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Venezia 64. Cinepillole di Marocco

di Leonardo De Franceschi

Decisione quanto mai opportuna quella di Stefano Martina di dedicare, all’interno della sezione Corto Cortissimo, una finestra dedicata al cinema marocchino. Insieme al Sudafrica, cui Arcipelago – festival diretto dallo stesso Martina – ha consacrato un’altrettanto felice panoramica nell’ultima edizione (vai all’articolo di Cinemafrica), il Marocco infatti è uno dei pochi paesi africani che abbia prodotto nell’ultimo decennio insieme i segni di una precisa volontà politica di sostegno al settore (vai all’articolo di Cinemafrica) e le prove di una nuova, promettente, generazione di autori, elemento questo secondo che è difficile immaginare sganciato dal primo in una realtà come quella dei paesi in via di sviluppo.

In Marocco, esiste infatti un fondo pubblico, finanziato annualmente non solo da stanziamenti del Tesoro ma anche attraverso una tassa prelevata sulle utenze elettriche, che rende possibile la realizzazione di 10-12 lungometraggi e circa 30 corti l’anno, anche grazie alle strutture di post-produzione del Centre Cinématographique Marocain. I risultati si vedono: alcuni talenti emersi nell’ultimo decennio, da Nabil Ayouch (Ali Zaoua, 2000) a Daoud Abdel Sayed (Adieu forain, 1998), si erano imposti all’attenzione proprio con i loro corti d’esordio. D’altra parte, di folgorazioni come La Falaise di Faouzi Bensaidi (Mille mesi, 2003) ne capitano forse una ogni dieci anni, anche perché realizzare almeno tre corti è condizione necessaria in Marocco per ottenere quella carta professionale che dà la possibilità di ricevere il fondo per la realizzazione di un lungometraggio, il che ne incoraggia la produzione di corti anzitutto sul piano quantitativo.

Bisogna dire che la qualità media della selezione offerta agli spettatori della Mostra di Venezia non era particolarmente alta né omogenea, ma ha dispiegato, proprio nella sua eterogeneità, un apprezzabile ventaglio di proposte, che danno conto di un panorama cinematografico (e di una società civile) in grande fermento. Unico corto non recente, Chiens errants (Yasmine Kassari, 1995) ha ricordato, con la sua smagliante apertura di sguardo, che il talento non si nasconde, soprattutto quando non imbrigliato, come sovente accade, da un plot accattivante o autoreferenziale: bastano infatti poche immagini, calibrate da un attento storyboard e montate secondo un sicuro senso del ritmo, a trasmettere l’angoscia di una situazione quasi da western classico (un accalappiacani spara a tutti i cani randagi, obbligando tutti i padroni a tenere i propri ben legati e a portata di sguardo). Kassari, che ha in buona parte confermato le aspettative nel suo apprezzato lungo d’esordio (L’Enfant endormi, 2004), sedeva nella giuria della sezione competitiva.

All’interno della panoramica, per densità espressiva e ricchezza sul piano della scrittura filmica, fanno spicco gli shorts di Ali Benkirane (Casa, 2006) e Leyla Triqui (Sang d’encre, 2005), che peraltro confermano valori già emersi, rispettivamente, nei precedenti Amal (2005) e Chapelet (2001). Casa recupera una traccia narrativa invero assai usurata (il viaggio reale e iniziatico di un giovane da un villaggio alla caotica e disforica capitale economica del Marocco) per costruire una partitura visiva ricca di accensioni figurative o acustiche, impreziosita da un cameo del grande vecchio Mohamed Majd (Mille mesi, Viaggio alla Mecca). Sang d’encre è un tuffo nella memoria di una ragazza (Amal Ayouch, tra i volti più interessanti dell’ultima generazione), che ha visto morire il padre resistente e poeta (Younès Megri), ucciso da una spia dei colonialisti francesi: appesantito da alcuni inserti di animazione inessenziali e da un sovraccarico di effetti visivi, il film vive di un tempo composito, fluido, in cui presente e passato si impastano, castrando la protagonista e condannandola a un eterno ritorno al terribile flashback dell’omicidio.

Un analogo incastro temporale, risolto con assai minore efficacia espressiva, è al centro di altri due corti, Au murmure de la fontaine (Kamal Belghmi, 2004) e Mawal (Mohamed Chrif Tribak, 2005): se il primo si invischia in una leziosa storia d’amore ostacolato, il secondo risolve staticamente una interessante intuizione di sceneggiatura: in un’esibizione di musica rituale, uno spettatore ricorda un’analoga situazione accaduta in gioventù, il tentativo non riuscito di sedurre con un gioco di sguardi una ragazza poi svanita nel nulla. Altrove non è l’idea narrativa ma l’escamotage di regia a orientare la scommessa dell’intero corto, con risultati nel complesso modesti: in Cadre (Wahid El Moutanna, 2005), la storia di una famiglia viene raccontata da una voce fuoricampo attraverso dei fotoritratti in movimento; in Le Défunt (Rachid El Ouali, 2006), una famiglia si raffigura e sfigura davanti all’obiettivo curioso di uno spettatore del funerale di un suo membro.

Dietro la cinepresa, meglio fa El Ouali – attore di rilievo nel panorama nazionale, protagonista anche di Loin des yeux (Ismael Saïdi, 2005) e Le Cadeau (Jamal Souissi, 2005) – del più maturo Mohamed Miftah, che firma da regista un mediocre Accord parental (2005), cronaca minimalista di un interno proletario, dominato dall’ipoteca dello schermo televisivo e da un senso del pudore patriarcale ben introiettato dalle ultime generazioni. E a proposito di attori, Lahna lalhih (Une Place au soleil) è un sommesso omaggio di Rachid Boutounes alla dolente arte attorica del veterano Amidou, qui nei panni di un vecchio spazzino, colto nel giorno in cui va in pensione, ricevendo una medaglia per l’onorato servizio in Francia. Più singolari e provocatori sul piano del plot, il citato Le Cadeau e Chambr’a (Rachid Cheikh, 2006). Nel primo, una giovane moglie borghese (la folgorante Sanaâ Alaoui, già vista nel road movie Face à face di Abdelkader Lagtaâ), regala al marito per il compleanno la propria verginità ricucita, scatenando reazioni imprevedibili; nel secondo, un non più ventenne professore dissidente (ancora Younès Megri, attore e compositore di pregio), detenuto per reati d’opinione, viene autorizzato a ricevere in una cella speciale la moglie: entrambi dovranno fare i conti con le proprie paure e le pressioni che ricevono dall’esterno. Apologhi che testimoniano di un paese, e di una generazione di autori, sempre più pronti a fare i conti con il proprio immaginario sessuale, senza soluzioni di comodo né concessioni al gusto occidentale.

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