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Cous cous (La Graine et le mulet)

di Abdellatif Kechiche

Chi non ha tempo aspetti tempo

Dall’11 gennaio, in 30 copie di cui almeno tre in versione originale, arriva nelle sale italiane l’atteso La Graine et le mulet di Abdellatif Kechiche, più prosaicamente ribattezzato Cous cous dai distributori italiani (Lucky Red). Arriva quattro mesi dopo le ovazioni tributatigli umanimemente da pubblico e critica quando il film è stato presentato in concorso alla Mostra di Venezia, portandosi a casa solo il Gran Premio della Giuria ex-aequo, il Premio Marcello Mastroianni a Hafsia Herzi come Miglior attore rivelazione e il Premio Fipresci, seguito da una piccola scia di polemiche indotte dalla delusione non nascosta dal regista alla serata di premiazione. Arriva qualche settimana dopo l’uscita francese del 12 dicembre (in più di 120 copie) inaugurata trionfalmente dal Prix Louis Delluc e salutata da un ampio consenso di pubblico: oltre trecentomila spettatori, e il film è ancora in programmazione in numerose città.

Lo abbiamo raccontato a caldo da Venezia: alla proiezione ufficiale piangevano tutti, dalle ingenue mascherine alle addette stampa indurite dagli anni. Dietro la mdp c’è il tunisino Kechiche, che quattro anni fa con L’Esquive (La schivata), delicato racconto di formazione sentimentale, aveva stupito il salotto buono del cinema francese, portandosi a casa quattro César (film, regista, sceneggiatura, attrice rivelazione). La semola e il muggine: c’è qualcosa di profondamente poetico in questo titolo. Con il suo carattere indexicale, descrittivo, privo di apparenti valenze simboliche, si limita a richiamare l’attenzione sui due ingredienti base del cuscus al centro del plot, come ad autorizzare subito una chiave di lettura fenomenologica, tesa a mettere in valore corpi, forme, suoni. Inoltre la scelta assume consapevolmente, senza eluderla, la sfida di comunicare una verità sovrasegmentale, che passi al di là dei significati verbali, ed accetta il rischio della dissipazione (perdita parziale?) del significato, pur di conservare con un’attenzione quasi sacrale, la pregnanza del senso.

Siamo a Sète, cittadina portuale vicino Marsiglia. Slimane (Habib Boufares), sulla sessantina (ma ne dimostra dieci di più), viene fatto fuori dal cantiere navale per cui lavora da una vita. È l’ennesima tegola sulla testa. Ha un matrimonio fallito alle spalle, anche se passa a trovare ogni giorno l’ex-moglie e i numerosi figli, tutti alle prese con lavori precari e sottopagati. Neanche il calore di Latifa (Hatika Karaoui), che ha una pensione sul porto, e della figlia adolescente Rym (Hafsia Herzi), che lo ama come fosse il padre, riesce a cancellare il senso di inutilità che si porta dentro. Finché un giorno, mentre con una pala meccanica sta per distruggere una nave, gli si accende una piccola luce. Quando va alla banca per chiedere un prestito, accompagnato da Rym, nessuno sembra disposto ad aiutarlo: chi investirebbe 45 mila euro in un progetto di trasformazione di un relitto di nave in ristorante tunisino, presentato da un vecchio operaio in pensione, per giunta senza garanzie?

Circondato da un piccolo mondo vociante e febbricitante, che cova sorde frustrazioni, gelosie, risentimenti, Slimane sembra destinato all’ennesimo scacco, anche perché il piatto forte del ristorante sarà il cuscus di pesce che cucina con sapiente cura l’ex-moglie Souad (Bouraouïa Marzouk), circostanza che Latifa subisce come un’umiliazione irrimediabile. Senza aspettare permessi o finanziamenti, assistito solo dal figlio ventenne Riadh (Mohamed Benabdeslem) e da Rym, Slimane si rimbocca le maniche e ristruttura alla meglio la nave. L’unica chance per lui è preparare una grande serata in cui invitare tutti i notabili della cittadina perché tocchino con mano le potenzialità del progetto. Arriva il giorno fatidico e Souad e le quattro figlie si mettono al lavoro per la cena. Anche gli attempati amici musicisti che suonano nel salone della pensione di Latifa sono della partita. Ma le antiche tensioni che separano le due famiglie di Slimane e la crisi coniugale che oppone il figlio Majid alla moglie Julia, un’immigrata russa, esplodono nel momento sbagliato. Il successo della serata è appeso a un esile filo.

All’uscita dalla sala - non me ne vorrà l’amico Erfan Rashid di «Al Hayat» se riferisco il suo aneddoto - uno spettatore ha detto al vicino: «avevo bisogno di un caffé ma sarei rimasto dentro un’altra ora». Estimatori e detrattori del film concordano quasi tutti nel riconoscerne l’eccessiva lunghezza. Ma i 151 minuti di La Graine et le mulet sono meno dei 155 di The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford di Andrei Dominik, meno dei 156 di Se, jie (Lust, Caution) di Ang Lee. Certo, a sentire quanto ci ha raccontato nella bella intervista di ieri, se fosse dipeso da Kechiche il film avrebbe avuto una durata ancora maggiore, visto che ha dovuto sacrificare almeno due scene cui teneva particolarmente. So what? Caffè o non caffè, passare queste due ore e mezza a passeggiare - o a correre, come fa il povero Slimane nel prefinale - fra la casa di Souad, la pensione di Latifa e il molo dov’è ormeggiata "La Source" è un’esperienza spettatoriale che fa allargare il cuore.

Il tempo ha un valore, considerevole, in tempi di globalizzazione. Il fatto è che Kechiche è stato il primo a chiedere, a se stesso e a quanti lo hanno accompagnato, in questi quattro anni di preparazione, tutto il tempo che ci voleva per dare forma a questo piccolo mondo che circonda il suo Slimane, eroe stanco e silenzioso di una generazione arrivata in Francia (e non solo) a metà del secolo scorso e rosa dal tormento di aver fatto la scelta sbagliata. È infatti ai padri che Kechiche ha dedicato il suo capolavoro, a quello biologico naturalmente - amico dell’ex-operaio Habib Boufares, qui alla prima apparizione sul grande schermo - ma anche a Mustapha Adouani, l’indimenticabile interprete di L’Homme de cendres, Halfaouine e altri classici moderni del cinema tunisino che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Slimane ma ha dovuto lasciare il set, minato da un tumore che ce l’ha rubato nello scorso dicembre. E ha chiesto tutto il tempo, mesi di prove, agli altri interpreti, così da rivedere la partitura dialogica insieme a loro e creare quella sincronia miracolosa e necessaria all’esecuzione di un pezzo di cinema d’antologia come la sequenza del pranzo domenicale.

Ecco, sta proprio nella felice metafora della composizione musicale, evocata dallo stesso regista/attore in conferenza stampa, che sta il piccolo grande segreto di La Graine et le mulet. Difficile paragonare a qualcosa di diverso da una jazz session la performance dei suoi splendidi non attori, a partire dall’intensa Hafsia Herzi, forse l’apparizione più folgorante del cinema franco-maghrebino, dai tempi di Les Silences du palais con Hend Sabri. Il fatto è che la partitura di Kechiche è rigorosamente contraria al celibato autoriale (o spettatoriale), invoca una partecipazione complice e attenta, in grado di apprezzare il gioco vocale dei cori e dei duetti, dei recitativi e degli assoli. I personaggi vivono di un tempo inessenziale, che travalica la soglia dei facili stereotipi - anche quelli da commedia un po’ populista, alla Guédiguian -, non vivono della necessità di esaurire un compito narrativo funzionale, nonostante qualsiasi parafrasi del plot sembri suggerire il contrario. Proprio il tempo è infatti il segreto della semola, potremmo concludere, parafrasando il titolo con cui il film verrà distribuito nella lontana Australia.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Cous cous (La Graine et le mulet)
Regia: Abdellatif Kechiche; sceneggiatura: Abdellatif Kechiche; adattamento dialoghi: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix; fotografia: Lubomir Bakchev; montaggio: Ghalia Lacroix, Camille Toubkis; sonoro: Nicholas Waschkowski, Olivier Laurent, Eic Legarçon, Eric Armbruster; scenografia: Benoît Barouh; costumi: Maria Beloso Hall; interpreti: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Farida Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouïa Marzouk, Alice Houri, Cyril Favre, Leila D’Issernio, Abdelkader Djellouli, Bruno Lochet, Olivier Lousteau, Sami Zitouni, Sabrina Ouazani, Mohamed Benabdeslem, Hatika Karaoui, Henri Rodriguez, Nadia Taouil; origine: Francia, 2007; formato: 35 mm; durata: 151’; produzione: Claude Berri per Hirsch/Pathé Renn Production; distribuzione: Lucky Red; sito ufficiale: www.lagraineetlemulet-lefilm.com; sito italiano: www.luckyred.it/couscous

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