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Dubai 2007: lustrini e creazione

di Olivier Barlet

La quarta edizione del Dubai International Film Festival (9-16 dicembre 2007) recensita da Africultures

Il grande paradosso di questo festival – creato ad immagine di una città assolutamente surrealista, che bisogna vedere per crederci, un immenso cantiere capace di far nascere dalle sabbie del Golfo una metropoli fitta di grattacieli lussuosi – è quello di saper manipolare allo stesso tempo i lustrini e l’industria. Sul versante lustrini, un tappeto rosso in pompa magna ogni sera e uno sperpero di risorse per feste grandiose. Sul versante industria, alcuni spazi del mercato dedicati esclusivamente ai film allo stadio di progetto, per aiutare la fase importante della ricerca di finanziamento. Situato nel quartiere della Jumeirah, il lungomare più chic di Dubai, il festival approfitta di questa insolita scenografia cinematografica, in cui ai canali su cui si circola in battello si mescolano gli hotel a cinquanta stelle.

Al di là della dimostrazione di sfarzo, il fior fiore del cinema arabo e gli accoliti interessati non si incontrano certo al festival solo per congratularsi: gli affari in corso a Dubai non mirano solo al finanziamento di progetti a breve termine, ma anche ad esplorare le vie di una coerenza commerciale e insieme creativa per un cinema che si cerca. La posta in gioco è un’industria nascente, nutrita dagli investitori che vedono nel cinema un mercato alternativo a quello immobiliare, già arrivato al limite. I soldi ci sono, ma solo per gli affari, per i guadagni sugli investimenti. Tutto il problema nasce ovviamente dal fatto che non vi può essere cinema senza creazione: bisognerà vedere come questa dimensione creativa sarà integrata a quella strettamente finanziaria.

In soli tre giorni, naturalmente ho potuto solo catturare dei frammenti del festival, vedere qualche film ed incontrare qualche regista. Nel sito di Africultures potete trovare le recensioni del simpatico Whatever Lola wants che il marocchino Nabil Ayouch ha presentato in anteprima mondiale, del bel Dans la vie del francese Philippe Faucon, di cui avevamo già apprezzato i precedenti Samia e La Trahison, del commovente La Maison jaune, felice ritorno al cinema dell’algerino Amor Hakkar, di cui è disponibile sul sito anche la nostra intervista. Infine, potete leggere anche il resoconto del nostro incontro con Khaled Youssef, co-regista del film Heya Fawda (Le Chaos), per avere notizie su Youssef Chahine e sapere qualcosa in più sull’accoglienza tormentata in Egitto di questo film inquietante.

Nashen Moodley, direttore artistico del festival di Durban, ha messo su per il terzo anno consecutivo una sezione riservata alle cinematografie dell’Africa nera, all’interno della quale sono stati presentati film come Ezra, Juju Factory, Faro, la reine des eaux, Meisie e, in anteprima mondiale, il film sudafricano Confessions of a gambler (Les Confessions d’une joueuse) di Rayda Jacobs e Amanda Lane. Il film è ambientato nella comunità indiana di Cape Town e ruota attorno alla protagonista Abeeda, interpretata con convinzione dalla stessa Rayda Jacobs, anche autrice dell’omonimo best-seller da cui il film è tratto [n.d.t. pubblicato in Italia da Del Vecchio Editore con il titolo Confessioni di una giocatrice d’azzardo]. Abeeda è una donna musulmana praticante. Disperata per la perdita del figlio, finisce per rifugiarsi al casinò, dove, a poco a poco, sperpera tutto ciò che possiede. Il soggetto è di forte impatto e la descrizione dell’ambiente sociale appassionante: Rayda Jacobs non avrebbe mai lavorato con un regista o con attori che non provenissero da questa comunità indiana, che viene descritta nel film anche nella sua dimensione collettiva, tra donne o nel rituale maschile della sepoltura. Questo conferisce al film la sua forza, sostenuta abilmente anche dal trattamento classico della narrazione, costruita con dolcezza, ma non senza ritmo. Un elemento originale e curioso è invece l’aspetto letterario nella descrizione della solitudine di questa donna, per la quale il casinò diviene un luogo di socializzazione. Piuttosto che fare un’indagine sociale sui giocatori, Rayda Jacobs ha descritto il personaggio che lei stessa sarebbe divenuta in una situazione simile. Quello che a prima vista appare essere una testimonianza, non è che la visione molto personale ed impegnata di un destino umano.

