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Le rose del deserto

di Mario Monicelli

Dal 17 aprile, sugli scaffali dei videostore e delle migliori librerie fa bella mostra l’edizione DVD dell’ultima (solo in ordine cronologico, si spera) fatica di Mario Monicelli, l’acida ballata Le rose del deserto. Nell’edizione standard, è stato inserito anche il bel reportage Muoiono soltanto gli..., firmato dalla giornalista Margherita Ferrandino e dal regista Giovanni Veronesi; quanto all’intervista realizzata nel luglio 2006 da Francesca Angeleri, pur non priva di spunti di interesse, vista la statura artistica e umana del grande artigiano viareggino, sarebbe stato più sensato inserire piuttosto un incontro realizzato a bocce ferme, con un interlocutore in grado di interloquire sul film finito. Disponibile inoltre un cofanetto contenente, oltre al DVD, il simpatico diario dal set tunisino realizzato da Chiara Rapaccini (Rap), brillante illustratrice nonché moglie di Monicelli, Le mosche del deserto.

«Eppure ci furono anche in Libia gli eroi, i candidi, soldati, umani. […] Un nobile soldato senza bandiera; non c’è di più triste; e che una bandiera non si può fare. Ebbene ci furono». Così termina il romanzo-diario Il deserto della Libia di Mario Tobino, a cui si è ispirato Mario Monicelli per questa attesa rentrée, a sette anni dal suo ultimo ritratto di famiglia in un inferno (Panni sporchi, 1999) e a settanta da Lo squadrone bianco (1936), sul cui set si aggirava portando la giacchetta al regista Augusto Genina. Ma i suoi soldati della 31ma sezione sanità, ufficiali medici compresi, non hanno nulla di eroico. Non sono nemmeno eroi per caso, come i poveri cristi messi al muro nel memorabile finale de La grande guerra (1959). Anché perché diversi di loro sono destinati a rimetterci le penne, e a morire, come ha sintetizzato il regista viareggino in un imperituro aforisma nel making of di Giovanni Veronesi e Margherita Ferrandino, sono solo gli stronzi.

Libia, 1940. Una sezione di sanità viene destinata all’oasi di Sorman, a 180 km da Tripoli. A comandarla è il maggiore Strucchi (Alessandro Haber), un ossequioso cultore del dolce stil novo, che passa il più del tempo a scrivere lettere d’amore alla moglie Lucia. Fra gli ufficiali medici spicca il giovane tenente Salvi (Giorgio Pasotti), «più turista che fascista», venuto in Africa a caccia di esperienze esotiche, da immortalare con la sua Leica. Nel villaggio c’è già un italiano, il burbero frate Simeone (Michele Placido), che fa quello che può per venire incontro ai bisogni – materiali prima ancora che spirituali – della gente del posto. Dai fronti in Egitto e in Albania al campo arrivano solo echi lontani, filtrati dai notiziari di regime. I medici hanno quindi tempo da vendere, possono stringere rapporti con una famiglia di notabili locali e Salvi ha persino modo di immaginare una storia con la giovane moglie del podestà, che paga la sua curiosità con il ripudio.

Dopo un surreale natale sahariano, questo clima di pigra attesa viene rotto all’arrivo di un’autoambulanza carica di aviatori in fuga dal fronte orientale. Graziani e gli altri se la sono dati a gambe: la guerra lampo si va trasformando in una disfatta. Quando tutto sembra finito, a febbraio sbarcano in pompa magna gli Africa Korps di Rommel: ordinati, efficienti, spietati. Sono loro a prendere in mano le operazioni, a coordinare il ridispiegamento delle truppe, a stroncare ogni accenno di resistenza nelle popolazioni locali. L’assedio di Tobruk si risolverà in una carneficina, mentre un grottesco generale che attraversa il deserto in sidecar obbliga la sezione a costruire un cimitero monumentale prima che a occuparsi dei feriti. La follia dilaga, contagiando il maggiore Strucchi, sconvolto dalla morte della moglie.

A colpire maggiormente in questa commedia acida di Monicelli è il registro antinaturalistico del suo discorso, che gela quasi sul nascere ogni empatia anche ludica nei confronti dei personaggi. Questa maggiore accentuazione dei toni neri del suo humour rappresenta il picco di una parabola iniziata con Vogliamo i colonnelli (1973), ma qui in gioco non è tanto la deformazione parodico-grottesca dei caratteri, riscontrabile in questo e in altri titoli più recenti, quanto proprio la temperatura discorsiva del film, determinata da precise scelte espressive. Penso per esempio al montaggio rapido e nervoso che interrompe sistematicamente ogni fluidità nel gioco degli attori, ricomponendolo in un puzzle frenetico. Penso allo score del film, un pastiche postmoderno che mescola Bach e i Tarantolati di Tricarico, accompagnando le immagini con un sottotesto dissonante. Penso soprattutto all’inserzione di un personaggio da operetta, come il generale “Rombo del deserto”, sottolineata da un effetto di accelerazione che evoca la comicità del muto, soluzione che tuttavia trascende la caratterizzazione del personaggio, riutilizzata in almeno due episodi del film come la spedizione alla ricerca del pilota inglese e l’aggressione della tribù di predoni arabi nel sottofinale. Un personaggio e un procedimento che fanno saltare di giri il registro del comico, rovesciandolo in uno stridente gioco di maschere, sottolineato, se si vuole, dal finale omaggio al Fo di Ho visto un re.

Peraltro, questo stridente decomporsi della commedia in tragica farsa è solo in parte sovrapponibile (e funzionale) alla decostruzione dell’ultimo alibi nostalgico post-El Alamein, vale a dire l’immagine di un esercito straccione, mal equipaggiato, peggio guidato, ma la cui legittima presenza da forza occupante in uno stato sovrano, sia pure in nuce, non viene mai messa in questione. Monicelli ha buon gioco nell’irridere tanto l’inettitudine dei generali quanto la pavidità dei piloti, nell’evocare tanto l’orientalismo esotico dei pochi quanto il razzismo e il sessismo dei molti, ma cade nella trappola antica del confronto italiani/tedeschi quanto al rapporto con la gente del luogo, così da riproporre – tanto per il ritratto sapido di padre Simeone, rude domenicano dal saio bisunto ma dal cuore d’oro, quanto per il povero soldatino Sanna, ammazzato per un panino dato a un arabo e sposato per procura quando è già finito sottoterra – il mito sempreverde del colonialismo dal volto umano. Tuttavia, gli umori rilasciati nel corpo del film a dosi omeopatiche sono il miglior contravveleno per qualsiasi forma di tentazione di recupero ex post del colonialismo italiano. Perché una bandiera – e qui davvero l’anarchico Monicelli conviene con Tobino – non si può fare. E su tutto questo, c’è davvero poco da ridere.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits

Le rose del deserto
Regia: Mario Monicelli; sceneggiatura: Mario Monicelli, Alessandro Bencivenni e Domenico Sverni, liberamente tratta dall’opera Il deserto della Libia di Mario Tobino e dal brano Il soldato Sanna dall’opera Guerra d’Albania di Giancarlo Fusco; fotografia: Saverio Guarna; montaggio: Bruno Sarandrea; suono: Gianluca Costamagna; scenografia: Lorenzo Baraldi; costumi: Francesca Sartori; musiche: Paolo Dossena, Mino Freda; interpreti: Michele Placido, Alessandro Haber, Giorgio Pasotti, Fulvio Falzarano, Moran Atias, Claudio Bigagli; origine: Italia, 2006; durata: 100’; produzione: Mauro Berardi per Luna Rossa Cinematografica, con il contributo del MiBAC, in collaborazione con Rai Cinema e Mikado Film; distribuzione: Mikado Film; distribuzione homevideo: Dolmen Home Video; sito ufficiale:www.mikado.it; scheda del DVD:www.emik.it

DVD nella confezione: 1; supporto: DVD9; formato video: 16/9, 1.85:1; formato audio: Dolby Digital 5.1; tracce audio: Italiano (5.1); lingue sottotitoli: italiano per non udenti; contenuti extra: Trailer, Spot, "Muoion soltanto gli..." (documentario di Margherita Ferrandino e Giovanni Veronesi, 36’), Intervista a Mario Monicelli a cura di Francesca Angeleri (21’)

Chiara Rapaccini
Le mosche del deserto
Pistoia, Maschietto Editore, 2006, 70 pp.


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