title_magazine

Sembène Ousmane: l'ultimo griot

di Alice Casalini

Addio Sembène Ousmane

Sembène Ousmane, il vecchio saggio del cinema africano, è morto il 9 giugno all’età di 84 anni, dopo mesi di malattia: il cinema africano è ormai orfano di uno dei suoi padri.

Nel 1963 al Festival di Tour con un cortometraggio di venti minuti, Borom Sarret (Il carrettiere, 1962), c’è l’esordio del primo cineasta nero, Sembène Ousmane, che s’impone subito come autore consapevole e deciso. Borom Sarret contiene in sé tutti ciò che maturerà con gli anni nell’opera del regista senegalese. Il film racconta la storia di un povero carrettiere che si trova a dover fare i conti con un religioso, poi con un rappresentate della nuova borghesia e infine con un poliziotto: il carrettiere è simbolo dell’uomo del popolo schiacciato dalla burocrazia e dalle forze politiche e religiose con le quali deve combattere. L’uomo del popolo è al centro del pensiero e dell’estetica di Sembène Ousmane, pescatore già a quindici anni, e formatosi, come diceva lui, «nell’università della strada».

Ousmane nasce il 1 gennaio del 1923 a Zinguichor, nella povera regione di Casamance in Senegal, in una famiglia di pescatori e in un clima di opposizione al colonialismo. Uno zio religioso educa il giovane Sembène, gli insegna l’arabo e il francese e anche a non farsi colonizzare dall’uomo bianco. Ousmane cresce nel clima della lotta contro il colonialismo e il segno di questi anni si trova in Emitai (id. 1971): girato tra i Dioula, un’etnia della Casamance, il film è ispirato alla storia della regina An Sitoe che, durante la Seconda Guerra Mondiale, si era battuta contro le truppe coloniali che volevano confiscare il riso del suo villaggio. Emitai è anche il primo film di Ousmane girato fuori da Dakar, la città dove si trasferì sin da ragazzo per iniziare a fare uno dei 36 mestieri che proverà nel corso della sua lunga vita.

Nella capitale senegalese viene arruolato nella fila dell’esercito francese durante la Seconda Guerra Mondiale: l’esperienza della repressione dei neri per le proteste contro le ingiustizie e gli sprechi nel campo di Thiaroye durante la Guerra vengono ricordate dal regista nel film Camp de Thiaroye (Campo di Thiaroye, 1987) che vince il Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia del 1988. Quando fa ritorno a Dakar, nel 1946, partecipa ai primi scioperi dei ferrovieri che descriverà nel libro Les Bouts de bois de Dieu (Le punte di legno di Dio, 1960). Due anni dopo, Ousmane s’imbarca clandestinamente per la Francia: l’avventura precoce dei viaggi clandestini e della condizione degli immigrati sarà l’oggetto del suo primo libro Le Docker noir (Lo scaricatore nero, 1956).

Il regista si ferma a Marsiglia dove inizia l’attività di sindacalista e dove s’iscrive al Pcf (Partito Comunista Francese), nel quale rimarrà fino al 1960. In Francia inizia la sua attività di scrittore che ben presto accantonerà per dedicarsi al cinema perché dice «Mi sono reso conto che con i libri, in Africa, potevo raggiungere solo un numero limitato di persone». Grazie ai suoi film Ousmane raggiunge l’85% del popolo africano. Studia a Mosca presso lo studio Gorki con Marc Donskoj, nel 1966 realizza La noire de…(id. 1966): la storia del tragico destino di una ragazza assunta da una famiglia francese di Dakar che durante le vacanze estive ad Antibes subisce un processo di alienazione insopportabile. Con La noire de…, meditazione profonda sulla sottomissione dei neri, nasce il cinema africano: Ousmane s’impone subito come autore e il film viene selezionato per La Semaine de la Critique a Cannes.

