title_magazine

Orientalismo eretico. Pier Paolo Pasolini e il cinema del terzo mondo

di Luca Caminati

Indipendentemente dal fatto che il (sotto)titolo di questa monografia critica si riveli alla lettura fuorviante - non toccando minimamente le cinematografie dei Paesi del terzo mondo -, l’approccio teorico con cui Luca Caminati affronta il rapporto di Pasolini con il sud del mondo - evocato di recente dalla tesi di laurea di Salvatore Landi -, ha il merito non comune di impostare la questione ricollegandosi a una tradizione, quella dei Postcolonial Studies, la cui attualità e produttività sono purtroppo scarsamente messe alla prova dagli studiosi di cinema italiani. La ragione di questa originalità di approccio è presto detta, ed evidenziata in sede di ringraziamenti: il libro è frutto di una ricerca iniziata presso il Dipartimento di Italianistica della University of Wisconsin-Madison.

E già in sede di prologo, chi scrive enumera le fonti alla base del suo inquadramento teorico, dalle letture lacaniane di Homi Bhabha, all’analisi storica e culturale dei viaggiatori europei in Africa e in Sudamerica di Mary Louise Pratt, dallo studio etnografico dell’arte di James Clifford e Hal Foster al saggio Experimental Ethnography di Catherine Russell. Proprio ricollegandosi a questa suggestiva categoria critica di Russell, Caminati arriva a definire l’approccio di Pasolini ai Paesi del sud, per come emerge dallo studio di una serie di esperienze cinematografiche.

Dopo un’introduzione dedicata a Le mura di Sana’a, girato nell’ottobre 1970 nella capitale dello Yemen, il volumetto si articola in quattro capitoli e in un epilogo. Il primo viene consacrato a L’odore dell’India, diario di viaggio scritto nel 1962, e prima traccia testimoniale in cui l’orientalismo pasoliniano viene severamente testato, tanto da farlo scivolare in numerosi complessi e fantasmi ben analizzati di recente da Bhabha in Location of Culture, ma anche il suo attaccamento alla parola scritta, di cui alla fine del viaggio è costretto a rivelare l’inadeguatezza, suggerendo in prospettiva l’adozione privilegiata di un altro strumento - il cinema, «lingua scritta della realtà» - per raccontare le società del terzo mondo.

Il secondo capitolo è dedicato proprio all’analisi di questo passaggio dalla parola all’immagine, sulla base di una puntualizzazione teorica che chiarisce i suoi rapporti con la semiologia, nei termini di una dialettica tra realismo e formalismo che si risolve nella scoperta della natura codicale della realtà e nella necessità di demistificare quanto di irrimediabilmente finzionale vi si annida, prefigurando magari nel third space postcoloniale la possibilità di una via d’uscita dalle contraddizioni della società occidentale. E qui si apre appunto l’interrograzione sul terzomondismo di Pasolini, riscaldato da un’adesione ideologica alla causa delle lotte di liberazione che contrasta con le ricadute decadentistiche che gli sono state talvolta imputate.

Il terzo capitolo affronta il cuore della questione, analizzando la produzione documentaristica di Pasolini e in particolare Appunti per un film sull’India (1968) e Appunti per un’Orestiade africana (1968-73), servendosi delle citate categorie di Catherine Russell: l’etnografia sperimentale di Pasolini è una pratica ibrida, eretica, che fa saltare le pretese di oggettività dell’etnografia di matrice positivista davanti alla volontà di usare il documentario per sperimentare nuove forme di organizzazione del discorso filmico, attraverso la poetica appunto di un cinema che procede per appunti, sopralluoghi, come trascrizione per immagini di un’esperienza non finita ma che prelude, ipoteticamente, a un vero film da farsi.

Del progetto legato all’Orestiade, Caminati sottolinea il realismo antropologico che Pasolini intende mettere in campo, attraverso la ricerca del casting e delle location appropriate, per poi evidenziare la centralità della situazione in cui Pasolini stesso discute della sua ipotesi di lavoro con un gruppo di studenti africani a Roma ed è costretto a rendersi conto che il suo accostamento Africa/antica Grecia, oltre a risultare oscuro ai più - e tutt’al più recuperabile con una retrodatazione dell’intreccio all’inizio degli anni Sessanta -, fa problema nel momento in cui rivela nell’impostazione di Pasolini la presenza di un’antinomia, quella tra storia e preistoria, tribalismo mistico-religioso e democrazia, che tende a riprodurre l’inaccettabile stereotipo, secondo il quale la storia dell’Africa inizia con il colonialismo. Ma la disillusione di Pasolini entra - e qui il riferimento al modello di Rouch, convocato da Caminati ma non ammesso da Pasolini, risulta pertinente - nel corpo stesso degli Appunti per un’Orestiade africana, prefigurando un ulteriore messa in questione che porterà a un successivo slittamento: l’ipotesi di trasformare il film in un musical intepretato da cantanti-attori afroamericani.

Nel quarto capitolo, l’autore descrive l’allontamento di Pasolini dall’etnografia sperimentale degli Appunti, che prelude alla realizzazione, ancora in chiave però terzomondista, di Edipo re (1967) girato in Marocco, e del Fiore delle mille e una notte (1974) girato in Etiopia ma soprattutto nella penisola arabica, in Nepal e in India. In chiusura e quasi a margine, viene invece affrontata la sceneggiatura de Il padre selvaggio, scritta nel 1963 per un film mai realizzato per ragioni soprattutto produttive. Nella parabola del film, nella storia di questo rapporto tra un maestro bianco idealista nel Congo post-indipendenza e un ragazzo nero diviso tra desiderio di cultura e regressioni a un tribalismo preistorico, Caminati prefigura la necessità di un confronto, quello con l’Alterità, che appare quanto mai urgente per per costruire un futuro multietnico e democratico nel nostro paese.

Una riflessione quanto mai opportuna, quella all’attualità dell’apertura antropologica di Pasolini, che richiama un passaggio ancor più esplicito, anche se non privo di echi problematici, de La rabbia (1963):
Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama Colore. / Si chiama Colore, la nuova estensione del mondo. / Dobbiamo ammettere l’idea di migliaia di figli neri o marroni, / infanti con l’occhio nero e la nuca ricciuta. / Dobbiamo accettare distese infinite di vite reali, / che vogliono, con innocente ferocia, entrare nella nostra realtà. / Altre voci, altri sguardi, altri amori, altre danze: / tutto dovrà diventare famigliare e ingrandire la terra!

Leonardo De Franceschi

Luca Caminati
Orientalismo eretico. Pier Paolo Pasolini e il cinema del terzo mondo
Milano, Bruno Mondadori, 2007, 131 pp.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha