title_magazine

Cannes 2007 - Cronache dal mercato (1)

di Leonardo De Franceschi

Fuori dal palmeto

Fuori concorso
Dopo Berlino, anche a Cannes la vita degli accreditati professionali si va complicando di anno in anno. Sembra che gli organizzatori ingaggino menti sempre più sopraffine per infliggere nuove forme di punizione ai detentori di badge, notoriamente masochisti, vista la propensione a sottomettersi a ore di fila sotto il sole, pur di calpestare il tappeto rosso della grande scalinata del Palais e strappare un posto nella più remota balconata. Ad alcuni questo piacere – di prenotarsi per le proiezioni al Theatre Lumière: quella, serale, delle stelle e degli smoking ma anche quella, mattutina, dei cinéphiles in maglietta e sacca nera d’ordinanza – è stato tolto. A noi di Cinemafrica per esempio, accreditati al Marché come Panafricana ma con un solo iscritto. Ma c’è da consolarsi, visto che invece chi il diritto ce l’ha deve scontarlo, impegnandosi in complessi calcoli: prenotarsi per una visione al Lumière costa infatti un certo numero di crediti su un monte totale e prima di fare una nuova prenotazione bisogna aspettare che il proprio conto venga ricaricato. Del resto, la selezione ufficiale del sessantenario guarda ovunque salvo che con occhi (e/o verso territori) panafricani, quindi poco male. Vorrà dire che faremo quattro passi fra gli scaffali del mercato.

Fuori moda
Anno dopo anno, l’impressione è che il peso del cinema seriale, occidentale e orientale, invada sempre più l’area degli stand espositivi. Galleggiando fra uno spazio espositivo e l’altro, ci si sente inseguiti dagli occhi di improponibili vampiri hongkonghesi o cinemostri off-off-Hollywood. Nel villaggio internazionale, oltre ai confermati Sudafrica e Marocco, anche Nigeria e Tunisia hanno colonizzato qualche metro quadrato di spazio espositivo, aprendo un loro stand ma gli africani fanno capannello come di consueto nel vivace e rassicurante padiglione delle cinematografie del sud. Tutti insieme appassionatamente, come nella giornata africana della sezione Tous Les Cinémas du Monde (mercoledì 23). Chissà perché poi tutte le altre giornate sono dedicate a una cinematografia nazionale mentre il 23 omaggia invece la produzione di un intero continente (l’Africa, appunto), rappresentato per giunta da quattro titoli, di cui uno (O heroi dell’angolano Zézé Gamboa) girato nel 2004 e un altro (Un Matin bonne heure del guineano Gahité Fofana) nel 2006: non c’era nessun film più recente degno di essere visto? Se sulle colonne delle riviste si comincia già a parlare di morte del cinema orientale, l’Africa stenta a tornare di moda.

Scaffale Italia o saldi di fine stagione
Abbiamo approfittato della programmazione del Marché per (ri)vedere Last Minute Marocco (vai alla recensione) di Francesco Falaschi e Io, l’altro (vai alla recensione) di Mohsen Melliti, usciti in Italia nelle ultime settimane e già recensiti su queste colonne. Presentati senza grandi apparati promozionali (nel secondo caso, la proiezione ha avuto luogo senza nessun rappresentante della distribuzione del film) ai buyer internazionali, nella diversità delle ambizioni e della portata complessiva, i due film testimoniano di come, quando si tratta di guardare oltre i confini nazionali e in particolare verso sud, il cinema italiano stenti a tenere la misura del verosimile, e si adagi comodamente sulle sponde del clichè e della cattiva conoscenza. A Falaschi, che pure, quando si tratta di costruire i personaggi dell’amico marocchino Samir e della cugina Jasmina, non esita a cavalcare triti luoghi comuni (il ragazzo è naturalmente un pusher, la ragazza è naturalmente minacciata da un matrimonio combinato – per tacere della berbera Tamù, prima velata e ritrosa, poi disponibile al flirt col bioarchitetto peterpanico Mastrandrea), va riconosciuta la capacità di coniugare in parallelo con una certa efficacia di screenwriting l’intrigo di piste narrative in cui articola il racconto, affidando alle performances degli interpreti (su tutti lo stesso Mastrandrea, sornionamente distratto ma puntualmente efficace) la tenuta del tutto.

