title_magazine

Cannes 2007 - Cronache dal mercato (2)

di Leonardo De Franceschi

Coreografie di guerra

Ancora sulla "sale guerre"
La memoria tormentata della guerra d’Algeria continua ad erodere sotterraneamente l’immaginario del cinema francese contemporaneo, riaprendo piaghe mai del tutto guarite. Forse non è un caso che siano soprattutto i registi delle ultime generazioni a porsi domande che i loro padri e fratelli non hanno potuto o saputo sollevare: penso per esempio a Philippe Faucon (La Trahison, 2005) o all’esordiente Laurent Herbiet, autore di Mon colonel (2006), visto in concorso alla 1. Festa di Roma (vai alla recensione). Tralascio qui dunque ogni considerazione circa Cartouches gauloises (2007), scritto e diretto dall’algerino (naturalizzato francese) Mehdi Charef, scoperto e lanciato anch’egli, come Herbiet ma più di vent’anni prima, da Costa Gavras, per concentrare l’attenzione su due film francesi dell’ultima stagione presentati nel Marché.

Fra sensazionalismo e introspezione
Partiamo da quello che la sale guerre la vuole raccontare dall’interno, senza nulla nascondere allo spettatore, L’Ennemi intime (Florent Emilio Siri, 2007). Siamo in Kabilia, nel luglio 1959: il giovane e idealista tenente Terrien (Benoît Magimel) fatica a intendersi con il cinico e disilluso sergente Dougnac (Albert Dupontel). L’unità concentra le sue azioni nella ricerca del temibile capo mujahiddin Slimane. Sevizie ai prigionieri, uccisioni sommarie, rappresaglie sui contadini, bombardamenti al napalm: tutto è consentito pur di arrivare al capo ma anche dall’altra parte non scherzano, massacrando i contadini che collaborano con i francesi e straziando i cadaveri dei militari catturati. Questa escalation di violenza barbara travolge i civili ma anche gli harkis algerini e quanti non si riconoscono nella causa dell’Algeria francese, contaminandoli in una spirale di follia sadica e proiettata verso la morte. Autore di diversi thriller d’azione (Nid de guêpes, 2002; Hostage, 2005), Siri non nasconde l’intento di guardare ai modelli americani di Vietnam movie come Platoon (Oliver Stone, 1986) o war movie come Saving Private Ryan (Steven Spielberg, 1998): il ritmo, il talento grafico-compositivo e la cura nella direzione degli attori non gli mancano ma l’oscillazione brusca fra introspezione psicologica ed estetizzazione iperrealistica della violenza non induce nello spettatore tanto un’empatia consapevole quanto una impotente, e ricattatoria contemplazione degli effetti perversi della guerra sulla psiche dei belligeranti.

Fra (auto)biografia e oleografia
Più onesto, nella sua convenzionalità, l’approccio scelto da Thomas Gilou (Black mic mac, 1986; Raï, 1995) con Michou d’Auber (2006), una produzione da oltre 12 milioni di euro, intepretata dalla premiata coppia Gérard Depardieu e Nathalie Baye. Protagonista della storia, ambientata fra il 1960 e il 1962 in un villaggio nella regione di Berry (non lontano da quello in cui Tati girò Jour de fête) è il piccolo Messaoud, nato ad Aubervilliers ma figlio di un operaio kabilo che è costretto ad affidarlo ai servizi sociali insieme al fratellino maggiore, non potendo occuparsene per via della malattia che ha colpito la moglie. La famiglia che lo prende in carico è composta da una sensibile casalinga (Gisèle) e da un rude ex-militare (Jacques): temendo che il bambino venga isolato a causa del clima di intolleranza che colpisce gli algerini, di nascosto dal marito, Gisèle gli tinge i capelli e gli dà un nome cristiano, Michel. Superati i primi imbarazzi, Michou non tarda a farsi benvolere, da Georges, dai compagni e dal maestro in odore di sinistra (Jacques, interpretato da Mathieu Amalric) che, innamorato di Gisèle, le dà da leggere L’Etranger di Camus. Ma la storia prende una pessima piega, gli echi della guerra dall’Algeria e degli scontri di piazza a Parigi aizzano i più facinorosi fra i capifamiglia del villaggio e Jacques è costretto bruscamente a prendere posizione. Illuminato da una fotografia luminosa e laccata, composto scenograficamente secondo modelli che rinviano al cinema degli anni Cinquanta, Michou d’Auber vibra di un’intensità emotiva che è ingeneroso ricondurre solo all’efficacia delle interpretazioni e all’abile riscrittura del vissuto di Messaoud Hattou, indimenticato coprotagonista di Salut cousin! (Merzak Allouache, 1996).

