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Panafricana 2007, con gli occhi di uno studente

di Laura Campanile

È passato più di un mese dalla conclusione del festival Panafricana-Le mille Afriche del cinema a Roma (1-9 dicembre 2007) che, attraverso proiezioni, dibattiti, incontri, ha presentato film provenienti dall’Africa e non solo, con il fine di promuovere, riscoprire un cinema e un continente pieno di storia e di storie dalle molteplici realtà.

Quest’anno il festival Panafricana, alla sua settima edizione, si è tenuto presso l’Accademia di Francia-Villa Medici, il Cinema Trevi-Cineteca Nazionale e il Centre Culturel Saint-Louis de France, e il programma è stato suddiviso in dieci sezioni: Panafricana 2007, Lezioni di cinema, Italiani in Africa, Focus Fespaco, Cantiere Europa, Panafricana Kidz, Sguardo italiano, Invito al viaggio, Homevideo Free Zone e Omaggi, sezione dedicata ad artisti recentemente scomparsi che hanno segnato la storia della giovane cinematografia africana. La rassegna si è inoltre arricchita di numerose presenze come l’attore Abel Jafri, e i registi Izza Genini, Albert ter Heerdt e Kevin Aduaka che hanno introdotto i loro lavori e soddisfatto dubbi ed interrogativi del pubblico.

Ospite di eccezione nella sezione Lezioni di cinema, il cineasta proveniente dal Burkina Faso Gaston Kaboré. In programma, alcuni cortometraggi meno noti e i suoi quattro lungometraggi: Wênd Kûuni(1982), Rabi (1992), Zan Boko (1988) e Buud Yam (1997). Una tavola rotonda a Villa Medici e la Master Class all’Università Roma Tre hanno completato la sezione. Gli ospiti presenti alla tavola rotonda hanno descritto come il lavoro del regista abbia ricostruito una memoria comune africana per riappropriarsi della propria identità, del proprio spazio e del tempo, troppe volte rappresentati da sguardi altri, come si è visto nelle altre sezioni della rassegna.

Il cinema diventa con Kaboré uno specchio in grado di riflettere quell’Africa, e in particolare il Burkina Faso, dove più della metà della popolazione vive tra la ruralità dei villaggi e la modernità delle città. Attraverso l’immagine filmica la tradizione, raccontata sotto forma di favola, sensibilizza sull’importanza della propria identità originaria. Essere regista, infatti, come ha lui stesso raccontato, è per Kaboré, più che una vocazione, un bisogno consapevole di dover mostrare la storia dell’Africa a partire da un punto di vista interno e non più esterno, per poter raccontare il suo popolo, usando come fonte la tradizione orale, che gli è stata trasmessa.

Alla Master Class, Kaboré ha raccontato se stesso, rivelando cosa lo abbia spinto da studioso di storia a diventare regista. Usando il cinema come mezzo di comunicazione, Kaborè ha studiato la grammatica cinematografica, il linguaggio delle immagini, per poter diventare un narratore di storie della vera Africa, quella degli antenati, come accade ad esempio nel suo primo film Wênd Kûuni dove i codici del racconto si uniscono a quelli della storia. Convinto sostenitore dell’importanza del cinema come strumento di memoria, il cineasta burkinabè è stato segretario per anni della FEPACI (Fédération Panafricaine des Cinéastes) per promuovere lo sviluppo del cinema in Africa.

Gaston Kaboré è uno degli esponenti più significativi della cinematografia africana a cui ha dato un notevole contributo perché, come scrive anche Giuseppe Gariazzo nel suo libro Breve storia del cinema africano, «è una cinematografia giovane quella del Burkina Faso, nata concretamente negli anni ’80 dopo qualche sporadico episodio, ma divenuta in breve tempo la più importante dell’Africa nera per produzione di film, strutture organizzative, presenze autoriali».

È stato straordinario l’incontro del regista con gli studenti: attraverso una breve carrellata dei suoi film Kaborè ha dialogato sull’importanza della musica, della luce e degli attori non professionisti che egli sceglie per i suoi film, sull’importanza dell’interiorità del personaggio al quale è affidato il compito di rappresentare oltre che se stesso, anche il suo popolo, il popolo del Burkina Faso, paese degli uomini integri e degni di rispetto. La rassegna ha quindi dato agli studenti come me l’opportunità di scoprire una cinematografia alternativa, un modo diverso di raccontare storie e di utilizzare quello che io ritengo sia il più grande mezzo di comunicazione per mostrare e far riflettere.

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