title_magazine

La giusta distanza

di Carlo Mazzacurati

Come imparare la lezione dell'ascolto anche dai cattivi maestri

Cinema. Festa Internazionale di Roma.

Quale che sia la distanza che si voglia assumere per guardare e leggere quest’opus numero 12 di Carlo Mazzacurati, che ha aperto il concorso della Festa Internazionale di Roma e dal 20 ottobre è uscito in circa 100 copie, è difficile non coglierne in filigrana il tratto essenziale, una profonda onestà etica, avvertibile in ogni scelta chiave, dal soggetto alla cornice ambientale, dal casting all’articolazione della regia, dalla partitura cromo-luministica a quella sonora. Ma sarà bene sgombrare subito il campo dagli equivoci: la giustezza del punto di vista è appena una precondizione, per quanto essenziale, nell’impostare la doppia partita della creazione e dell’interpretazione. Opportune o meno le regole che i creatori abbiano dato al film, quello che conta davvero è la dialettica di evidenze testuali e risposte, emotive ed esegetiche, che il gioco ha, nei fatti, innescato.

Lo script de La giusta distanza, ideato da Mazzacurati con Doriana Leondeff e rifinito dai due con la complicità di Marco Pettenello e Claudio Piersanti, inquadra con sicurezza lo sfondo dell’azione in un paesotto immaginario della Bassa veneta denominato Concadalbero: se si esclude l’oscura minaccia rappresentata da un misterioso serial killer di cani, la vita scorre tranquilla, o almeno così appare al ventenne Giovanni (l’esordiente Giovanni Capovilla), aspirante corrispondente locale del navigato e disincantato quotidianista Bencivenga (Fabrizio Bentivoglio). Finché dalla promessa dell’atletica locale, l’attenzione del ragazzo si sposta improvvisamente sulla nuova maestrina di paese, Mara (Valentina Lodovini), giovane, attraente e aperta quel tanto da catalizzare anche le mire del ricco e donnaiolo tabaccaio Amos (Giuseppe Battiston), ma soprattutto del riservato e abile meccanico Hassan (Ahmed Hafiane). Approfittando di un incidente informatico, Giovanni ruba le chiavi d’accesso alla posta elettronica di Mara e, attraverso la corrispondenza che la ragazza intrattiene con l’amica Eva, comincia a seguirne gli slittamenti interiori, non tardando ad accorgersi che quelli esteriori sono invece ben iscritti nello sguardo di Hassan, che prende l’abitudine di nascondersi ogni sera e spiare la ragazza dall’esterno nella casa isolata dov’è andata a vivere.

Fattosi maldestramente scoprire e scacciare da Mara, Hassan cerca di farsi perdonare, ricominciando con altri mezzi il suo quieto assedio. Toccata dalla mancanza di difese del giovane tunisino, Mara si lascia andare. Ma l’incontro di una notte accende già in Hassan, oltre al desiderio, il sogno di un futuro a due, e basta una festa e un bicchiere di vino inatteso a fargli confessare quello che già gli occhi suggerivano. A Mara, che pure sa proiettata verso un viaggio in Brasile per un progetto di cooperazione, e che l’indomani scopre di dover anticipare bruscamente la partenza. Tra equivoci e risentimenti, la storia vira verso un finale da cronaca nera, con la popolazione locale pronta a linciare il nuovo mostro, e il cronista in erba costretto ad abbandonare la regola della giusta distanza, per ricomporre una verità umana, prima ancora che processuale, contro l’evidenza dei pregiudizi.

La limpida forza dello sguardo di Mazzacurati sta non solo e non tanto nella sottigliezza con cui, recuperando la felice ispirazione di Notte italiana (1987) tratteggia il paesaggio fisico e antropico della sua terra, indugiando in una galleria di sapidi e vivaci ritratti, dal telefonista lettore di Focus (Natalino Balasso), al mago dispensatore di fertilità (Dario Cantarelli), quanto nella rosselliniana analisi dei sentimenti con cui si accosta al teatro di rapporti a due, approfittando neorealisticamente della verità effettuale di una relazione – quella tra i due attori – che parte da una non conoscenza. La bizzarra miscela di metodo e improvvisazione, evocata da Mazzacurati in conferenza stampa, tra lungo lavorio sceneggiatoriale (a otto mani) e assenza assoluta di prove con gli attori, produce un efficace dispositivo di sollecitazione e captazione di verità, peraltro all’interno di un registro del verosimile tutt’altro che appiattito su un naturalismo di maniera.

