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Youssef Chahine: el fuego y la palabra

a cura di Alberto Elena

A leggere questa accurata e intrigante monografia sul grande maestro egiziano, realizzata in occasione di una retrospettiva a lui dedicata dalla prima edizione del festival Cines del Sur, che si è svolto nello scorso giugno a Granada, promosso dalla Junta de Andalucía e finanziato con un budget di 2 milioni di euro, il primo pensiero che ci è sorto è un sentimento di positiva invidia, contemperato da un riflesso di soddisfazione. L’invidia è quella per un paese (la Spagna) che, con l’impresa di questo festival (e del volume, ad esso collegato), dimostrano alla nostra italietta provinciale che si può fare politica culturale persino senza aspettare gli aggiustamenti di bilancio. La soddisfazione è quella per un brillante collega (Alberto Elena, docente alla Universidad Carlos III di Madrid), che, approfittando di una serie di circostanze favorevoli, è riuscito con il suo staff a far decollare al meglio un nuovo festival, in Europa, dedicato alle cinematografie del sud, cui auguriamo una lunga e fortunata vita.

Nello specifico, va ricordato che, se il volume va a coprire un’oggettiva assenza di studi dedicati al cinema di Chahine in terra iberica, fa ri-uscire dal cono d’ombra il maestro alessandrino, rapidamente dimenticato dopo la consacrazione tardiva giunta a Cannes esattamente dieci anni fa con la Palma d’Oro del 50° anniversario per Al massir/Le Destin (Il destino, 1997). Anche in Italia del resto, se si esclude il Quaderno del Lumière edito a cura di Luisa Ceretto e Cristiana Querze per la Cineteca di Bologna nel 1997, che è poi la traduzione italiana dello speciale dedicato dai «Cahiers du Cinéma» a Chahine l’anno prima, nessun editore ha mai pensato di dedicare al nostro una monografia. E solo alcuni degli ultimi film di Chahine - El Akhar/L’Autre, (1999) e Sukut... hansawar/Silence... on tourne (La vita è un incantesimo) (2001) - hanno avuto da noi una qualche forma di distribuzione.

Il volume curato da Elena, redatto in edizione bilingue spagnola e inglese, e corredato da un’aggiornata filmografia e bibliografia, raccoglie contributi di importanti storici e critici del cinema arabo, spagnoli e internazionali. Samir Farid inquadra il profilo di Chahine nel contesto del cinema egiziano, sottolineando come il nostro abbia sappia saputo attraversarne tutte le fasi salienti da protagonista e imponendosi come il regista più egiziano di tutti, proprio lui che agli inizi della sua carriera era stato bollato dall’allora più celebrato collega Salah Abu Seif con l’epiteto spregiativo di jawaga, attribuito agli egiziani che padroneggiavano meglio il francese e l’inglese dell’arabo. Fernando Gonzáles García, appoggiandosi peraltro a una bibliografia critica anche italiana, analizza il primo ventennio (1950-70) della sua filmografia, contrassegnato anzitutto da una riscrittura dall’interno degli stilemi e stereotipi del genere (melodramma, musical, kolossal storico), e quindi da una relazione di prossimità conflittuale con le direttive culturali del regime panarabo di Nasser.

Viola Shafik si è assunto il dedlicato compito di indagare il ruolo centrale che Chahine si è trovato ad assumere tra gli anni ’70 e ’80, allorché, sulle ceneri del cinema di stato e soprattutto del regime nasseriano, ha fondato una casa di produzione (la Misr International, nel 1972) e ha osato con The Sparrow (1971) e The Return of the Prodigal Son (1976), appoggiarsi a capitali stranieri (algerini, in questo caso; francesi, dal 1985 con Adieu Bonaparte) pur di difendere la propria libertà di autore. Proprio questa capacità di cercare partner all’estero lo ha messo in una condizione ideale per fare i conti con i rapporti problematici che l’Egitto ha sempre avuto con l’Altro (in termini religiosi, culturali e sessuali). Àngel Quintana ci ricorda che questa ricerca sull’alterità Chahine l’ha per giunta sempre condotta senza trincerarsi dietro doppi simbolici, ma esponendosi in prima persona (nel controverso documentario Le Cairé... raconté par Youssef Chahine, 1991, girato durante la prima Guerra del Golfo), e osando esprimersi in un discorso che sfocia nell’autobiografismo dichiarato, nel cosiddetto Alexandria Quartet (Alexandria...Why? (1978), An Egyptian Story (1982), Alexandria Again and Forever (1989), Alexandria-New York (2004).

Il volume si chiude con un prezioso contributo storico-filologico su un capitolo poco noto della filmografia chahiniana, un film di coproduzione libano-spagnola, girato in Andalusia nel 1967 col titolo Rimal min dhahab/Como un ídolo de arena, e con un omaggio testimoniale al maestro da parte del regista e storico tunisino Férid Boughedir. In coda, un’intervista metatemporale a Chahine, composta da un collage di dichiarazioni e interviste, rilasciate in più di trent’anni, dal 1970 al 2004. Ed è, a mio avviso, l’unico neo di questo ricco volume, che avrebbe meritato una conversazione originale. Ma forse, le ragioni di questa scelta stanno tutte nello stato di salute purtroppo sempre più precario in cui il grande maestro alessandrino si trova da alcuni mesi, come ha potuto vedere chi si trovava a Venezia nei giorni della recente Mostra 2007, dove è stato presentata in anteprima mondiale la sua ultima fatica (Heya fawda/Le Chaos, 2007) cofirmata con Khaled Youssef.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsAlberto Elena (a cura di)
Youssef Chahine: el fuego y la palabra (Youssef Chahine: Fire and Word)
Córdoba, Editorial Berenice/Consejería de Cultura/Filmoteca de Andalucía, 2007, 349 pp.
Edizione bilingue, spagnolo e inglese

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