurezze politiche. Avventurandosi, a rischio di compromettere ogni ambizione, fuori dal pensiero unico di Botha, Gregory scopre che la Chart of Freedom dell’ANC non è un pericoloso pamphlet comunista bensì un manifesto che pone le basi per un Sudafrica democratico e multiculturale.

Ad ogni scoperta corrisponde un gradino nella comprensione del proprio ruolo e, in parallelo, un compromesso nei confronti dei servizi segreti, che usano le sue informazioni per eliminare un figlio di Mandela e un esponente, appena liberato, dell’ANC. Finché un giorno l’equilibrio precario si spezza, Gregory viene scoperto e punito per aver segretamente reso un favore a Mandela (consegnando un suo regalo di Natale – una tavoletta di cioccolata – alla moglie Winnie) e il suo capitale di credibilità comincia a declinare, almeno all’interno del carcere. Davanti all’aut aut della moglie, è costretto a dare le dimissioni e accettare un incarico d’ufficio a Cape Town, ma nell’aprile 1982 viene richiamato dai servizi e messo a dirigere un’unità speciale del carcere di Pollsmoor, dove viene trasferito Mandela, per timore che venga ucciso nel carcere, insieme ad altri capi dell’organizzazione.

Intanto, gli effetti dell´embargo internazionale trasformano le crepe dell´apartheid in voragini: le townships ribollono di rabbia e le strade del centro diventano teatro di drammatici attentati. Il governo non ha altra scelta che quella di trattare con i terroristi dell´ANC. Mandela viene trasferito in una villa isolata, a Victor Verster, dove può incontrare i componenti dell´organizzazione e concordare una linea di accordo con il nuovo, più malleabile presidente De Clerk. Il tutto avviene ormai alla presenza di Gregory, diventato un´ombra familiare nella vita carceraria (27 anni, dal 1962 al 1989) di Mandela e destinato a pagare con un terribile colpo di coda dell´establishment il suo nuovo impegno a favore della Rainbow Nation.

Non nuovo a lavorare con coproduzioni internazionali, cast stellari e cospicui budget, il danese August anche questa volta chiude in attivo la sua operazione: 20 milioni di euro, 5 bandiere, una troupe geograficamente composita ma tecnicamente inappuntabile, una sceneggiatura classicamente robusta ma priva di fastidiosi orpelli epicizzanti, una messinscena e una sintassi nitidamente orchestrate ed eseguite. In verità, viste le premesse e le caratteristiche dell´operazione, è assai arduo rintracciare al suo interno, non dico le marche discorsive (sul piano autoriflessivo) ma i segni di un punto di vista autoriale, che non sia, beninteso, la onesta e inattaccabile costruzione di un realismo convenzionale, ma difendibile anche sul mercato sudafricano.

Ecco dunque l´attenzione alla verità di luoghi e circostanze costituire un sicuro valore aggiunto al discorso del film, ecco che l´apertura inevitabile a un cast ecletticamente internazionale si sposa con il professionale training linguistico grazie al quale Haysbert arriva a (ri)produrre mimeticamente l´inconfondibile eloquio di Mandela, Fiennes l´accento afrikaner di Gregory, entrambi a impadronirsi come possono del xhosa e delle tecniche di lotta con i bastoni. È anche in virtù di questo approccio che August allestisce alcune sequenze di notevole impatto e sottigliezza, dalla perquisizione violenta che sconvolge la figlia di James, alla battaglia da stickfighters che i due antagonisti si concedono a Victor Verster.

Come si suol dire, Goodbye Bafana è il classico film che potrebbe essere trasmesso in prime time e sarebbe auspicabilmente da proiettare in tutte le scuole, specialmente nei quartieri ad alto tasso di immigrazione. Certo, una volta che i bambini e i ragazzi saranno diventati uomini, qualcuno dovrà pur fargli capire che per far passare un certo tipo di messaggi in un film non bisogna necessariamente rinunciare a un punto di vista personale, che per arrivare a un pubblico di massa non è religiosamente prescritta la rinuncia ad articolare la scrittura cinematografica. Ma forse non è il caso di stare a sottilizzare, spostando lo sguardo su ciò che questo film significa sul piano politico: di ricordare, allora, che, come Hotel Rwanda (id., Terry George, 2004) e un pugno di altri titoli, Goodbye Bafana è anche una coproduzione italo-sudafricana, che coinvolge come attori principali Roberto Cipullo, Gherardo Pagliei (Ilaria Alpi-Il più crudele dei giorni, A Casablanca gli angeli non volano) e l´Istituto Luce (che distribuirà il film il 30 marzo). Ma sì, tutto sommato mi alzo anch´io come tutto il pubblico del Berlinale Palast per battere le mani e acclamare August e il cast: nessuno griderà allo scandalo se il film finirà per portarsi a casa qualcosa, quanto meno il premio del miglior attore per il misurato Haysbert.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsGoodbye bafana (Il colore della libertà)
Regia: Bille August; sceneggiatura: Greg Latter e Bille August; fotografia: Robert Fraisse; montaggio: Hervé Schneid; scenografia: Tom Hannam; costumi: Diana Cilliers; musiche: Dario Marianelli; interpreti: Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, Diane Kruger, Shiloh Henderson, Tyron Keogh, Megan Smith, Jessica Manuel, Faith Ndukwana, Terry Pheto; origine: Francia/Germania/Belgio/Italia/Sudafrica, 2006; formato: 35 mm; durata: 117’; produzione: Jean-Luc Van Damme, Ilann Girare, Andro Steinborn, David Wicht, Stephen Margolis, Roberto Cipullo e Gherardo Pagliei per Banana Films, Arsam International, X Filme Creative Pool, Fonema, Future Films, Marmont Film Production, Film Africa, Thema Production, Istituto Luce; distribuzione: Istituto Luce; uscita italiana: 30 marzo 2007; sito ufficiale: http://www.goodbyebafana.com/; sito italiano: http://www.luce.it

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