title_magazine

Milano 17. Il grassetto che fa la differenza

di Leonardo De Franceschi

Il grafismo essenziale dell’immagine di Hsiao Chin, che campeggiava sull’affiche di questa edizione numero 17 del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina bene esprime il quieto dinamismo di una manifestazione ormai consolidata, dall’assetto riconoscibile, ma che è pure capace ancora di offrire sorprese. La prima è venuta proprio dalle giurie dei due concorsi principali, che hanno deciso di attribuire il massimo premio a due film cileni, rispettivamente El Rey de San Gregorio di Alfonso Gazitua (Premio Miglior Lungometraggio Finestre sul Mondo) e La Ciudad de los fotografos di Sebastian Moreno (Premio Miglior Documentario Finestre sul Mondo).

Chissà che questo doppio verdetto spinga le due storiche direttrici artistiche, Annamaria Gallone e Alessandra Speciale, a osare di più sul pedale trimondista (per riprendere un neologismo usato nei giorni scorsi da Roberto Silvestri), imprimendo alla conversione del festival di Milano in vetrina dei tre sud del mondo una direzione di marcia più inequivoca e sicura. Edizione dopo edizione – è ormai la quarta dopo lo strappo dall’originaria vocazione afrocentrica – il festival continua a rinegoziare la propria identità con un complesso gioco di aperture e compensazioni, che colonizzano timidamente nuove frontiere del visibile senza recuperare un po’ delle vecchie bandierine disseminate in passato sullo scacchiere del continente africano. Evitando cioè di scontentare i tanti cineasti a sud del Mediterraneo che continuano a guardare a Milano come all’unica testa di ponte italiana african friendly del mercato audiovisivo europeo. Anche sul piano della comunicazione grafica, magari sottolineando con un furbo grassetto la definizione Festival Cinema Africano, mentre d’Asia e America Latina rimane una sottile impalpabile appendice.

Proprio il Mediterraneo è stato a conti fatti il vero baricentro di questa edizione 2007, ma non tanto per l’apertura della Settimana Arabica, legata a uno specifico progetto (Medscreen) finanziato dall’Unione Europea, quanto per l’eco suscitata dalla Sezione Speciale, dedicata ai serial televisivi (musalsalat) e ai modi di rappresentazione del terrorismo sui piccoli e grandi schermi arabi. Uno dei grandi mattatori dell’edizione è stato infatti il tunisino Nouri Bouzid, che ha presentato in anteprima europea (dopo gli estratti regalati lo scorso anno agli spettatori di Panafricana) l’atteso Making off. Assai seguiti l’incontro alla libreria Fnac ma soprattutto la tavola rotonda, in cui, in compagnia del curatore della sezione Mohamed Challouf, della mediologa Donatella Della Ratta e del regista televisivo siriano Najdat Ismael Anzour, per due ore si è discusso di come, contrariamente a quello che i media occidentali ci lasciano intendere, sulle televisioni arabe comincino a farsi strada programmi e fiction che interpretano lo scontro delle civiltà in atto, senza scorciatoie manicheistiche, decostruendo dall’interno la tentazione della deriva integralista.

Il quadro che è emerso, fortemente condizionato dalla politica schizofrenica dei sauditi, che oscillano fra l’apertura di emittenti di intrattenimento puro e la produzione di programmi e serie a sfondo tradizionalista, presenta un grado di complessità che obbliga gli osservatori a rivedere sbrigative griglie analitiche, anche perché, come ha detto Anzour in un’intervista uscita sul «Manifesto» qualche giorno fa, le famiglie arabe sono abituate a mangiare pane e politica, e a decifrare gli intricati giochi di potere su cui si giocano le partite calde del Medio Oriente e del Golfo. Il pubblico, lo ha ricordato lo stesso Bouzid a Milano, continua a dimostrare di essere più maturo e consapevole di quanto tanti cineasti del nord e del sud amino credere, per pigrizia o pruderie autocensoria: basti pensare a come gli spettatori tunisini si sono riconosciuti in un film scomodo e controverso come Making off. Grazie allora al Coe, che ne ha acquistato i diritti per la distribuzione culturale, e al buon Mauro Gervasini, che ha dedicato proprio al maestro maudit del cinema tunisino, l’editoriale d’apertura di «Film Tv».

Ed è stato proprio il pubblico di Milano, affollando le sale delle proiezioni e degli incontri, a decretare la riuscita di questa edizione. Un pubblico attento e paziente, che ha accettato con souplesse di rimanere fuori dalle sale piene per i film più attesi – qualcuno, all’uscita dello Gnomo, si è consolato sussurrando che Africa paradis gira già sulla rete –, si è rassegnato alla traduzione simultanea anche per i film di finzione, non ha battuto ciglio davanti a qualche film deprogrammato all’ultimo minuto (Red Mistake, Vivantes), proiettato in Betacam (Dam el ghazal), in una copia video col bollo del produttore o addirittura con il logo dell’emittente su cui era stato registrato. Un pubblico fedele, che ha accolto con calore un Idrissa Ouedraogo in buona forma, generoso e disponibile, anche se proiettato verso un cinema leggero, diretto, lontano dai capolavori fra epica e western che lo hanno per alcuni anni proiettato nel cono di luce dei festival maggiori.

Un pubblico infine che, diversamente da alcune giurie – assai discutibile il Premio per il Miglior Film Africano a un film narrativamente incerto ed eticamente ambiguo come Tendresse du loup del tunisino Jilani Saadi – ha saputo ben scegliere quando, nel segreto dell’urna come si dice, ha attribuito il suo premio di competenza, a Ezra di Newton I. Aduaka. Un film peraltro tutt’altro che popolare sulla carta, persino ostico nel suo rifiutarsi a schematismi narrativi e psicologici rassicuranti. È dall’inquieta ricerca formale e morale di Aduaka, ma anche di Mahamat-Saleh Haroun (Daratt), Faouzi Bensaidi (WWW What a Wonderful World), John Barker (Bunny Chow), Zeka Laplaine (Kinshasa palace), Nejib Belkadhi (VHS Kahloucha), Hichem Ben Ammar (J’en ai vu des etoiles), Teboho Mahlatsi (Sekalli le meokgo), Daniel Taye Workou (Menged), titoli peraltro già visti in altri festival e commentati su queste colonne, che escono i segnali più vivaci di dinamismo e originalità espressivi.

Gli altri articoli sul 17. Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina

Daratt di Mahamat-Saleh Haroun
Ezra di Newton I. Aduaka
Making off di Nouri Bouzid

Dietro le quinte di "Making off". Conversazione con Nouri Bouzid
Il cantiere del possibile. Conversazione con Idrissa Ouedraogo
L’immagine-tempo: Un’utopia post-africana. Conversazione con Mahamat-Saleh Haroun
Una scultura interminabile. Conversazione con Newton I. Aduaka

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 12 gennaio 2018

Viaggio in Italia con il cinema tunisino

A 50 anni dal primo passaggio di Roberto Rossellini in Tunisia per le riprese de Gli atti degli (...)

martedì 2 gennaio 2018

Terminate in Marocco le riprese di Sofia

Sono terminate a dicembre le riprese di Sofia, primo lungometraggio della cineasta (...)

lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha