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Bengasi

di Augusto Genina

Come avevamo preannunciato nella recensione dell’edizione homevideo de Lo squadrone bianco, è in distribuzione in Dvd da qualche mese un altro titolo fondamentale nella storia del cinema coloniale italiano e nella filmografia di Augusto Genina, di cui ricorrono quest’anno i cinquant’anni dalla morte (Roma, 12 settembre 1957). Parliamo di Bengasi, realizzato da Genina nel 1942 e presentato alla Mostra di Venezia, dove ha vinto la Coppa Mussolini per il Miglior film italiano e la Coppa Volpi per la Migliore interpretazione maschile, attribuita a Fosco Giachetti.

Pur restando all’interno del genere del film di guerra, di chiara ambientazione coloniale, Genina riesce a costruire un ritratto corale, commovente e appassionante, in cui – malgrado le bandiere italiane e le svastiche tedesche che sventolano alla fine del film in una Bengasi ritornata, ancora per poco in realtà, italiana – è evidente la denuncia della cecità degli uomini che persistono nella guerra, quando i segni della disfatta e della tragedia sono presenti ovunque. E sono le donne, appunto, moderne Cassandre, a dover portare il peso e la sofferenza di questa “preveggenza”. Come recita il cartello iniziale del film: «Questo che fu il dramma delle popolazioni italiane di Bengasi e del Gebel Cirenaico è dedicato alle donne che della guerra sopportano i sacrifici più profondi con la fede più silenziosa».

Bengasi può essere considerato come l’ultima parte del trittico di Genina sull’epopea fascista, dopo Lo squadrone bianco (1936) e L’assedio dell’Alcazar (1940), dalla conquista coloniale alla guerra civile spagnola, fino alla guerra d’Africa. Un trittico incarnato dalla figura di Fosco Giachetti, protagonista di tutti e tre i film, anche se, in realtà, si passa dal dramma individuale del primo alla tragedia corale dell’ultimo. Il film ebbe un’accoglienza alquanto fredda, nonostante recensioni positive e due premi a Venezia, anche perché uscì nelle sale quando la città era ormai stata riconquistata dagli inglesi. Nonostante l’ambientazione coloniale sia stata interamente ricostruita in studio, il film inserisce riferimenti concreti ed evidenti alla situazione politica: non solo l’aspetto esotico degli scorci pittoreschi di Bengasi e degli indigeni spettatori passivi degli eventi bellici o che rimpiangono la presenza degli italiani portatori di civiltà; ma anche alcuni particolari, come le beffarde scritte fasciste che si prendono gioco del nemico (“Ci starete poco e ci starete male”) o le bandiere naziste con la svastica che sventolano accanto a quelle italiane.

L’aspetto più moderno di Bengasi è l’attenzione del regista per le figure femminili, sottolineando il ruolo delle donne (anche se fatto di sacrificio, fede e silenzio) e insieme superando il discorso coloniale, parlando essenzialmente di guerra, che appare così come la diretta e naturale, anche se dolorosa, conseguenza dell’impresa imperiale. A questo riguardo, Bengasi rappresenta in qualche modo l’altra faccia di Sotto la croce del sud di Guido Brignone (1939), essendo l’unico film coloniale a mettere in scena le donne italiane in AOI, tanto decantate dalla propaganda quanto assenti sugli schermi e nella vita politica. Come fa notare Robin Pickering-Iazzi, la terra coloniale è considerata come un diverso tipo di spazio, con profonde implicazioni per le donne moderne, per cui «i critici culturali conservatori che parlavano sotto gli auspici del fascismo, e non solo, inveivano contro le crescenti incursioni delle donne nelle piazze italiane», mentre sulle riviste dell’epoca «gli articoli sulle colonie italiane indirizzati esplicitamente alle lettrici le autorizzavano, anzi le invitavano, ad occupare i territori coloniali urbani e di frontiera, raffigurati come la terra dove i desideri femminili potevano espandersi liberamente». Anche se, in realtà, alla donna viene riservato un ruolo tradizionale, di moralizzazione, e la sua presenza nelle colonie viene invocata per impedire la relazione sessuale tra i coloni italiani e le indigene e dunque l’incrocio tra le razze.

Questa contraddizione del ruolo femminile in colonia è portata all’estremo da Genina: dietro l’apparente preminenza dei protagonisti maschili, sono le donne ad essere le vere eroine del film, come si evince dalle quattro storie che si susseguono e si intrecciano nella Bengasi messa sotto assedio dagli inglesi. Il cap. Berti (Giachetti) obbliga la moglie Carla, che non vuole, a lasciare Bengasi, ma nel tragitto il figlioletto viene ferito a morte. L’ufficiale Filippo (Nazzari), una spia al servizio degli italiani, convince la giovane ricercatrice chimica Giuliana a sposarlo, ma viene arrestato dagli inglesi. Una vecchia contadina ritrova il figlio, cieco, e torna con lui alla fattoria, per scoprire che gli inglesi gli hanno ucciso il marito. La giovane prostituta Fanny (il vero nome è Maria) si redime rischiando la vita per un soldato ferito, che le promette di sposarla al ritorno in Italia. Queste quattro storie di eroismo al femminile corrispondono a diverse tipologie femminili in colonia: la donna “moralizzatrice”, moglie e madre (Carla e la vecchia rurale); la “donna nuova”, dedita, come l’uomo nuovo, al dovere, alla patria e alla colonia (Giuliana); la donna perduta, che si redime per amore (Fanny/Maria).

In tutti i casi, il femminile viene addomesticato, rinchiuso nell’eterno ruolo di madre o subordinato all’autorità maschile. Ma un’atmosfera cupa e fredda, di morte, domina tutte e quattro le storie, e se le parabole femminili sono improntate al sacrificio, all’espiazione e all’attesa, sono gli uomini – legati indissolubilmente alla guerra – ad essere feriti, arrestati, uccisi. Anche qui, Genina sembra sposare, approfondire e infine superare il genere coloniale: il melodramma viene usato come veicolo di propaganda e di accettazione dei ruoli sociali previsti dal regime per le donne, ma insieme come denuncia dell’impossibilità di indossarli fino in fondo.

L’edizione homevideo – realizzata sempre dalla Bibax – non presenta purtroppo materiale extra, a parte la selezione in capitoli del film. Accattivante, però, come per Lo squadrone bianco, l’originale presentazione editoriale: una scatola con immagini e locandine d’epoca contiene il Dvd e la riproduzione della fotobusta originale con il lancio promozionale del film.

Da segnalare, però, un errore evidente nel titolo e nella trama del film: il Dvd viene presentato nel Menù con il titolo Bengasi anno ’41, che non compare nei titoli di testa e che è il titolo della versione successiva del film, rimaneggiata dal produttore Carlo Bassoli nel 1955. La trama riportata sulla copertina del Dvd - e purtroppo in molte altre banche dati cinematografiche - corrisponde appunto a questa versione successiva, e non al film realizzato da Genina nel 1942.
L’episodio aggiunto da Bassoli, che che fa da cornice al film, vede Giuliana (Vivi Gioi) recarsi molti anni dopo in pellegrinaggio ad El Alamein, accompagnata da un ufficiale inglese, Charles, che vorrebbe sposarla. Qui Giuliana rievoca alcuni episodi dell’occupazione inglese di Bengasi nel 1941. Le quattro storie, i quattro destini descritti dal film di Genina vengono quindi ripresentati come flash-back, alla fine del quale Guliana accetta la proposta di matrimonio.

Maria Coletti

Cast & Credits

Bengasi
Regia: Augusto Genina; soggetto: Augusto Genina; sceneggiatura: Augusto Genina, Ugo Betti, Alessandro De Stefani; fotografia: Aldo Tonti, Guido Serra; montaggio: Fernando Tropea; scenografia: Camillo Parravicini; suono: O. Del Grande; musiche: Antonio Veretti; interpreti: Fosco Giachetti, Amedeo Nazzari, Maria Von Tasnady, Vivi Gioi, Laura Redi, Amelia Rossi Bissi, Fedele Gentile; origine: Italia, 1942; formato: 35 mm, b/n; durata: 96’; produzione: Renato e Carlo Bassoli per Bassoli Film.

Dvd nella confezione: 1; supporto: 9, singola faccia, doppio strato; regione: 2; formato video: 4/3, b/n; formato audio: Originale italiano (Dolby Digital 2.0 mono); distribuzione homevideo: Bibax; extra: accesso diretto alle scene.


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