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Il nostro Rwanda

di Cristina Comencini e Carlotta Cerquetti

Dai sette colli alle mille colline

Cinema. Festa Internazionale di Roma.

Una Salacinema Ikea gremita di bambini e ragazzi, pubblico abituale della sezione Alice nella Città, ha accolto con calore e interesse la presentazione del documentario Il nostro Rwanda (2006), firmato a quattro mani da Cristina Comencini e Carola Cerquetti. Pensato come un instant movie, il film è stato girato nel novembre 2005, seguendo il primo dei viaggi di conoscenza organizzati dal sindaco Veltroni per portare una nutrita delegazione di studenti delle scuole superiori a toccare con mano la realtà di alcuni paesi africani, e verificare la realizzazione di un progetto – in questo caso, la costruzione di una scuola a Gatare – per la cui raccolta fondi si sono attivati in prima persona. Ma, come la stessa Comencini ha detto presentando il film, l’incontro con lo storico Jean-Léonard Touadi è stato fondamentale: grazie ai suoi interventi, che punteggiano e ancorano questo diario di viaggio, alla testimonianza dell’incontro tra i ragazzi romani e quelli ruandesi – vero fuoco dell’attenzione delle autrici – si è aggiunta l’istanza dell’interpretazione, preziosa per accostarsi a una delle pagine più atroci di fine secolo.

Grazie a una serie di rapidi ma felici detour, il film riesce ad eludere la logica del reportage embedded. Comencini e Cerquetti si limitano bene infatti dal seguire passo passo la carovana dei pick-up, lungo il breve e fitto programma prefissato di appuntamenti, dalla visita al memoriale del genocidio all’inaugurazione della scuola, ritagliandosi alcune preziose incursioni fuori programma. Approfittando della complicità di Jeanne, una ragazza ruandese al seguito della carovana, le due vanno a trovare la nonna quasi centenaria, ascoltando quello che ha conservato non solo di quella terribile estate del 1994 ma soprattutto della memoria precoloniale. Come dal canto suo conferma Touadi, ne emerge il quadro di un paese non solo straordinariamente fertile e ricco di risorse naturali ma soprattutto pacifico, in cui Tutsi (allevatori), Hutu (agricoltori) e pigmei convivevano in armonia, condividendo usi, costumi, lingua. Un equilibrio segnato da un estremo dinamismo, in cui avvenivano frequenti matrimoni misti e passaggi da un gruppo all’altro. Con l’arrivo dei tedeschi (1895-1916) e soprattutto dei belgi (1916-62), la semplice divisione di ruoli è stata ridefinita su basi razziali e ogni cittadino ruandese si è trovato da un giorno all’altro ingabbiato in un’appartenenza etnica, sancita sulla carta d’identità.

Come aveva mirabilmente ricordato il kolossal intimista Sometimes in April (Raoul Peck, 2005), sono stati infatti proprio i belgi a etnicizzare le differenze sociali fra i gruppi, rivendicando un carattere di nobiltà - giustificata con un’ipotetica origine nilotica - per la minoranza Tutsi, scelta per ricoprire alcuni ruoli nell’amministrazione coloniale, mentre la maggioranza hutu veniva relegata ai lavori più umili. Nel secondo dopoguerra, quando i Tutsi hanno cominciato a ventilare le prime richieste di indipendenza, i belgi hanno cambiato cavallo, sfruttando le rivendicazioni degli Hutu e concedendo loro un avvicendamento nei posti chiave. Ne è seguita un’escalation di vendette e repressioni che, alimentata dagli opposti interessi delle potenze neocoloniali nella regione dei Grandi Laghi (Francia e Stati Uniti in testa), e dalla campagna di odio fomentata dalle radio locali, ha prodotto, con la scintilla dell’uccisione del presidente Habyarimana, al massacro in tre mesi di oltre un milione di persone.

Avvicinano istintivamente una mano a coprirsi gli occhi, alcune delle ragazze che visitano il memoriale e il museo del genocidio, davanti alle immagini d’epoca dei cadaveri in mezzo alla strada, e più ancora dei bambini segnati da orribili ferite da taglio che alludono ad ancor più devastanti e invisibili piaghe. Ma appena fuori da quel teatro di dolore, più che le parole del discusso presidente Paul Kagame, sono i gesti e gli sguardi di migliaia di ragazzini in attesa a parlar loro di un’Africa diversa, proiettata di nuovo verso un futuro di convivenza e ricostruzione. L’energia nativa dei bambini è tenuta insieme dal paziente lavoro di tessitura delle madri, cui il genocidio ha portato via mariti, figli, fratelli: l’incontro con le ospiti del centro di assistenza è uno dei momenti più toccanti del film. Come racconta Comencini, è solo in mezzo a loro che è riuscita finalmente a stabilire un rapporto orizzontale, di parità e comunanza, a partire da una condizione e un vissuto di maternità che va al di là di tutte le differenze culturali.

Si sobbalza, certo, davanti alle immagini della festa finale che incrocia ragazzini ruandesi e romani, con il Walter nazionale che guida un improvvisato trenino bianco e nero di adolescenti, ma più spesso la videocamera si sottrae agli obblighi della committenza restituendoci, nello sguardo del giovane padre in cerca di giustizia, della nonna che troppo ha visto e ricorda, delle donne ostinatamente proiettate verso il futuro, la forza di un paese in piedi e impegnato a costruire, grazie al recupero delle sue migliori tradizioni – come i tribunali popolari (gachacha), le basi per un avvenire di convivenza civile. Ci riusciranno anche senza l’aiuto delle carovane bianche e dei futuri elettori del PD, ma a questi ragazzi è stato offerto un prezioso paio di occhiali scuri per difendersi dal luccichio delle merci che li aspettano ai Duty Free dell’aeroporto.

Chissa se, raccontando questo viaggio a partire da un lucido sguardo tra gli scaffali dei negozi, Comencini si sia ricordata dell’ironico prologo de La vie sur Terre (Abderrahmane Sissako, 1998). Ma forse non è un caso che nel leading quartet del suo atteso Bianco e nero, in uscita a gennaio 2008, ci sia anche Aïssa Maïga, struggente protagonista dell’ultimo lavoro di Sissako (Bamako, 2006).

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl nostro Rwanda - Viaggio a Kigali degli studenti romani
Regia: Cristina Comencini e Carlotta Cerquetti; riprese: Michela Guberti; montaggio: Letizia Caudullo, Patrizio Marone; suono: Maricetta Lombardo, Valentino Gianni; origine: Italia, 2006; formato: DigiBeta Pal; durata: 50’; produzione: Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini e Marco Chimenz per Cattleya; distribuzione: Rai Cinema

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