Le vie del popolare
Se la misura dell’artigianato commedico (ma perché un film così viene considerato di interesse culturale e nazionale? Forse vanno ripensati i meccanismi o rinominato il fondo…) soccorre e riscatta l’impresa di Falaschi, molto più incerta è la rotta del naviglio del tunisino Melliti, che si avventura all’opera prima senza neanche un’esperienza di formazione e regia alle spalle e corre l’incomprensibile rischio di affidare il ruolo di Youcef non a un attore connazionale o arabo, come sarebbe stato logico attendersi, ma al buon Giovanni Martorana, cui onestamente non si può chiedere più che di limitare i danni. Se la regia è a dir poco incerta, e persino l’altrove misurato Marco Spoletini qui scivola su scelte di editing assai discutibili pur di costruire una tensione difficilmente acquisibile dal girato (penso ai flashback insistiti ma anche all’infelice dissolvenza dal barbone di Padre Pio a quello di Bin Laden), più di qualche dubbio rimane sulle concrete strategie stilistiche e formali che, nobili premesse a parte, il progetto – comunque, nel suo insieme, da sostenere e difendere – ha finito per assumere, dalla pagina allo schermo. Tra la popolarità raggiunta a prezzo di qualche concessione di troppo a stereotipi e clichè (Last Minute Marocco) e l’impopolarità dell’assunto (che mondo è quello in cui basta una notizia alla radio per sospettare del tuo migliore amico/alter ego, solo perché si chiama Youcef?) ma anche del precario assetto espressivo, rimane un ampio territorio di ricerca, sul versante dell’intrattenimento.

I nuotatori afro e la faraona teenager
È il territorio che percorre il sudafricano Sunu Gonera con la sua opera prima Pride, già passata al mercato della Berlinale 2007. Ispirato alla vera storia di Jim Ellis, allenatore afroamericano di nuoto che in una cittadina vicino Philadeplhia, prendendo in mano negli anni Settanta un cadente centro ricreativo in un ghetto nero, lo trasforma in una fucina di riscatto sociale e di campioni di nuoto olimpionici, Pride è l’ennesima dimostrazione di come, pur facendo affidamento su solidi standard di professionismo, e magari giocando la carta del genere – numerose le strizzatine al filone blaxploitation - si possa offrire al pubblico uno spettacolo convenzionalmente coinvolgente, senza rinunciare a trasmettere messaggi progressivi e senza impantanarsi nel senso comune.
Non meno intercultural-popolare, anche il cartoon transalpino La Reine Soleil (Philippe Leclerc, 2007), tratto da uno dei bestseller dell’egittologo Christian Jacq, è un prodotto destinato a un ampio target di famiglie ma in cui, raccontando la lotta senza quartiere tra il monoteista e pacifista Akhenaton e i temporalissimi sacerdoti di Amon, si inviano preziosi messaggi di dialogo e tolleranza in un mondo come il nostro, segnato più che dallo scontro di civiltà, dalla risorgenza di un confessionalismo interreligioso che chiama laicismo il libero pensiero.

Vai ai siti ufficiali di:
- Io, l’altro (Mohsen Melliti, Italia, 2007, 80’)
- Last minute Marocco (Francesco Falaschi, Italia/Francia, 2007, 88’)
- Pride (Sunu Gonera, USA, 2007, 104’)
- La Reine soleil (Philippe Leclerc, Francia, 2007, 77’)

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 12 gennaio 2018

Viaggio in Italia con il cinema tunisino

A 50 anni dal primo passaggio di Roberto Rossellini in Tunisia per le riprese de Gli atti degli (...)

martedì 2 gennaio 2018

Terminate in Marocco le riprese di Sofia

Sono terminate a dicembre le riprese di Sofia, primo lungometraggio della cineasta (...)

lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha