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Andalucia

di Alain Gomis

Venezia 64. Manuale di volo

Ci sono dei film, incompiuti, imperfetti, squilibrati, che esibiscono con tanta disarmante sincerità la propria fragilità strutturale da suscitare commozione e la voglia di sostenerli per partito preso. È il caso di Andalucia, opera seconda di Alain Gomis, regista franco-senegalese che aveva suscitato numerosi pareri positivi con il suo esordio L’Afrance (2002), storia di un giovane senegalese che, scaduto il permesso di soggiorno, comincia a interrogarsi sul senso della sua presenza in Francia, cercando risposte dentro e fuori i modelli letterari (lo Cheikh Hamidou Kane di L’Aventure ambiguë) e politici (Lumumba, Touré) con cui è cresciuto. Andalucia, presentato nella sezione Venice Days, si colloca in continuità con L’Afrance, continuità evidente nelle scelte del cast tecnico e artistico: tutti gli attori principali avevano avuto un ruolo, più o meno rilevante, nel film precedente.

Ma il nesso più forte è legato alla centralità di sguardo di un unico personaggio, maschile, la cui crisi innesca un processo di ricerca interiore che si intreccia e confonde con il plot propriamente detto. Corpo e sguardo appartengono qui a Yacine (Samir Guesmi), un giovane di origini algerine, cresciuto in una cité fra mille problemi e ora autoesiliatosi in un camper nella prossimità di un circo: insofferente nei confronti di tutto ciò che sembra attentare alla sua libertà (legami affettivi, lavori stabili e quant’altro), Yacine dissipa gioiosamente il meglio delle sue energie nei rapporti umani, con bambini (quelli che l’agenzia interinale gli affida di tanto in tanto), donne (quelle che abborda un po’ dovunque e cedono senza riserve davanti alla sua carica di sensualità indifesa), senza dimora (quelli che popolano Place de la Republique a Parigi, una corte dei miracoli dove incrociano filosofi, scienziati, griot e ciarlatani di ogni risma).

Come l’albatros baudeleriano, Yacine sta in pace con se stesso solo quando si libra nell’aria e vive in un tempo improduttivo: non appena rimette piede a terra ricomincia a trascinare maldestramente il suo corpo goffo e sgraziato. Come essere riconosciuto e accettato senza rinunciare a nessuno dei tanti progetti di vita possibili? Forse nel cinema, dove anche alcuni amici senegalesi recitano facendo piccoli ruoli. Ma al primo provino Yacine non sa jouer, davanti al compito di simulare una crisi coniugale con un’altra aspirante attrice, dà sfogo ad antiche frustrazioni covate per poi pentirsi di aver esagerato. L’unica donna che potrebbe strapparlo a questa esistenza precaria è una modella, Lisa (Delphine Zingg), con cui non fatica a stabilire un contatto sul filo degli sguardi e dei gesti. Ma basta che passi a visitarla, senza preavviso, nell’appartamento borghese in cui vive, con marito e figlio, per sentirsi di nuovo come un alieno in quel tableau vivant di quieta felicità domestica dove, incomprensibilmente, lei dice di sentirsi chez soi.

Del resto, a casa Yacine non si sente neanche quando torna a far visita ai suoi in banlieue. Non ha mai perdonato al padre carrozziere, ormai malato, di essersi convertito al cristianesimo («Chi ti è apparso per convincerti? Sant’Agostino? Va bene che siete nati nella stessa città…»), non capisce il fratello minore che gioca a fare il rapper incazzato né la madre inquieta per la vita da gitano che porta avanti. Finché la sua vita prende la piega di un racconto sufi, e inseguendo la suggestione («Vaya a Toledo!») di una passante, Yacine si ritrova a interpretare, stavolta da protagonista riconosciuto, un nuovo film, ispirato a un racconto sufi, e seguendo il filo di misteriosi messaggi finisce nella città dove muore El Greco e, all’interno della sua casa-museo, si rispecchia nei suoi ritratti di signori e cortigiani dal volto scavato e dagli occhi febbrili. Ed è proprio in questo luogo dell’anima, un’Andalusia fuori dal tempo e lontana dal consorzio umano, che Yacine scopre (si ricorda?) di saper volare.

(Ri)percorrere l’intreccio del film è come saltare da un blocco di ghiaccio all’altro, rischiando costantemente di scivolare e perdersi nel flusso di incontri e schegge memoriali che costellano l’itinerario del protagonista. Straniero in un paese in cui non riesce ad essere riconosciuto, Yacine ha riempito le pareti della sua roulotte di foto, tenute insieme da un filo come in un collage dadaista, immagini non solo fisse, che abitano il suo presente e arrivano da chissà dove: come quella di un derviscio rotante trasportato dall’estasi, di un Pelé in stato di grazia che inganna il portiere con un trucco di geniale (e improduttiva: il tiro finisce fuori dai pali) fantasia, di una processione cristiana con tanto di madonne e portantini col cappuccio rosso (un flashforward che anticipa l’epilogo in Spagna). E Gomis corre il rischio di non costruire un’impalcatura narrativa al suo racconto, lasciando lo spettatore senza rete, salvo un’esile trama di ragnatela, che conduce da un frammento a un altro, da un momento forte all’altro, come in una perenne attesa rosselliana dell’attimo senza cause né conseguenze apparenti.

L’unico punto di riferimento di questa tessitura di intensità più o meno marcate - giocate volta a volta su una suggestione pittorica (Yacine e i bambini di una classe, completamente ricoperti di colore, si rovesciano su una tela disposta sul pavimento, come in un’esperienza postpollockiana), grafico-cinetica (Yacine che fa a pezzi una a una le vetrinette di una gioielleria), plastica (il padre di Yacine che impasta con infinita cura lo stucco e ripara la carrozzeria di un auto), o ritmico-musicale (il refrain martellante della musica sufi che accompagna la danza del derviscio) - è il corpo attoriale di Samir Guesmi, gettato senza filtri nell’agone del set. Un set povero (malgrado la coproduzione franco-spagnola) e ciononostante troppo euforicamente liberato da imperativi di ordine simbolico, narrativo, economico. L’euforia rischia costantemente di far dimenticare la sofferenza del personaggio, l’esilio interiore rischia di passare per consapevole autoreclusione, la rinuncia mistica all’ego si rovescia paradossalmente in narcisistica autocelebrazione della propria centralità, la fusione nell’Uno dell’epilogo diventa annullamento regressivo del molteplice. Derive dell’intepretazione volutamente disseminate e autorizzate da un metodo compositivo contiguo alla scrittura automatica ma che poggiano su un’insidiosa scommessa, l’adesione a un corpo attoriale (Guesmi, appunto) che si può non amare.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Andalucia
Regia: Alain Gomis; sceneggiatura: Alain Gomis; fotografia: Benoit Chamaillard; montaggio: Fabrice Rouaud; sonoro: Guillaume Lebraz, Vincent Guillon; scenografia: Alexandre de Dardel; costumi: Virginie Montel; musica: Patrice Gomis; interpreti: Samir Guesmi, Delphine Zingg, Djolof Mbengue, Bass Dhem, Axel Bogousslavsky, Abdelhafid Metalsi; origine: Francia/Spagna, 2006; formato: 35 mm; durata: 90’; produzione: Edouard Mauriat e Anne-Cécile Berthomeau per Mille et Une Productions, Mallerich Films, Paco Poch; sito ufficiale: www.1001productions.net; scheda del film: http://www.venice-days.net

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