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Heya fawda (Le Chaos)

di Youssef Chahine, Khaled Youssef

Venezia 64. Piccolo sillabario di resistenza in un paese arabo moderato

C’era qualcosa di profondamente toccante nella sollecitudine con cui Khaled Youssef lo ha accompagnato, quasi sorreggendolo, fino al tavolo della conferenza stampa. È la prima volta, sembra incredibile, di Youssef Chahine in concorso alla Mostra di Venezia. Era venuto già, in giuria, nel 1980, ma allora lo conoscevano davvero in pochi. Dopo la consacrazione internazionale di Al massir (Il destino), biopic musical di smagliante energia dedicato al libero pensiero di Averroé, ogni film del maestro alessandrino ha suscitato un rinnovato interesse, accresciuto dalla vis polemica con cui Chahine ha approfittato di ogni intervento pubblico per sparare bordate contro la democrazia in salsa egiziana di Mubarak. Stavolta le attese erano se possibili maggiori, visto che Heya Fawda (Le Chaos) segna il ritorno di Chahine al romanzo sociale, a sette anni da El akhar (L’Autre).

Ma gli anni – escluso de Oliveira, che lo ha salutato ieri stritolandogli la mano con giovanile baldanza, così ha raccontato con un po’ di invidia dichiarata Chahine – passano per tutti. E così, a causa di un peggioramento improvviso delle condizioni di salute, il vecchio leone ha dovuto in corso d’opera far posto al suo allievo (esordiente nel 1999 con Al assifa), che con modestia ha portato a termine la lavorazione, cercando di rispettare lo spirito del maestro. Bene ha fatto Marco Muller a mettere il film in concorso, soprattutto come risarcimento tardivo a un grande del cinema tricontinentale. Ma non possiamo che augurarci con tutto il cuore che Chahine riesca a farne almeno un altro, magari più piccolo o meno ambizioso, che questo non venga ricordato come l’ultimo film del regista di Al usfur (Le Moineau, 1972). Perché Heya fawda rende giustizia forse alla passione civile, ma non al sopraffino talento registico di Youssef Chahine.

Siamo a Choubra, uno dei quartieri più popolari della metropoli cairota. Il disagio per la povertà e l’oppressione crescenti è testimoniata dalle continue manifestazioni, regolarmente represse nel sangue. Il non più giovane Hatem (Khaled Saleh) è un poliziotto corrotto, violento, senza scrupoli, ma fedele al capo della polizia e al commissario, che gli affidano il lavoro sporco, come il rastrellamento dei tossici, la custodia e gli interrogatori non autorizzati ai manifestanti. L’unica distrazione nella sua vita da routinier del malaffare è l’attrazione per la dirimpettaia Nour (Mena Shalaby), che respinge con decisione le sue attenzioni, innamorata com’è del giovane e integerrimo procuratore Sherif (Youssef El Sherif), peraltro figlio di Wedad (Hala Sedky), preside progressista del liceo dove Nour insegna inglese. Si dà il caso che Sherif sia a sua volta preso di Sylvia (Dorra Zarrouk), bella, ricca e troppo disinibita per i gusti di Wedad. Ma il doppio assedio – di Hatem a Nour e Nour a Sherif – continua, finché lo sbirro non perde la pazienza. Quando anche la legge e il rigore di Sherif non bastano più, è la gente di Choubra a prendere in mano la situazione.

Alla conferenza stampa, una giornalista ha opportunamente evocato una delle sequenze più alte della filmografia di Chahine, il famoso finale di Al usfur in cui la gente si riversa nelle strade per gridare il suo sostegno nei confronti di Nasser, all’indomani della disfatta del 1967 e delle dimissioni del rais. Quel Nasser che campeggia in un ritratto, unico mito ancora inattaccato, nella casa borghese di Wedad, che – come visualizza un breve flashback – ha conosciuto il marito proprio manifestando contro la politica del suo successore Sadat. Ma i tempi di Al usfur sono lontani, e il repertorio di procedimenti di stilizzazione antinaturalistica grazie al quale Chahine era bene o male sempre riuscito a ribaltare o rigiocare in chiave melodrammatica situazioni e personaggi spesso delineati in una scala di grigi assai limitata, qui risulta inservibile, ridotto a simulacro di maniera.

Lo script di Nasser Abdel Rahmane (El medina, 1999), forse per la necessità di tenere insieme diversi fili narrativi, senza perdere di vista la rappresentazione del caos che attraversa il quartiere, metafora di un paese lacerato e oppresso da uno stato di polizia, schiaccia i personaggi in silhouettes monodimensionali e prive di sviluppo drammatico, che sembrano uscite dall’immaginario del più vieto mélo anni Cinquanta italiano o messicano. L’evidente mancanza di spessore dei loro ruoli ingabbia ulteriormente le performance attoriali sulla base di standard espressivi da musalsal televisiva: particolarmente opaco l’eroe positivo Youssef El Sherif mentre nel ruolo infelice della sua fidanzata troppo irrequieta, fumatrice di hashish e amante dei tatuaggi, brilla la stella tunisina di Dorra Zarrouk, destinata verosimilmente a ripercorrere in Egitto le orme di Hend Sabri.

Quel che è peggio, come detto, è che la sapiente retorica orchestrale di Chahine, sempre pronta a schivare con l’humour o con accelerazioni mélo ogni rischio di caduta nella semplicità populistica, qui gira a vuoto: i consueti fraseggi mobili della cinepresa, le accensioni liriche dello score, addirittura le soluzioni espressive da modernariato vintage (come il trasparente) qui si offrono come puri segni di un lessico formale declinato meccanicamente, al di là di un coinvolgimento immersivo ma anche di una distanziazione metadiscorsiva. Penso per esempio alla sequenza delle torture nel commissariato, coreografate secondo un disegno compositivo di agghiacciante virtuosismo. Rimangono, come si conviene al mestiere di un abile conoscitore dei generi, il piacere, pur sempre gratificante sul piano spettatoriale, del viaggio in un microuniverso riconoscibile di valori e colori espressivi, e qualche guizzo improvviso (come la sequenza della rivolta nella cella femminile, che ricorda il filone exploitation anni Settanta). In ultima analisi, passi pure la strategia di una consapevole strategia emergenziale di riduzione del complesso in favore dell’immediatamente comunicabile, in tempi durissimi per la democrazia reale in Egitto. Rimane il fatto che il maestro di disubbedienza civile e dissidenza estetica Chahine ha prodotto bombe ben più intelligenti e distruttive di questa.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsHeya fawda (Le Chaos) Regia: Youssef Chahine, Khaled Youssef; sceneggiatura: Nasser Abdel Rahman; fotografia: Ramsis Marzouk; montaggio: Ghada Ezzeddine; suono: Mostafa Aly; musiche: Yasser Abdel Rahman;; interpreti: Khaled Saleh, Mena Shalaby, Youssef El Sherif, Hala Sedky, Hala Fakher, Dorra Zarrouk; origine: Francia/Egitto, 2007; formato: 35 mm; durata: 122’; produzione: Gabriel Khoury per Misr International Films e Rachid Bouchareb, Jean Brehat, Muriel Merlin per 3 B Productions; distribuzione internazionale: Pyramide International; sito ufficiale: www.lechaos-lefilm.com

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