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Venezia 64. Al di là della breccia

di Leonardo De Franceschi

Da una settimana si sono spenti i riflettori sulla 64. Mostra di Venezia, la quarta targata Muller. Prima che il ciclone divistico-mondano della Festa di Roma 2007 ne spazzi via il ricordo, cerchiamo di tirarci il paro e lo sparo, come direbbe Camilleri. Come numerosi commentatori hanno osservato, è stata una buona edizione, ricca di nomi e titoli di valore, non sempre inseriti in competizione, e già questo era tutt’altro che scontato, dopo che la corazzata Cannes aveva festeggiato il sessantennale mettendo in campo tutto il suo volume di fuoco. Colpita ma non affondata, la più modesta triremi veneziana ha esibito la sua falla (simbolica e reale), trasfigurata dall’allestimento scenografico di Dante Ferretti del Palazzo del Cinema. Ma che cosa si intravede, al di là della breccia aperta dalla concorrenza sempre più spietata di Cannes, Roma e Toronto?

Se dovessimo rispondere commentando le decisioni della giuria di registi voluta da Muller, verrebbe da dire che dietro la breccia c’è un altro muro. Come dire che, pur di rintuzzare soprattutto le ambizioni da red carpet della Festa veltroniana, a Venezia hanno voluto ricordare che nessuno tratta meglio di loro i divi americani e i campioni della new new Hollywood, spesso nati nella produzione off o in altri continenti e poi sbarcati armi e bagagli a suturare le crepe dell’industria dei sogni statunitense. Peccato, perché premiare con il Leone un piccolo film come La Graine et le mulet di Abdellatif Kechiche avrebbe difeso un’idea di cinema post-Schengeniana, neofenomenologica e neoumanistica, attenta a ripristinare l’abitudine all’ascolto e allo sguardo, tanto più necessaria in tempi di cinegiocatori che si prendono troppo sul serio.

Ma tant’è. La linea del colore si è insinuata in varie sezioni della Mostra - aperta dal doppio omaggio a Sembene e segnata dalle incursioni di Spike Lee -, collegando insieme approcci e generazioni distanti ed eterogenee. Se, in concorso, il vecchio maestro Chahine (sorretto dall’ex-assistente Youssef, in Heya fawda/Le Chaos) ha segnato il passo, sprecando la sua sana energia contestataria in una nuova coreografia tardo-melodrammatica, da due giovani talenti di confine come il franco-senegalese Alain Gomis (Andalucia) e il franco-algerino Jalil Lespert (24 mesures) sono venuti segnali interessanti, anche se in opere che, per un eccesso di anarchia centrifuga o per un sovrappiù di centripeto determinismo, mancano il bersaglio grosso. La nuova covata del cinema marocchino presenta punte di rilievo, da Ali Benkirane a Layla Triqui: altri ne verranno a dar manforte a loro e ai fratelli maggiori, se è vero che il paese scommette molto da anni sul cinema come laboratorio permanente dell’immaginario e del vissuto popolari.

Dopo il capolavoro debole di Kechiche, l’altra accensione panafricana di questa Mostra è venuta dalla rilettura antinaturalistica, austera e barocca al contempo, del mito di Cleopatra regalatataci da Julio Bressane. Più controversa ma non meno intrigante, nella sua dolorosa attualità, la reinvenzione della pagina biblica compiuta dall’inglese Penny Woolcock in Exodus. Il suo Egitto futuribile è un’Europa ormai definitivamente blindata, etnicamente e socialmente ripulita, in cui i nuovi ebrei – profughi, immigrati, disoccupati di lunga data, senza dimora e dannati tutti della terra – vivono relegati in un superghetto chiamato Dreamland: Moses è il figlio di una zingara, adottato in fasce dall’autocratico despota Pharaoh Mann, che dovrà abbattere il muro della vergogna con la società dei liberi, seminandovi morte con azioni terroristiche, finché la lotta di liberazione si avvita in una spirale di distruzione, redimibile solo in una dimensione ambiguamente neomessianica. La messinscena della Woolcock, che ricorda, per la grandiosità e l’ambizione metaforica dell’apparato, i lavori cinematografici di Ariane Mnouchkine, colpisce per la sicurezza nella direzione degli attori e per la sottigliezza nell’articolazione del testo, salvo sconcertare nel meccanicistico epilogo.

Chiudiamo con due postille, relative a due shorts interessanti passati in concorso nella sezione Corto Cortissimo. Coffee & Allah - un felice apologo sulla comunicazione interculturale, impreziosito da piccoli tocchi surreali - batte bandiera neozelandese, ma la regista Sima Urale è originaria delle Isole Samoa e ha già vinto il Leone d’Argento nel 1996 con il corto O tamaiti. La sua eroina è Abeba Mohammed, una giovane etiope Oromo che è riuscita a ottenere il ricongiungimento familiare con la sorella, e cerca come può di inserirsi nel quotidiano di una cittadina di provincia, comunicando al di là della pesante purdah azzurra che la ricopre fino ai piedi: saranno la passione per il badminton e per il caffè etiope a spingerla a fare breccia nell’indifferenza dei locali, suscitando la curiosità di un barista samoano. Meno equilibrato sul piano espressivo, tutto giocato su una partitura visivo-sonora sostenuta e nervosa, Adil e Yusuf di Claudio Noce racconta in parallelo la giornata di due fratelli di origine somala nati e cresciuti nella periferia romana. Fra tentativi di integrazione in un mercato del lavoro neoschiavistico e difesa orgogliosa di una libertà senza regole, Adil e Yusuf sono due asteroidi in una galassia impazzita, costretti a correre senza requie per sfuggire a un destino segnato. La sfida di una convivenza intersoggettiva e non celebratoria degli assoluti identitari rimane tutta da giocare, a Mont Albert e soprattutto a Roma.

Gli altri articoli sulla 64. Mostra di Venezia

Ceci n’est pas une pipe. L’omaggio a Sembene
Cinepillole di Marocco

24 mesures, di Jalil Lespert
Andalucia, di Alain Gomis
Cleópatra, di Julio Bressane
La Graine et le mulet, di Abdellatif Kechiche
Heya fawda (Le Chaos), di Youssef Chahine e Khaled Youssef

Dal salto al volo, in viaggio con un eroe. Conversazione con Alain Gomis
Nient’altro che la verità. Conversazione con Abdellatif Kechiche

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