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Dutchman

di Anthony Harvey

Il treno fantasma dell'intolleranza

La seconda edizione di Cinema. Festa Internazionale di Roma ha continuato l’omaggio all’Actors Studio inaugurato l’anno scorso, sempre nella sezione Extra curata da Mario Sesti. Una programmazione molto interessante e ad ingresso gratuito, un’iniziativa lodevole ma certo non poco sacrificata rispetto al palinsesto complessivo del festival, visto che le proiezioni erano previste per lo più allo Studio 3. E infatti abbiamo visto questo splendido gioiellino, Dutchman appunto, seduti per terra insieme a qualche altro testardo cinefilo come noi. Una proiezione del resto molto attesa da chi era interessato a curiosare nella componente afroamericana dell’Actors Studio, visto che l’altro titolo collegato, Black Like Me, era purtroppo saltato all’ultimo momento.

Ma veniamo a Dutchman. Il film, realizzato da Anthony Harvey nel 1967, è l’adattamento cinematografico dell’omonima pièce del 1964 di LeRoi Jones, che ha curato personalmente anche la sceneggiatura del film, pur firmandosi oramai con il nuovo nome d’arte di origine africana Amiri Baraka, che lo scrittore, drammaturgo, poeta e attivista politico afroamericano si è dato a partire proprio dal 1967. L’atto unico - che era stato messo in scena al Greenwhich Village nel 1964 - conserva anche nella versione cinematografica quella carica di rabbia inespressa, frustrazione e lucida critica al razzismo bianco nei confronti della comunità afroamericana che aveva destato scalpore sul palcoscenico. Del resto quelli erano gli anni più caldi della lotta per i diritti civili, divisa in qualche modo fra la protesta non violenta di Martin Luther King e la pratica di resistenza attiva portata avanta dal Black Nationalism.

Un dissidio evidente nella struttura narrativa: una sorta di pamphlet simbolico a due voci, un nero (anzi un negro) e una bianca, nel vagone di un treno della metropolitana di New York. Harvey - montatore di alcuni film di Stanley Kubrick e alla sua prima esperienza di regista - era riuscito a fare, senza alcun permesso, delle riprese della metropolitana di New York, prima di essere costretto a girare tutto il film in studio in Inghilterra. L’essenzialità dell’ambientazione corrisponde all’astrazione del contrasto verbale che si viene a creare tra i due, in un crescendo parossistico nella recitazione: indimenticabili le due prove d’attore date dai due interpreti, Al Freeman e Shirley Knight (che vinse grazie al film la Coppa Volpi come protagonista femminile a Venezia). Un crescendo che raggiunge l’acme nel colpo di scena drammaturgico - e concettuale - finale.

Clay, un giovane nero intellettuale, apparentemente fresco di college e di un ambiente apparentemente integrato, viene abbordato da Lula, una giovane donna bianca in miniabito, aggressiva e provocante. Mangiando a ripetizione - e sempre più voracemente - delle mele, che poi getta nel vagone, Lula tenta prima di sedurre e poi di provocare Clay, soprattutto deridendolo per la sua aria da bianco. Lo attira, lo lusinga, lo critica e lo insulta. Una spirale perversa, un amo avvelenato a cui Clay abbocca. All’inizio accoglie tra stupore e disponibilità le avances della donna, poi comincia a reagire alle provocazioni e, infine, si alza e si lancia in un monologo di rifiuto - nei suoi confronti, ma anche nei confronti di tutti i bianchi.

«Se Bessie Smith o Charlie Parker avessero ucciso dei bianchi, non avrebbero avuto bisogno della musica». Questa frase, detta da Clay quando inizia a difendersi da Lula, esprime chiaramente qual è il nucleo simbolico del film e della pièce: la consapevolezza dell’eterno gioco al massacro vissuto dagli afroamericani per la sopravvivenza, la sublimazione nell’arte di una umiliazione, una frustrazione profonda, una ferita della storia che non ancora - e certamente non negli anni Sessanta - poteva dirsi rimarginata.

Il personaggio di Lula è quello di una novella Eva che capovolge il tabù della donna bianca: la mela che offre è quella della civiltà occidentale, della libertà sessuale e del sesso come metafora del consumo, che attira a sé per soggiogare e annientare le minoranze culturali. Una metafora che ancora oggi mantiene la sua potenza e il suo significato. I tempi - come dicevano Martin Luther King e Bob Dylan - stavano per cambiare. Ma ancora molto sangue - letterale e simbolico - stava per essere versato: Lula uccide Clay alla fine del film; un anno dopo, a Memphis, è Martin Luther King ad essere ucciso, prima della marcia per i diritti e il lavoro del 4 aprile 1968.

In questi tempi di recrudescenza di razzismo e intolleranza, una lezione di storia - oltre che di cinema - da non dimenticare.

Maria Coletti

Cast & CreditsDutchman (Intolleranza: Il treno fantasma)
Regia: Anthony Harvey; sceneggiatura: Amiri Baraka (LeRoi Jones) dalla sua pièce omonima; fotografia: Gerry Turpin; montaggio: Anthony Harvey; musica: John Barry; scenografia: Jim Morahan, Herbert Smith; interpreti: Shirley Knight, Al Freeman Jr.; origine: Gran Bretagna, 1967; formato: 35 mm, b/n; durata: 55’; produzione: Eugene Persson per Dutchman Film Company; distribuzione internazionale: Continental Motion Pictures Corporation; sito IMDB: www.imdb.com

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