Così, particolarmente accurato risulta il tratteggio del microcosmo familiare del tunisois Hassan - interpretato con dolorosa intensità dal protagonista di Poupées d’argile (Nouri Bouzid, 2002), El kotbia (Nawfel Saheb-Ettaba, 2002) e altre piccole perle del nuovo cinema tunisino -, nei rapporti con la sorella Jamila (Fadila Belkebla, indimenticata interprete di Vivre au paradis, diretto nel 1998 dal franco-algerino Bourlem Guerdjou), e con il cognato marocchino Mohammed, alle prese con quotidiani problemi di inserimento in un contesto spesso ostile, e di rapporti da mantenere vivi con una famiglia lontana ed economicamente esigente. La pervicace volontà di smarcarsi dagli stereotipi circolanti sull’immigrato musulmano non impedisce agli sceneggiatori di scivolare su un paio di tratti identitari di comodo, relativi ad Hassan: penso alla sua astemia, ma anche all’abilità prodigiosa con ingranaggi e circuiti (un talento comune, sarà un caso, al protagonista senegalese di Lettere dal Sahara).

Ma i veri problemi sorgono quando la fenomenologia del quotidiano deve piegarsi alle logiche del racconto, e per di più di un plot che prende le pieghe del giallo da cronaca locale. Qui la scelta del punto di vista di Giovanni, che ancora - in modo non meccanico - la prima parte del récit, costringe Mazzacurati a un recupero analettico del processo, necessariamente frammentario e giustificato dalla lettura a posteriori degli atti, e ad imprimere un’incongrua accelerazione all’intreccio, il cui testimone rimane definitivamente nelle mani dell’imberbe cronista. I pochi frammenti del processo – le udienze, ma anche i colloqui successivi con l’avvocato (Ivano Marescotti) - appesantiscono l’ultima parte del racconto, sottolineando con un’eccessiva insistenza il clima di pregiudizio che ha determinato la sentenza. Un’inattesa impennata di didascalismo che innerva purtroppo anche le riflessioni conclusive di Giovanni, nel momento in cui dichiara di aver felicemente disimparato la lezione della giusta distanza. Meno male che, con un ultimo, provvidenziale salto mortale narratologico, intorno all’assassino vero, naturalmente il vicino della porta accanto, si chiudono non solo le sbarre del carcere ma anche l’abbraccio omertoso e complice della comunità locale, che invece espelle il giornalista traditore, di nuovo riproiettato – in un epilogo di apodittica leggerezza – verso le evoluzioni ginniche della sua atleta preferita.

Quadratura dello sguardo a parte, nella nostra memoria del film galleggiano alcuni frammenti di alta intensità espressiva, a partire dalla straordinaria inquadratura d’esordio, un lento avvicinamento in elicottero che accarezza lo snodarsi sinuoso del Po, cullato da un assolo di chitarra alla Ry Cooder che proietta lo sguardo in un qui che diventa già altrove, senza peraltro anticipare la decisa assunzione di un registro espressionistico, secondo l’approccio degli ultimi Sorrentino e Garrone. E poi la sequenza della festa, costruita con un rigorosa cadenza sintattica, riscaldato da un riff avvolgente dei Radio Dervish, e improvvisamente accesa dall’apparizione, felliniana, della maestra folle a bordo del rimorchiatore. O ancora, l’epifania dei locali che invadono il bosco, per cercare, e ben presto trovare, le tracce della ragazza scomparsa. Segni che, rafforzati dal tocco riconoscibile di Luca Bigazzi, rimangono in un’ideale antologia del cinepaesaggio italiano contemporaneo.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsLa giusta distanza Regia: Carlo Mazzacurati; soggetto: Doriana Leondeff, Carlo Mazzacurati; sceneggiatura: Doriana Leondeff, Carlo Mazzacurati, Marco Pettenello, Claudio Piersanti; fotografia: Luca Bigazzi; montaggio: Paolo Cottignola; suono: Remo Ugolinelli; musiche: Tin Hat; interpreti: Giovanni Capovilla, Valentina Lodovini, Ahmed Hafiene, Giuseppe Battiston, Ivano Marescotti, Fabrizio Bentivoglio; origine: Italia, 2007; formato: 35 mm; durata: 106’; produzione: Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Rai Cinema; distribuzione: 01 Distribution; speciale del film: www.kataweb.it/film/lagiustadistanza.com

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 12 gennaio 2018

Viaggio in Italia con il cinema tunisino

A 50 anni dal primo passaggio di Roberto Rossellini in Tunisia per le riprese de Gli atti degli (...)

martedì 2 gennaio 2018

Terminate in Marocco le riprese di Sofia

Sono terminate a dicembre le riprese di Sofia, primo lungometraggio della cineasta (...)

lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha