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Un atto di conoscenza parziale

a cura di Alice Casalini e Leonardo De Franceschi

Dalla conferenza stampa di "Bianco e nero"

In occasione della presentazione dell’ultima commedia scritta e diretta da Cristina Comencini, Bianco e Nero (2008), si è tenuta la conferenza stampa alla Casa del Cinema a Roma. In sala erano presenti, oltre a Cristina Comencini, le due giovani sceneggiatrici, Giulia Calenda e Maddalena Ravagli, i quattro attori protagonisti, Fabio Volo, Ambra Angiolini, Aïssa Maïga e Eriq Ebouaney, Riccardo Tozzi per la Cattleya e Caterina d’Amico per Rai Cinema. Bianco e Nero è nelle sale di tutta Italia dall’11 gennaio, distribuito dalla 01 e sostenuto da Amref Italia, associazione per la quale alla Casa del Cinema era presente il Direttore Generale Francesco Aureli.
Riportiamo alcuni estratti dell’incontro di Cristina Comencini e degli attori con la stampa.

Cristina Comencini
Il cinema italiano ha molto bisogno di sceneggiature. Questa l’ho scritta con due giovanissime, Giulia Calenda e Maddalena Ravagli. Per quanto riguarda gli attori: Ambra Angiolini e Fabio Volo li ho scoperti al cinema. Di Volo ho visto l’ultimo film, Uno su due di Eugenio Cappuccio, e Ambra l’ho vista nel film di Ferzan Ozpetek, Saturno contro. Per quanto riguarda gli attori africani, noi abbiamo una grande comunità senegalese che si sta formando in Italia, però è più recente di quella francese e non ha ancora prodotto attori, così sono andata a cercarli in Francia. Abbiamo avuto un bravissimo coach e quindi non abbiamo avuto grandi difficoltà, perché loro hanno recitato il copione, magari adattando il francese. […]
Indovina chi viene a cena è stato un riferimento perché è l’unico film. Si diceva anche con Eriq come è incredibile che paesi che hanno un’immigrazione nera di vecchissima data non abbiano mai fatto commedie su questo argomento. Il finale è stato rifatto e pensato cinquanta volte. Ovviamente, il fatto che per stare insieme affrontino un sacco di problemi tra cui anche quello dei bambini si riferisce a un tipo d’amore che oggi non esiste più, esisteva negli anni Settanta, quando le persone s’incontravano in ambienti diversi, non solo tra persone che fanno lo stesso mestiere o appartengono alla stessa classe sociale. Questa cosa forse è una speranza per il futuro. […]
Quando abbiamo pensato con Riccardo Tozzi e con le sceneggiatrici a scrivere questo film, io ero tornata da un viaggio in Africa. Alcuni amici africani, sposati con italiani e viceversa, mi hanno raccontato la loro esperienza e mi si è spalancato un mondo. Era certo difficile fare una commedia su questo argomento, continuamente ci veniva il tarlo del politically correct. Poi abbiamo incontrato Amref, e abbiamo capito che c’era un associazione in Italia che la pensava esattamente come noi, che non si spaventava del giocare con i pregiudizi. Franco Branciaroli interpreta un tipico italiano che pensa di essere per l’Africa e che magari fa Lawrence d’Arabia, racconta ad Aissa le sue avventure sessuali. Lui aveva questa battuta in cui la donna gli dice: «i negri al tuo confronto impallidiscono», e ci siamo chiesti se si poteva dire, poi lui ha insistito e del resto al cinema sei lì e ti butti. […]
Mi hanno raccontato una tale quantità di gag su questi argomenti, soprattutto sui bambini. Il bambino nero che vive in un mondo di principesse bionde, avrà pure un immaginario che si crea partendo da questo, non sono cose che invento io. Le coppie di bianchi e neri in Italia affrontano questi problemi tutti i giorni. Chi è molto intelligente le affronta con ironia, ed è la ragione per cui ho fatto una commedia e non ho fatto un film drammatico. La mancanza di lievità nel raccontare queste cose è sempre secondo me una mancanza. Tra le gag, anche molto comiche, c’era quella della madre africana che dice al figlio «non far fare tanti figli a tua moglie altrimenti ti lascia», e cose di questo genere. La paura e l’attrazione dell’altro convivono. Il film è sempre un atto di conoscenza parziale, per cui poi si dovrebbe sviluppare quello che un tempo si chiamava dibattito. […]
Questa cosa ce lo siamo tenuti per tutta la lavorazione e adesso lo dico in conferenza stampa: nessuno sponsor italiano ha voluto sponsorizzare gli africani per i costumi. Questa cosa assurda che è successa fa capire come sia ancora lontana l’immagine degli africani da noi. Eppure spesso l’africano viene rappresentato nelle campagne pubblicitarie, sempre in un contesto legato all’erotismo, e questo secondo me è un altro pregiudizio. […]
Mio padre diceva di aver messo in scena in Tutti a casa il tenente Innocenti, una persona normale, perché attraverso la sua storia poteva raccontare qualcosa di tutti e d’inedito. Se poi pensiamo a Billy Wilder, i suoi film coinvolgono personaggi comuni che entrano in contatto con situazioni eccezionali e nell’incontro tra queste due cose scatta il cinema. Questo è qualcosa che è veramente nella tradizione della commedia e che amo particolarmente. Anche il personaggio di Aïssa è anticonformista, dice una battuta che solo lei poteva dire («Non ne posso più di questa Africa che muore di fame»), e per di più loro s’incontrano fuori, e fumano, cosa scorrettissima oggi.

