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Are We Done Yet?

La casa dalle finestre che sbadigliano

Sempre più orientato a riposizionarsi come rassicurante protagonista di commedie per famiglie – lontano anni luce ormai il passato da incendiario cantante di gangsta rap e cattivo di talento (Boyz in the Hood, L’università dell’odio) –, Ice Cube, dopo il buon successo di pubblico negli States di Are We There Yet? (Io lei e i suoi bambini, 2005) è tornato sul luogo del delitto con questo ancor meno memorabile sequel, Are We Done Yet? (Finalmente a casa, 2007). Sostituito Brian Levant con un altro specialista di commedie brillanti, Steve Carr (Il Dottor Dolittle 2, L’asilo dei papà), e mantenuto invariato il cast principale, il buon O’Shea Jackson (questo il nome all’anagrafe di Ice Cube), anche in questo caso nella duplice veste di attore e produttore, stavolta ha raccolto poco dal responso del box office statunitense (appena 50 milioni di dollari, contro gli 82 del film precedente), mentre i lettori di IMDB lo hanno inserito al 60° posto tra i 100 peggiori film della storia.

Il plot riparte da dove abbiamo lasciato il massiccio e sornione protagonista: premiato dall’amore della bella Suzanne (Nia Long), Nick Persons ha accolto nel suo minuscolo appartamento da single anche i di lei indisponenti ragazzini, il timido e malaticcio Kevin (Philip Daniel Bolden) e la vivace e volitiva Lindsey (Aleisha Allen). Tra una zuffa domestica e l’altra, dovrebbe lavorare all’intervista a Magic Johnson che deve lanciare il primo numero della rivista sportiva su cui ha investito i risparmi, ma non trova pace. Finché Suzanne non gli rivela di essere incinta di una coppia di gemelli, costringendo il neopadre a prendere in mano la situazione. Ma Nick riesce a trovare una casa monofamiliare fuori Vancouver e, superando non poche perplessità da parte soprattutto dei figliastri, si trasferisce con loro in questo stabile enorme e dalle finiture antiquate, prospettatogli da Chuck Mitchell (John C. Mc Ginley), un petulante agente immobiliare, come un vero affare.

Ben presto si renderà conto che la dimora, visitata ogni notte da un vorace e dispettoso procione è oltretutto in realtà infestata da parassiti del legno, ha gli impianti fatti ai tempi della guerra di Secessione, insomma è una topaia che sta su per miracolo. Peggio ancora, scopre che per tirarsi dai guai, deve affidarsi necessariamente al fastidioso e poliedrico Chuck, che ha una decina di vite e competenze parallele – supervisore di ristrutturazioni edili, ispettore di pubblica sicurezza, ex giocatore di NBA, ostetrico new age, ballerino di danze polinesiane… – alcune delle quali essenziali e soprattutto detenute in regime di esclusività. Così tra improponibili guru hawaiani della carie del legno, e improvvidi idraulici ipovedenti, Nick dovrà dominare gli scatti d’ira e imparare soprattutto a fare l’uomo di casa, affrontando procioni, pipistrelli, termiti, senza perdere di vista il silenzioso Kevin, l’indipendente Lindsey e una Suzanne sempre più vicina al giorno del parto.

Il canovaccio, ripreso da un piccolo classico della commedia sofisticata anni Quaranta come Mr. Blandings Builds His Dream House (La casa dei nostri sogni, 1948), diretto da H.C. Potter e interpretato da Cary Grant e Myrna Loy, e già rivisitato da Richard Benjamin in un trascurabile filmetto con Tom Hanks (Casa, dolce casa?, 1986) è di per sé assai esile. Il trattamento di Hank Nelken non brilla per originalità di situazioni né per verve dialogica, attestandosi su una cifra di mediocrità assai poco aurea. La regia (?) di Steve Carr dovrebbe servire la performance degli interpreti. Peccato che Ice Cube, nonostante si sforzi nel tirar fuori un’anima slapstick da quel corpaccione biespressivo (con sopracciglio arcuato o disteso: più dinamico il suo doppio cartoon dei titoli), finisce per vedersi rubare la scena dall’overstatement isterico di McGinley (il Dott. Cox della serie Scrubs-Medici ai primi ferri), mentre, eccezion fatta per la brillante Aleisha Allen, gli altri attori offrono una prestazione modesta. Una visione da arena estiva insomma, nell’attesa poco febbrile di First Sunday, in arrivo anche da noi in primavera, in cui il barbuto Ice Cube vestirà i panni di un ladro da strapazzo, destinato a redimersi dopo aver tentato di rubare in una chiesa. Sembrerebbe un film di natale, e invece nemmeno.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Are We Done Yet? (Finalmente a casa)
Regia: Steve Carr; sceneggiatura: Hank Nelken, dai personaggi di Steven Gary Banks e Claudia Grazioso, dal film Mr. Blandings Builds His Dream House (La casa dei nostri sogni, H.C. Potter, 1948); fotografia: Jack N. Green; montaggio: Craig Herring; sonoro: Kelly Oxford; scenografia: Nina Ruscio; costumi: Jori Woodman; musica: Teddy Castellucci; animazione: Bob Kurtz; interpreti: Ice Cube, Nia Long, John C. McGinley, Aleisha Allen, Philip Daniel Bolden, Jonathan Katz, Linda Kash, Alexander Kalugin, Dan Joffre, Pedro Miguel Arce; origine: USA, 2007; formato: 35 mm; durata: 92’; produzione: Ice Cube, Todd Garner e Ted Hartley per Revolution Studios; distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia; sito ufficiale: www.sonypictures.com

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