Da questo momento Ousmane mette il suo cinema al servizio del popolo africano, contro il potere della religione e della nuova borghesia: la sua vita e i suoi film si confondono e si amalgamano. Nel 1968 dirige il suo secondo lungometraggio: una riflessione brechtiana sulla borghesia: Mandabi (Il Vaglia, 1968), il suo primo film a colori che conquista la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, dove vince il premio della critica. Sempre la nuova borghesia è al centro di Xala (L’impotenza sessuale temporanea, 1976): attraverso la vicenda di un borghese El Hadji Abdou Kader Beye che non riesce a consumare il suo matrimonio, Ousmane rappresenta simbolicamente l’incapacità della nuova classe dirigente di aiutare l’Africa.

Il regista osserva i cambiamenti postcoloniali e si rende conto che l’Africa «dopo 40 anni d’indipendenza è una giungla!». Nel 1992 con Guelwaar (id.,1992), premio speciale del Senato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Ousmane si oppone al potere occidentale: Guelwaar vuole essere anche un monito per le nuove generazioni. Il film è in lingua wolof, parlata dall’80% del popolo senegalese e sostenuta da Ousmane che scrive per «Kaddu», una rivista in lingua wolof: la convinzione di Ousmane è infatti quella che il regista sia il naturale successore dei griot che non esistono più, e dunque l’utilizzo della lingua locale è il primo passo verso la conquista dell’attenzione del popolo. La potenza e l’influenza pericolosa della religione si trovano in Guelwaar, ma soprattutto in Ceddo (id., 1977): il film, ambientato nel XVII secolo, descrive un periodo nel quale la popolazione vive sottomessa alla violenza di due potenze straniere e culturalmente diverse: l’Islam, che ha convertito il re e la sua corte, e il colonialismo europeo, rappresentato da un mercante di schiavi e da un prete cattolico, la cui chiesa è sempre vuota.

Ousmane non abbandona mai lo sguardo maieutico con il quale vuole scavare nella storia per capire e aiutare la società. La sua attenzione verso le donne che più di tutte subiscono i mutamenti culturali e politici dell’Africa è esplicita nei suoi film, ma in particolare nei primi due episodi della trilogia del quotidiano, della quale Ousmane è riuscito a portare a termine solo i primi due episodi. Il regista ha iniziato la sua trilogia nel 2000 con Faat Kiné (id., 2000), la storia di una donna che alleva da sola i suoi figli una volta che il marito l’ha abbandonata. Con il secondo film della trilogia, Moolaadé (id., 2004), Ousmane ha conquistato nuovamente il cinema mondiale: Moolaadè è stato anche tra i pochi film africani distribuiti in Italia. Il film è la riflessione sul dramma dell’escissione che Ousmane racconta con i modi del racconto orale: il villaggio si riunisce e discute per cercare di capire e risolvere i problemi. Sembène Ousmane ci ha lasciato con l’ultimo canto di un saggio griot che sotto l’albero, come in Niaye (id., 1964), riunisce la sua comunità e canta le sue storie, istruisce e fa sognare.

Cast & CreditsFilmografia
Borom Sarret, 1962
L’empire songhay, 1963
Niaye, 1964
La noire de..., 1966
Mandabi, 1968
Traumatisme de la femme face à la polygamie, 1969
Les dérives du chômage, 1969
Taw, 1970
Emitaï, 1971
L’Afrique aux olympiades, Basket africain aux J.O de Munich RFA, 1972
Xala, 1975
Ceddo, 1977
Camp de Thiaroye, 1987
Guelwaar, 1992
Faat-Kiné, 2000
Moolaadé, 2004

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 31 maggio 2019

Riapre la Biblioteca IsIAO

Grazie alla collaborazione tra la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e l’Associazione (...)

martedì 9 aprile 2019

Minervini in sala a maggio

CHE FARE QUANDO IL MONDO È IN FIAMME? (What You Gonna Do When the World’s on Fire?) il film (...)

lunedì 1 aprile 2019

Il Rwanda alla Casa delle Donne

RWANDA, IL PAESE DELLE DONNE è il documentario di Sabrina Varani che sarà proiettato lunedì 8 (...)

venerdì 29 marzo 2019

FESCAAAL 2019: Tezeta Abraham madrina

Il prossimo sabato 30 marzo alle ore 10.00 presso l’Auditorium San Fedele di Milano si terrà la (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha