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Il cinema arabo

di Aldo Nicosia

Tra storia e politica, ragioni e contraddizioni di un cinema da riscoprire

Nel nostro paese, per un effetto dovuto alla sindrome post-11 settembre, nell’ultimo decennio l’interesse per la lingua, la letteratura, la situazione politica dei paesi arabi è andato costantemente crescendo. Basta scorrere gli scaffali di una libreria ben fornita o magari fare un riscontro sugli iscritti ai corsi di arabo in una buona scuola di lingua. Quando però si tratta di vedere cosa offre l’editoria italiana sulle cinematografie dei paesi arabi, la situazione cambia. L’interesse c’è: a scarseggiare sono le competenze specifiche ma soprattutto l’apertura di orizzonti dell’editoria cinematografia italiana, che si trincera dietro il consueto alibi, secondo il quale, visto che non escono (o quasi) film arabi, e il discorso si estende a maggior ragione all’Africa, la pubblicazione di monografie non può che attrarre fette di mercato ipersettoriali e, in ultima istanza, infinitesimali.

Così, a cercare volumi sul cinema arabo in Italia si fa presto, nel senso che ci sono esclusivamente i volumi pubblicati nel 1976, 1993, 1997 e 2001 dall’équipe della Cineteca di Bologna coordinata da Andrea Morini, tracce vitali di una Mostra del cinema arabo che purtroppo non ha più potuto proseguire, mentre, in Italia, come in Europa, fiorivano, sull’onda di specifici programmi dell’Unione Europea, festival del cinema mediterraneo dal progetto culturale a dir poco incerto. Va salutato quindi con un sincero entusiasmo l’iniziativa di Carocci di pubblicare Il cinema arabo, breve studio curato dall’amico Aldo Nicosia, autore a suo tempo di una tesi di dottorato sul cinema del Medio Oriente e docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università di Catania. Si tratta di un testo che, per l’agilità e la leggibilità che lo contraddistinguono, può interessare una platea di lettori e cinefili ampia e diversificata.

Il volume, pubblicato nella collana “Le Bussole”, si presenta diviso in quattro capitoli, dedicati rispettivamente al cinema dell’Egitto, della Siria, del resto del Medio Oriente e del Maghreb. Dotato di una bibliografia aggiornata e di preziosi indici, lo studio permette ai non iniziati di ripercorrere la lunga storia delle cinematografie arabe, partendo dai primi vagiti negli anni Venti della Hollywood sul Nilo, dovuti alla presenza in Egitto di una vivace comunità di imprenditori e cineasti stranieri (italiani, in particolare), e ripercorrendone sia pure a volo d’uccello le tappe più significative: dallo stabilizzarsi negli anni Quaranta dello studio system all’egiziana, caratterizzato dai musical e dai melodrammi intepretati dalle stelle della canzone, all’emersione negli anni Cinquanta dei primi maestri del realismo (Salah Abu Seif, Youssef Chahine, Tawfik Salah).

Seguono gli anni Sessanta della nazionalizzazione nasseriana, che porta molte star e registi a trasferirsi in Libano, il trauma nel 1967 della guerra dei Sei Giorni (naksa) e la conseguente crisi che investe il settore pubblico, costringendo i cineasti a ripiegare in dolorosi esami di coscienza e ridefinire il proprio rapporto con il pubblico e con l’Occidente. Mentre l’egemonia egiziana nel settore cinematografico comincia ad essere insidiata dall’emergere di una nuova generazione di autori che, in Siria, in Palestina/Israele e nei paesi del Maghreb – da Nouri Bouzid a Merzak Allouache, da Jillali Ferhati a Michel Khleifi, da Mohamed Malas a Randa Chahal Sabbag – si tagliano i ponti con le cristallizzazioni patriarcali e patriottiche dei padri e aprono la strada a un cinema, se non sempre più libero – i vincoli della censura, di stato e di mercato, si fanno sentire tuttora –, sempre scritto in prima persona e non conciliante sul piano poetico e politico.

I meriti migliori dello studio sono legati all’acuta capacità di astrazione e sintesi in virtù della quale Nicosia riesce a tenere in pugno la barra della navigazione, tessendo una fitta rete di rimandi che riconducono il filmico ai domini della storia e della politica, che, anche e a maggior ragione nei paesi arabi, continua a condizionare pesantemente le condizioni operative in cui registi e cineasti si trovano a operare. Di grande cura e pertinenza risulta quindi la ricostruzione del contesto, specialmente nelle sezioni relative alla Siria e più in generale il Mashreq (Egitto e Medio Oriente).

Il doppio limite dell’operazione, sicuramente condizionato dal format costrittivo della collana, risiede nella tendenza a esaurire il momento della lettura del testo filmico nella trascrizione di una sinossi e nella citazione di alcuni pareri critici, con esiti piuttosto infelici nei casi di film, come Al massir/Le destin (Youssef Chahine, 1997- nella foto) o il recente Making of (Nouri Bouzid, 2006) che avrebbero meritato una disamina più personale e calibrata sugli aspetti stilistico-espressivi. Aggiungo che la scelta di citare nomi e titoli nella traslitterazione araba corretta, di per sé formalmente ineccepibile, priva di fatto il lettore comune della possibilità di approfondire in rete la propria curiosità, visto che, tanto per capirci, digitare “Youssef Chahine” su Google produce una lista di 185.000 pagine, mentre ce ne sono meno di 300 per “Youssef Shahin”.

Leonardo De Franceschi

Aldo Nicosia
Il cinema arabo
Roma, Carocci, 2007, 128 pp.

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