Alla ricerca dello sguardo giusto, tra documentario e documenzogna
A distanza di pochi giorni, abbiamo visto tre film di non fiction che in un modo o nell’altro ripropongono il problema dei modi di rappresentazione della guerra sul continente africano. Il più esplicitamente e ambiguamente coinvolto nella questione è l’americano Sand and Sorrow (Paul Freedman, 2007), prodotto e commentato da George Clooney, che da tempo ha abbracciato la causa dell’impegno a favore della martoriata regione del Darfur. Il film si presenta come un reportage televisivo, scandito da un ritmo di montaggio fastidiosamente veloce, disseminato di cambi di registro sottolineati dagli inserti musicali e tenuto insieme dalla voce oversound di Clooney. La finalità tutta interna dell’operazione, destinata a incidere sul Congresso, perché costringa Bush e quindi l’Onu a intervenire, spinge Clooney a infarcire il reportage di interviste a deputati e senatori liberal come Barack Obama e a dare ampio spazio alla manifestazione Save Darfour tenutasi a Washington nell’aprile 2006. Alla fine, ne sappiamo di più sull’ipocrita linea politica di Bush che sulle ragioni, e sulle possibilità di risoluzione, del conflitto sudanese.

Danzare con i fantasmi
Assai più convincente War Dance (2007), diretto dalla coppia (nel senso di marito e moglie) di documentaristi americani Sean Fine e Andrea Fix, che è valso loro una trionfale accoglienza al Sundance (Premio per la Miglior Regia) e all’Hot Docs di Toronto (Premio del Pubblico). Girato nella regione settentrionale dell’Uganda, tra i profughi Acholi che affollano il campo di Patongo, il più a rischio di attacchi da parte dei ribelli, il film segue le tracce di alcuni ex bambini (e bambine) soldato mentre si preparano per la National Music Competition, una grande gara in cui delegazioni scolastiche di tutto il Paese si sfidano su diverse categorie, dal canto corale a cappella, alla musica strumentale, fino alla danza tradizionale. La costruzione narrativa, che si apre e chiude con la macrosequenza della gara musicale, è costellata di microstorie che aprono terribili squarci testimoniali sul vissuto di bambini come Nancy, Rose, Dominic, seguiti negli sforzi di migliorarsi in vista dell’esibizione a Kampala, in lunghe sessioni di musicoterapia che li aiutano a lasciarsi alle spalle i loro incubi. L’attenta dispositio narrativa, che alterna testimonianze ed esibizioni, dinamizzando dialetticamente il rapporto immagine/parola, produce un trasfert spettatoriale efficace ma non ricattatorio.

Lo sguardo del padre
Tra i due, presentati al Marché, un singolare docuritratto testimoniale, Mo and Me, programmato ad aprire la giornata africana di "Tous les cinémas du monde". Codiretto dall’americano Roger Mills e dal keniota Murad Rayami, come Sand and Sorrow il film è in effetti eterodiretto dall’ingombrante produttore e autore del commento, Salim Amin, unico figlio del grande fotoreporter e documentarista keniota Mohamed Amin (1943-96), di cui Mo and Me rappresenta un toccante tributo. Il film ripercorre la tumultuosa esistenza di uno dei protagonisti del fotocinegiornalismo del Novecento, dagli umilissimi natali nell’allora slum indiano di Nairobi, in una famiglia di emigranti del Punjab, fino agli anni vissuti accanto a leader e tiranni delle indipendenze africane (Kenyatta, Obote, Nyerere, Idi Amin, Bokassa, solo per citarne alcuni). La svolta arriva nel 1984, quando un reportage nella regione di Karem in Etiopia, devastata dalla guerra civile e dalla carestia, lo costringe a dismettere la distanza professionale del reporter per impegnarsi nella lotta alla fame. Proprio quello sconvolgente reportage (African Calvary), diffuso dalle televisioni di tutto il mondo, solleverà un’ondata di emozione su cui poi poggeranno Bob Geldof e Quincy Jones per scuotere il dorato mondo della musica pop, con le iniziative di We Are the World e del Live Aid. Ripercorrere le tracce di Amin significa raccontare dal punto di vista di un testimone chiave la storia dell’Africa del secondo Novecento ma la chiave più profonda del film non sta tanto nella (notevole) forza dei materiali audiovisivi mostrati, né nella (discutibile) abilità con cui vengono organizzati discorsivamente, quanto nella tragicità di un’operazione attraverso la quale il figlio si ripromette anzitutto di affrancarsi dall’ombra, giudicante, del padre.

Vai ai siti ufficiali di:
- L’Ennemi intime (Florent Emilio Siri, Francia, 2007, 105’)
- Michou d’Auber (Thomas Gilou, Francia, 2007, 128’)
- Mo and Me (Roger Mills, Murad Rayani, Kenya, 2006, 96’)
- Sand and Sorrow (Paul Freedman, USA, 2007, 92’)
- War Dance (Sean Fine, Andrea Pix, USA, 2006, 105’)

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 12 gennaio 2018

Viaggio in Italia con il cinema tunisino

A 50 anni dal primo passaggio di Roberto Rossellini in Tunisia per le riprese de Gli atti degli (...)

martedì 2 gennaio 2018

Terminate in Marocco le riprese di Sofia

Sono terminate a dicembre le riprese di Sofia, primo lungometraggio della cineasta (...)

lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha