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24 mesures

di Jalil Lespert

Venezia 64. Un Natale senz'albero

L’edizione numero 22 della Settimana Internazionale della Critica, sezione autonoma della Mostra di Venezia promossa dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, diretta per il terzo anno da Francesco Di Pace, dopo l’omaggio al grande Sembène Ousmane, è stata aperta da 24 mesures di Jalil Lespert. Un esordio dietro la mdp molto atteso questo di Lespert, fra i volti più riconoscibili dell’ultimo cinema transalpino, premiato nel 2001 con il César come "migliore speranza maschile" per il ruolo che l’ha lanciato in Risorse umane di Laurent Cantet, ma che abbiamo rivisto lavorare, tra gli altri, con Alain Resnais (Mai sulla bocca, 2003) e Robert Guédiguian (Le passeggiate al Campo di Marte, 2004; Le Voyage en Armenie, 2006).

L’intreccio copre due giorni della vita di quattro giovani, incrociandone sottilmente i destini alla vigilia di Natale. Anzitutto Helly, una Lubna Azabal sfiorita tra prostituzione e droga, cattive frequentazioni e pessime tinture per capelli, e immalinconita dalla lontananza dal bambino, che è costretta a tenere in un istituto. Sulla sua (ancor breve) strada, Helly troverà Didier (Benoît Magimel), un tassista minato dal rapporto difficile col padre, ora ridotto a vegetare in un letto d’ospedale. L’incontro con Helly, cui chiede di far finta di essere la sua ragazza davanti al padre, gli restituisce una luce di speranza: forse Dio, che prega e bestemmia senza requie, si è ricordato di lui.

Meno fragile, ma non per questo più sicura delle sue emozioni, questa due giorni di incroci fatali coinvolge anche Marie (Bérangère Allaux). Androgina, tentata da un’amica lesbica, irritata da una madre gelida ed egotistica (Marisa Berenson), Marie fugge i suoi fantasmi facendo rotta con la sua auto verso nord. Ultimo ad entrare in scena, Chris è un batterista che sta per affrontare l’incontro della sua vita, quello con Briggs, un vecchio jazzista nero che ha segnato per sempre la vita del padre. Alcuni di loro si ritroveranno sul letto di un albergo, per dare un senso a questa incerta deriva che è diventata la loro vita.

Circondato da un cast tecnico all’altezza, Lespert esibisce una sorprendente sicurezza nella scrittura filmica, alternando pattern di ripresa che insistono sulla continuità (come il virtuosistico omaggio d’apertura al talento attoriale di Lubna Azabal), segmenti volutamente fratti e sincopati, e sequenze di montaggio in cui la musica tesse trame suggestive fra più situazioni. Altrettanto felice, ma questo era più facile aspettarselo, la direzione degli attori, giocata su una dialettica sottile di toni, fra l’esagitazione nevrotica di Magimel (una performance che guarda al modello pesante di De Niro), l’irrequietezza incerta di Bouajila (un ruolo un po’ sacrificato il suo, confinato nel blocco narrativo più irrisolto), la vivacità declinante di Azabal (che, dopo Exils e questo, rischia di essere relegata a ruoli di ex-principessa freak, rosa da un infelice destino), e la risoluta fragilità (in)consapevolmente seduttrice di Allaux.

Lo scotto dell’esordio viene pagato soprattutto a livello di sceneggiatura. Il plot è appesantito da un determinismo connotato in chiave religiosa (particolarmente infelice la sequenza in chiesa, con Helly schiacchiata dal suono delle campane; ma Didier ha un rapporto ancora più contorto con Dio) e da un quarto atto – quello che, attraverso la centralità del discorso del jazzista nero, cui rinvia il titolo del film, col riferimento alle 12 battute con cui i musicisti blues sanno di dover sintetizzare il tema di un pezzo, dovrebbe far lievitare il respiro del film – narrativamente assai debole, benché illuminato dalla presenza carismatica di Archie Shepp. Aggiungiamo, come una nota a piè di pagina, che dal profilo dei due personaggi interpretati da due dei corpi più intensi del cinema delle diaspore africane in Francia (Bouajila e Azabal) sono accuratamente espunti rimandi a un’eventuale origine non franco-francese. Ma il pollice, per Lespert, figlio di un attore francese e di un’avvocata algerina kabila, che ha legato il suo nome anche a titoli (significativi) come Inch’Allah dimanche (Yamina Benguigui, 2001) o comunque curiosi del cinema “postbeur” francese come Virgil (Mabrouk El Mechri, 2005), non può che rimanere alto: il talento c’è e si vede.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
24 mesures
Regia: Jalil Lespert; sceneggiatura: Jalil Lespert, Yann Apperry; fotografia: Josée Deschaies, Elin Kirschfink; montaggio: Laurence Briaud; costumi: Sandra Berrebi; musica: Silver Mount Zion; interpreti: Benoît Magimel, Lubna Azabal, Sami Bouajila, Bérangère Allaux, Marisa Berenson, Archie Shepp; origine: Francia/Canada, 2007; formato: 35 mm; durata: 90’; produzione: Béji Wassim per Wy Productions; pressbook del film: www.filmpressplus.com

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