Fabio Volo
Credo che arrabbiarsi e innamorarsi siano due cose ovviamente diverse, ma in entrambi i casi si tratti di un’alterazione di un qualcosa; quando uno s’innamora si lascia completamente andare, quando si arrabbia non è che si lascia andare, ma si arrende. Io non è che non perdo il controllo, semplicemente solo non sono mai stato affascinato dall’innamoramento, se non quando avevo vent’anni, ho sempre preferito invece sviluppare la capacità di trovare la bellezza senza mai perdere l’alterazione della realtà, cercando di sviluppare una sensibilità al bello più che questa forma di ubriacatura che è l’innamoramento che poi quando finisce ti domandi come hai fatto a stare anni con una persona così, per esempio. […]
Io a scrivere continuo tutta la vita, solo per dar fastidio a Vespa. La radio la continuo sempre, credo che quest’anno non farò televisione. Per quanto riguarda il cinema penso sempre che l’ultimo film sia il provino per il successivo, anche perché non avendo fatto l’accademia, ogni volta ho l’impressione che stiano là a dire «vediamo». Ora sono al quinto film, ma io continuo volentieri se mi chiamano. E se non mi chiamano, visto che sono diventato ricco, i film me li produco da solo.

Ambra Angiolini
Il tradimento di Carlo è aggravato dal tradimento dell’Africa, perché Carlo tocca ad Elena quello che ha di più prezioso: lei si nasconde dietro questa perfezione, questo perbenismo, cerca di pagare le colpe della sua famiglia di cui un po’ si vergogna, e quindi è un elemento molto importante e suo marito va a toccare proprio quello e le fa scoprire di essere un po’ razzista. Elena però lo perdona, e così comincia ad ammorbidirsi: si perdona di avere pensato che quella donna era una negra e di non averlo potuto dire, si perdona di non essere da manuale, come invece lei credeva di vivere. A Elena crollano molte certezze e questo la rimette un po’ in piedi, ma forse in maniera migliore e quindi guarda anche suo marito con un’ammirazione che prima non aveva. […] Nel film mi è piaciuto molto il personaggio di Carlo, credo di essere così nella vita: una persona che non ha un giudizio preciso, non è mai chiusa, ma che poi per curiosità s’avvicina. Io ho sempre abitato in periferia, quindi in quartieri multietnici, in posti dove comunque l’integrazione per forza di cose ci doveva essere. Mia figlia va ad un asilo comunale e quindi ci sono classi miste, dopo un po’ non ci fai caso, poi ti arriva la violenza dai media, che mettono in risalto qualcosa che ha solo a che fare con l’inciviltà, il non rispetto, e la disumanità ma questo fa parte dell’essere umano. [...]
Ferzan e Cristina sono state due sorprese fantastiche, il primo ha avuto il coraggio di partire da zero, e lei ha avuto ancora più coraggio di continuare a crederci e di provare a farmi ancora recitare in un progetto bellissimo. Mi sono sentita molto amata e curata, e quando succede questo, per me è molto facile, poi certo ci vuole tanta energia e disponibilità da parte di chi non ha esattamente la tecnica. I ruoli sono per fortuna molto diversi, perché poi quando ti vedono far bene una cosa ti propongono sempre quella e fare la tossica fino a cinquanta anni sarebbe stato un po’ pesante. Quindi mi è piaciuta l’idea di ricominciare in un ruolo così quotidiano, così interessante, anche difficile per me perché Elena manca completamente d’ironia, è una persona rigida. Però ho trovato qualcosa in comune tra i due personaggi: tutte e due vivono di una maschera che non è la verità, è qualcosa che le aiuta a vivere. […] Io ho gli stessi impegni di Fabio Volo, cioè niente. Se questa cosa va male saremo dei disoccupati e la responsabilità sarà solo vostra.