Essendo un grande fan del musicista tunisino Anouar Brahem, non vedevo l’ora di vedere il suo documentario, l’opera prima Mots d’après la guerre (Kalimat Ba’ad al Harb, Words in the Wake of War), realizzato a Beirut nei mesi successivi al bombardamento del luglio 2006. Il film inizia attraverso un tunnel e poi indugia sulle strade deserte di una notte a Beirut, ed è proprio l’idea della notte ad essere evocata nel film: quando la vita si spegne sotto le macerie e ciascuno deve fare i conti con la perdita del proprio equilibrio e con l’odio del nemico. Brahem affronta in modo molto personale le conseguenze della guerra e le contraddizioni che provoca in ogni persona. E così vediamo alcuni intellettuali sostenere i resistenti di Hezbollah, anche se non ne condividono assolutamente le idee. «Non so chi ha ragione e chi ha torto, ma so che un mostro ci sta attaccando», dichiara la cantante Rym Kaheich. «Non voglio dimenticare». La macchina da presa scopre le rovine della città e vengono inserite alcune immagini del conflitto 1974-1990, per introdurre la questione della ricostruzione. L’architetto Bernard Khoury critica la ricentralizzazione di Beirut intorno ad un centro storico troppo ristretto, che non può riflettere la complessità di questa città. «Le macerie hanno una voce», dice lo scrittore Elias Khoury. Ed è proprio questa voce che cerca di ascoltare Anouar Brahem, una voce di resistenza che ognuno cerca di trovare per esistere nonostante l’umiliazione. «Qualcosa della nostra umanità è cambiato – dichiara Hania Mroué – e questo è pericoloso e insieme doloroso». E aggiunge il ballerino Rabih Mroué: «Il mondo si è diviso in due dopo l’11 settembre: per questo noi dobbiamo ricominciare a cercare la diversità».

Un programma quanto mai delicato nel trauma ancora vivo dell’aggressione: uscire dalla dualità, ritrovare la complessità, questa è la condizione paradossale per rientrare in possesso della propria unità, interiore e nazionale, ad immagine di questo mare ripreso ad inquadratura fissa, al tramonto, al suono di una musica sublime. Al di là della semplicità narrativa del suo dispositivo, fatto di una serie di interviste intrecciate ad immagini senza grandi pretese, il film esprime una finezza di stile che non può nascere che dalla capacità di ascolto dell’intimo, di cui Anouar Brahem dà prova in un momento in cui è ancora impossibile avere un distacco obiettivo. Senza dubbio, il musicista è la persona più allenata ad applicare l’assioma di Godard: «Bisogna che l’occhio ascolti, prima di guardare».

All’opposto, il palestinese Oussama Qashoo sceglie un solo personaggio emblematico per riflettere la condizione di tutta una categoria della popolazione cubana: le persone che emigrano dalle regioni orientali di Cuba verso l’Avana, per cercare di uscire dalla miseria, e che guarda caso hanno la pelle scura e vengono chiamati in modo dispregiativo dagli abitanti dell’Avana “Palestinos”, ad immagine di tutti quelli che in Medio Oriente non hanno una patria. Non c’è da stupirsi, dunque, se un palestinese si è interessato alla loro storia! Il documentario Soy Palestino segue l’ingrato destino di Luisito, che guadagna pochi spiccioli al giorno intrattenendo i passanti con i suoi canti e le sue percussioni, ma certo non abbastanza per non dover dormire in un angolo di strada con il suo piccolo tesoro fatto di spazzatura, una sorta di rimorchio fatto di bric-a-brac, che si trascina dietro come un saltimbanco. Senza troppi commenti e con una vera empatia nei suoi confronti, Qashoo intreccia con Luisito una relazione che li porterà a visitare insieme la sua famiglia, che si trova a Bayamo. Il film è un po’ ripetitivo, faticando a rinnovare il suo punto di vista, al di là degli spettatori che si dondolano alla musica di Luisito, ma mostra sicuramente un aspetto nascosto della società cubana, in cui i migranti neri della regione orientale sono dei cittadini di serie B. Forse ci sarebbe voluta un po’ più di indagine, dal momento che il personaggio variopinto di Luisito può rappresentare solo in parte tutta la sua categoria sociale, anche se è sicuramente un soggetto rivelatore delle dinamiche della società cubana attuale.

Cortometraggi rivelatori

Il cinema degli Emirati Arabi Uniti è ancora nella fase dei primi balbettamenti, ma, visto che i soldi non mancano di certo in questa parte di mondo, nei primi sei anni della sua breve esistenza sono stati prodotti non meno di 160 cortometraggi. Al festival è stato possibile vederne una selezione. Se la maestria tecnica sembra data per scontata, nell’imitazione dei sistemi cinematografici dominanti, la struttura narrativa è ancora balbettante, appesantita da simboli che troppo spesso sostituiscono l’intensità drammatica di una storia. Ma, al di là delle incertezze degli inizi, sono soprattutto le storie a colpire. Questo cinema di giovani evoca una ferma disperazione, un grigiore generale: un giovane diplomato che non riesce a trovare un lavoro in Ramad (Ashes) di Hamad Al Hammadi; una donna che non può esprimere la sua identità in Wajeh Alilq (Stuck Face) di Manal Ali Bin Aro; un thriller schizofrenico che porta allo scatenarsi della violenza in 100 Miles di Mustafa Abbas, etc. I giovani degli Emirati raccontano così, attraverso le immagini, i limiti di una società basata sul profitto, aspirando a un cinema che possa riportare una visione più umana.

Vedere lontano sembrerebbe essere il loro obiettivo, come in Le Café des pêcheurs del marocchino Al Hadi Ulad Mohand, in cui i pescatori contemplano il fuori campo, obbligati dalla tempesta a rimanere bloccati al caffè. Il vecchio Monsour sfida il pericolo, per nutrire la famiglia, ma il mare finirà per inghiottirlo. Qual è dunque questo paese in cui l’uragano paralizza gli uomini che si muovono solo per fare contrabbando e in cui gli uomini onesti si sacrificano? È lo stesso Marocco di quello dipinto da Khadija Leclere, in cui alla figlia che va a trovare la madre per la prima volta non gli viene chiesto altro che lasciargli dei soldi, come accade in Sarah, vincitore del Gran Premio? È il Marocco repressivo nei confronti dei bambini, come appare in Iqaa (Percussion Kid) di Mohamed Achaour o il Marocco schizofrenico di Oumar Mouldouira in Vois-moi, che finisce con una dichiarazione di schiavitù: «Sarò la donna che tu desideri»?

Un cortometraggio si distingue dagli altri per la sua forza poetica ed umana, Bonne nuit Malick del francese Bruno Danan. Malick ha trovato lavoro come buttafuori di un locale privato e per questo deve selezionare le persone secondo il loro aspetto esteriore, tra cui l’amico interpretato da Lyes Salem. Il fratello minore Bilal deve scrivere una poesia per la scuola. Tutti e due sono preoccupati e il va e vieni dei personaggi arricchisce un film senza pretese, avvincente grazie ai suoi piccoli tocchi. È proprio quando riesce a dare un tale spessore ai suoi personaggi, che un cortometraggio raggiunge lo stato di grazia: quando riesce a fargli esprimere più di quello che sono.

Poiché il cinema è come l’amore, diceva il critico Jean-Louis Bory: «È molto più di ciò che è».

Pubblicato su www.africultures.com il 20 dicembre 2007
Traduzione di Maria Coletti
Vai all’articolo originale in francese

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