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La gran final

di Gerardo Olivares

L'ultimo stadio (della globalizzazione)

A poco più di un anno dalla vittoriosa finale dei Campionati del Mondo che ha segnato la scorsa estate, la Mikado fa uscire sugli schermi italiani La gran final (Il grande match, 2006), curiosa commedia on the road ispano/tedesca diretta dal documentarista Gerardo Olivares, il cui plot ruota proprio intorno alla finale del Mondiale precedente, vinta a Yokoama dal Brasile sulla Germania. Grazie al film, (ri)scopriamo che il calcio non solo cementa l’unità nazionale, magari stemperando le tensioni interrazziali (si pensi alla Francia Black Blanc Beur del 1998), ma è uno dei più potenti vettori simbolici della globalizzazione, visto che, almeno per due ore ogni quattro anni, tiene incollati al teleschermo qualche miliardo di persone.

Olivares vuole raccontare questa storia da una prospettiva tricontinentale, eccentrica, sudista. Prende così una famiglia di pastori nomadi mongoli, una carovana di tuareg nigerini e un villaggio di indios dell’Amazzonia e ci fa seguire in parallelo le disavventure che i nostri eroi devono affrontare per riuscire in qualche modo a vedere l’agognata finale. Sì, perché approntare un televisore in una capanna sui monti Altai, su una radura del deserto del Teneré o nel cuore della foresta amazzonica non è uno scherzo. Specie se le donne usano il cavo dell’antenna satellitare per intrecciarsi i capelli, i russi tagliano la corrente sul più bello oppure bisogna prendere il segnale da un improponibile albero di metallo.

La carovana tuareg con tanto di televisore al seguito, pur di raggiungere l’albero in questione, una strana impalcatura lasciata forse da qualche Ong, chiede aiuto a un camionista diretto ad Agadez con un carico di merci e passeggeri tutt’altro che felici dell’inattesa deviazione. Ne nascono diversi gag divertenti, quando si tratta per esempio di scegliere chi dei nomadi deve rimanere indietro a custodire i cammelli (e la sorte condanna un corpulento nero, lasciato con una radio dalle pile scariche), o il pilota contratta per l’acquisto del paginone di Playboy, da appendere in cabina come fanno gli autisti europei. Per il resto, una volta arrivati a destinazione, l’unico problema è costituito dal padrone del televisore, che pretende che tutti tifino Germania. Il volet africano è stato girato in tamashek, come negli altri casi facendo ricorso esclusivamente a interpreti non professionisti. Nella colonna sonora, fa spicco un brano dei popolari Tinariwen.

Manco a dirlo, nel Sahara come in Mongolia, quasi tutti fanno il tifo per Ronaldo e compagni, ma Olivares si guarda bene dal sovraccaricare il tono da commedia di valenze terzomondistiche, cercando se mai di vivacizzare il racconto con qualche sottopista narrativa: il prete americano che in Brasile vede solo partite di baseball, il touareg che tifa Germania per gratitudine verso il dottore tedesco che gli ha regalato il televisore, il militare mongolo sicuro che alla fine i teutonici arriveranno almeno ai supplementari. E tuttavia, nel gag del paginone di Playboy, o nell’episodio della caccia alla scimmia commentata come una radiocronaca calcistica, si ride amaro, pur senza nessun compiacimento di jacopettiana memoria, alla vista di questa umanità pronta a tutto pur di trepidare per due ore scarse alle gesta di ventidue sgambettanti circenses in mutande.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
La gran final (Il grande match)
Regia: Gerardo Olivares; sceneggiatura: Gerardo Olivares, Chema Rodríguez; fotografia: Gerardo Olivares; montaggio: Rosario Sáinz de Rozas; musica: Martin Meissonnier; interpreti: Atibou Aboubacar, Ahmed Alansar, Tano Alansar, Abu Aldanish, Kenshleg Alen Khan, Mahamadou Alzouma, Boshai Dalai Khan; origine: Spagna/Germania, 2006; formato: 35 mm; durata: 85’; produzione: Stefan Beiten per Wanda Films S.L., Televisión Española (TVE), Greenlight Media AG; distribuzione: Mikado; scheda del film: www.mikado.it

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