Aïssa Maïga
Del problema dell’integrazione ho parlato con Cristina sia prima della lavorazione che dopo e devo dire che questo riguarda più la generazione dei miei genitori che la mia. Io sono arrivata in Francia all’età di quattro anni e mezzo, ho fatto tutti gli studi in Francia in classi con francesi, neri, asiatici, arabi, e non ho mai conosciuto questo problema dell’integrazione, anzi direi che il termine stesso integrazione in Francia è quasi fuori luogo. Credo, come ha detto Ambra, che per le popolazioni di origini straniere il problema sia più di natura sociale che di natura culturale, nel mio caso non lo è stato. In Francia i figli degli immigrati parlano perfettamente francese, lavorano, pagano le tasse come tutti, quindi non è un problema culturale, ma a mio avviso è un problema sociale.

Eriq Ebouaney
Io non sono completamente d’accordo con quanto ha appena detto Aïssa, perché bisogna riconoscere che esiste un problema rispetto all’altro in Europa: gli italiani del Nord non amano tanto gli italiani del Sud perché li sentono diversi e se qualcuno arriva nei nostri paesi, anche noi forse reagiamo in un determinato modo perché ci fa paura. Allora il problema in Francia – che è il nostro paese perché, anche se non sembra, noi siamo francesi – è che la Francia è il paese dei diritti umani dove si è pronti ad accogliere tutti, ma dove non si è disposti a dividere un pasto. Rispetto all’Italia che è un paese diverso perché non si ha la stessa abitudine a vivere con gli stranieri, forse non si è pronti ad accettarli, ma si è disposti a dividere un piatto di pasta con loro. Forse i giovani, che oggi hanno meno di quaranta anni e sono abituati a viaggiare e che magari tramite la musica si sono familiarizzati con culture diverse, forse grazie a loro si potrà fare che i nostri figli vivano con gli stranieri in modo del tutto normale e quotidiano. Comunque nel film di Cristina Comencini credo che il personaggio più italiano di tutto il film sia quello che interpreto io: perché innanzi tutto è un uomo bello, elegante, che ama la moglie, adora la mamma ed è un cornuto!

Francesco Aureli (Amref)
L’Amref (African Medical and Research Foundation) non è propriamente uno sponsor, ma questo mi fa riflettere anche sulle difficoltà che troviamo noi. Volevo cogliere l’occasione per ringraziare Cristina e Riccardo della Cattleya e anche Ambra e Eriq che lavorano cinematograficamente per Amref nel film. Credo che il tema sia molto importante e attuale. Ci sono degli studi fatti sul razzismo innato in ognuno di noi, anche in noi che lavoriamo nelle organizzazioni umanitarie, quindi è stato molto divertente, ma anche interessante sposare questo progetto di Cristina perché credo che ci abbia anche permesso di fare una riflessione sul razzismo che c’è in ognuno di noi e che c’è al contrario anche tra gli africani.

Trascrizione: Alice Casalini
Editing: Leonardo De Franceschi

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