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Nient'altro che la verità

di Leonardo De Franceschi

Conversazione con Abdellatif Kechiche

Abdellatif Kechiche ha un sorriso gentile. Passa da un’intervista all’altra ma non sembra stanco e anzi trattiene i giornalisti più del dovuto, creando più di qualche problema alle amiche dell’ufficio stampa. Lo abbiamo incontrato all’Hotel Excelsior, all’indomani della trionfale proiezione in Sala Grande del suo La Graine et le mulet (Cous cous), da gennaio in diffusione anche nelle sale italiane. In occasione dell’uscita del film, distribuito da Lucky Red, ripubblichiamo l’intervista fattagli a settembre.

In La Faute à Voltaire (Tutta colpa di Voltaire, 2000) ha lavorato con attori emergenti come Sami Bouajila, Aure Atika ed Elodie Bouchez. Dopo L’esquive (La schivata, 2002) e La Graine et le mulet, viene da pensare che preferisca lavorare con attori non professionisti, il che sembra un po’ paradossale per un regista che nasce come attore e viene proprio dal teatro.
Prima di girare un film non penso mai se voglio avere attori professionisti o no. La scelta la faccio in funzione del mio metodo di lavoro, che ci ho messo un po’ a mettere a punto. Questo metodo presuppone un certo tempo, necessario agli attori per maturare insieme ai loro personaggi e anche a me per stabilire un certo rapporto con loro. Non ho niente in contrario a lavorare con attori professionisti, il problema è che non hanno mai tempo. Non vi nascondo che avevo proposto il personaggio di Karima a Aure Atika, ma lei ha lo stesso problema: sono sempre presi per un film, un’intervista, un viaggio. Peraltro, l’idea da cui sono partito era di utilizzare gli stessi attori di La faute à Voltaire. Fortunatamente per loro hanno fatto carriera, ma lavorare così non corrisponde più al mio metodo di lavoro. Ne rimangono comunque tre. Il ruolo di Carole Franck sul battello è piccolo, ha una battuta sola ma ho dovuto tagliare molto nel montaggio del film, poi c’è anche Bruno Lochet e Olivier Lousteau. Quindi nessuna scelta consapevole. Adoro lavorare con attori professionisti, che con il loro mestiere, la loro tecnica potrebbero arricchire il mio lavoro, ma purtroppo non sono compatibili con la disponibilità che domando agli attori.

Da un attore-regista ci si aspetterebbe che riprendesse con inquadrature lunghe e magari in profondità di campo, anche perché sarebbe forse più facile lavorare così con attori non professionisti, mentre invece la cifra dominante a livello stilistico nella sequenza del pranzo ma non solo è un montaggio serrato, fatto di primi e primissimi piani. Con quante macchine da presa ha girato per esempio la sequenza del pranzo?
La scena è fondamentale. Mi piace molto filmare scene in cui la gente mangia. Ho usato due cineprese. Sarebbe stato impossibile usarne di più perché altrimenti sarebbero entrate in campo. Nei piani larghi ho usato due cineprese ma per quelli stretti ne ho usata una sola. Per il resto l’essenziale sono le prove. Una volta che il testo è pronto, faccio molte prove con gli attori come se stessimo a teatro, e allora al momento di girare tutto diventa più facile ed automatico. Non cerco di ottenere la spontaneità della prima ripresa. La verità che esprime un attore ho l’impressione che possa essere ripetuta. L’esigenza è ottenere questa verità definitiva che ho in testa, e vado avanti con le prove finché non l’ho raggiunta. D’altra parte c’erano dei dialoghi molto belli in sceneggiatura che ho dovuto tagliare, perché erano troppo scritti e gli attori non riuscivano a farli propri. Le prove permettono di cancellare ogni forzatura e falsità a livello di dialoghi. La prima versione poi durava un’ora di più, ma non poteva essere accettata dai distributori. Già un film lungo due ore e mezza fa perdere al distributore uno spettacolo al giorno, se arrivava a tre ore, avrebbero perso due spettacoli. Ma è vero che mi piacerebbe fare dei film che durano che so, un giorno o comunque molte ore, in cui la gente può uscire e rientrare in sala. E’ davvero il mio sogno. Tutto il contrario di quello che invece chiedono ora, di fare film di un’ora e mezzo massimo, così possono venderti la Coca Cola e quant’altro. Per quanto riguarda le scene che ho tagliato, ce n’era una molto bella ma troppo lunga del padre che recupera l’ultimo vagone di un treno destinato ad essere distrutto, e lo depone con la gru sulla nave. La scena del pranzo era ancora più lunga, si parlava d’amore, e molto anche delle difficoltà del mondo operaio: ci tenevo molto a che venisse fuori un’atmosfera da banchetto di Platone. Un’altra scena che amavo molto mostrava i musicisti che salivano sul battello e lo trovavano molto brutto, volgare, di cattivo gusto, e cominciavano ad assumere un’aria snob, a fare commenti molto buffi: era una scena inessenziale per la storia ma davvero molto divertente.

Il gioco dialogico dei personaggi di L’esquive ma anche di La Graine et le mulet è pressoché impossibile da tradurre per un pubblico non francofono. I personaggi spesso parlano sovrapponendosi, con un ritmo concitato: i sottotitoli non ce la fanno a star dietro al ritmo, e il doppiaggio appiattisce il colore espressivo delle voci. A volte però, si ha l’impressione che questi dialoghi siano come il rumore dei personaggi, che contino non tanto per le informazioni che danno, quanto per la forza drammatica che sprigionano. Penso per esempio alla lunga sequenza in cui Julia si sfoga per l’ennesima umiliazione che subisce.
Sì, sono convinto che, anche se non si capisce il significato, il senso può passare per la voce, per lo sguardo, per il gesto. Mi domando anzi se si potrebbe comprendere il film in versione originale, senza leggere affatto i sottotitoli. Il suono è qualcosa che viene da dentro, a volte è più espressivo di una frase. La maniera in cui la madre ha preparato il cuscus è più importante del gusto del cuscus.

Pensavo a questa cosa in riferimento alla bella metafora che ha usato ieri in conferenza stampa, parlando di una struttura quasi musicale da jazz session, in cui ogni personaggio, a partire da quello di Slimane, ha modo di fare un assolo, esprimendosi. Si ha veramente l’impressione che questi personaggi non esistano in funzione del loro ruolo, ma esistono, punto. Bisogna prendersi il tempo di ascoltarli, e di seguirli vivere sullo schermo.
La storia era un pretesto per i personaggi, piuttosto che il contrario.

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