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Io sono leggenda (I Am Legend)

di Francis Lawrence

Will Nevill: nero, buono, scienziato ed unto dal signore

Uscito negli States l’11 dicembre e da noi un mese esatto dopo, Io sono leggenda (I Am Legend) è già entrato nella classifica USA top 50 toccando quasi quota 250 millioni di dollari (solo in Italia ha incassato finora oltre 10 milioni di euro), sta per superare Men in Black (250 MD), e probabilmente raggiungerà anche Independence Day (306 MD), altri successi intepretati da Will Smith. Difficile confrontarsi con un blockbuster di tale efficacia adottando una prospettiva d’analisi che non si confronti con le sue finalità strettamente industriali. Anche perché, se lo recensiamo sulle colonne di Cinemafrica, è in quanto film non solo interpretato ma anche prodotto da Smith, con la sua Overbrook Entertainment – codiretta con John Lassiter –, che ha alle spalle tappe chiave della sua filmografia come Ali (2001), I-Robot (2004), Hitch (2005) e The Pursuit of Happyness (2006). Gli elementi di continuità riscontrabili con il film di Gabriele Muccino, che ha valso a Smith la sua seconda nomination agli Oscar dopo Ali, sono tali da sottolineare la coerenza autoriale con cui l’ex Fresh Prince sta amministrando la propria carriera di performer.

Tratto dal celebrato romanzo di culto di Richard Matheson, pubblicato nel lontano 1954 ed edito in Italia da Fanucci, come è noto I Am Legend, opera seconda di Francis Lawrence (dopo il flop Constantine, 2002) è il terzo adattamento ufficiale. Viene dopo l’asciutto e visionario L’ultimo uomo della terra diretto nel 1964 dall’esordiente Ubaldo A. Ragona, intepretato da Vincent Price e sceneggiato con la collaborazione dello stesso Matheson, e l’assai più libera e funky versione british di Boris Sagal, The Omega Man (1975: Occhi bianchi sul pianeta terra), la cui sceneggiatura peraltro è stata citata anche nei credits di I Am Legend, e in cui nei panni di Robert Neville c’era Charlton Heston. Oltre ai due titoli menzionati, in realtà la serie dei possibili film di riferimento, ben più ampia, può essere allargata almeno al capostipite della romeriana saga degli zombi (Night of the Living Dead, 1968) e al più recente 28 Days After (Danny Boyle, 2002), la cui uscita peraltro ha posticipato di qualche anno la realizzazione del film di Lawrence. La presenza di tanti antecedenti, con notevoli variazioni sullo stesso plot, rendono utile tornare sull’intreccio, senza troppo indugiare sui dettagli.

New York, 2012. Assediato nella sua casa-fortezza al Washington Square Park di Manhattan, lo scienziato militare Robert Neville conduce da tre anni una ricerca di laboratorio per isolare il virus della sindrome Krippin, che ha contagiato forse la totalità degli esseri umani, diffondendo una malattia che ha tutti i sintomi della rabbia: nascosti in rifugi bui durante il giorno, gli infetti si scatenano durante la notte nella caccia a Neville, attirandolo con trappole all’esterno della sua abitazione, difesa con sistemi high tech. Per non cedere alla follia, consolato dalla sola compagnia del pastore tedesco Sam e delle canzoni di Bob Marley, Neville conduce un’esistenza metodica: ogni mattina esce ad ispezionare una nuova strada nel circondario e a fare shopping in supermercati spettralmente vuoti, per poi raggiungere a mezzogiorno il South Street Seaport nella speranza che qualcuno ascolti il messaggio radio automatico che dà appuntamento al porto per quell’ora agli altri eventuali superstiti. Tra un esercizio sul tapis roulant e una partita a golf su una portaaerei abbandonata, l’esistenza di Neville trascorre fin troppo regolare, frustrata dai fallimenti continui delle sue ricerche e ossessionata dai ricordi di un passato felice, con la moglie Zoe (Salli Richardson) e la figlia Marley (Willow Smith). L’arrivo provvidenziale e inatteso della solare Anna (Alice Braga, A cidade de deus) e di un ragazzino taciturno (Charlie Tahan) lo spingono a immaginare di lasciare il suo rifugio, cercando di raggiungere un’ipotetica colonia di umani non contagiati dal terribile virus, ma deve fare i conti con la schiera di rabbiosi assedianti.

Nell’analisi del film, credo sia utile distringuere fra i vari livelli che diversamente interagiscono. Il primo investe il lavoro sceneggiatoriale condotto da Mark Protosevich e Akiva Goldsman (autore di I, Robot, produttore anche di Constantine e del prossimo film con Smith, Hancock), sulla scorta dei precedenti enumerati. Recuperando l’originaria chiave black del lontano capolavoro di Romero ma non le implicazioni controculturali del suo discorso, nondimeno i due sceneggiatori rovesciano l’impalcatura etica dell’inquietante antieroe solitario di Matheson: un impiegato bianco, di origini tedesche (del padre si lascia intuire che avesse avuto simpatie reazionarie), che di giorno brucia cadaveri degli infetti morti (vampiri, nell’originale), e va in giro a rastrellare gli infetti vivi, trafiggendo loro il cuore, e di sera passa il tempo ad affilare paletti, ascoltando Schönberg e sbronzandosi di whisky, e quando (non) per caso incontra un’altra supersite, la sottopone a un impietoso terzo grado. Come il protagonista di Romero, anche questo Neville non solo è destinato al sacrificio – non vano come nel film di Ragona, bensì utile come già in The Omega Man –, ma viene investito di un crisma salvifico che sintetizza sincreticamente rigore scientifico e millenarismo religioso.

Se già nel film di Ragona si era perso il carattere qualunque di Neville, perseguitato ogni notte anzitutto dal suo ex-miglior amico e compagno di lavoro, costretto per necessità a divorare libri di medicina, e trasformato invece in un virologo di chiara fama, ma non la spietata risolutezza del serial killer di vampiri (recuperata anche nel più ironico ma non meno deciso Neville di Heston), qui il protagonista non è solo un ricercatore di punta ma anche un colonnello dell’esercito, quindi è un nero vincente, non solo pienamente integrato ma ai vertici di due poteri simbolici forti, la scienza e l’esercito. Pur sovraccaricato di questo doppio potere, che si traduce in una dimestichezza notevole con le armi da guerra oltre che non provette e microscopi, Neville è dipinto come un eroe da western classico, senza macchia e (quasi) senza paura, che in giro spara – senza troppa fortuna – solo a bizzarri cervi (che saltano, digitalmente, come canguri). Con analoga meticolosità, certo non è un caso, viene cancellata ogni connotazione ambigua nelle creature mutanti che minacciano Neville, non più divisi – come in Matheson e in Ragona – tra vampiri vivi (resistenti al virus e autoorganizzati nella difesa contro Neville) e vampiri morti, o trasformati in una banda di frati dark come nella rilettura personale di Segal: gli ominidi infetti e feroci che disseminano la città di trappole, scalano con agilità muri e resistono a ogni carica esplosiva, sono l’incarnazione del male assoluto, male scaturito peraltro dalle improvvide ricerche anticancro della genetista Alice Krippin (Emma Thompson).

L’empowerment nera che sta segnando l’ascesa di Obama porta Will Smith a immaginare il proprio ruolo, come già nel white nigger protagonista di A Pursuit of Happyness, come nuovo eroe dell’immaginario mainstream: inclusivo, postrazziale, in grado di unire le risorse di scienza e fede, e riuscire nell’impresa di salvarla davvero l’umanità, in un happy ending che rovescia il pessimismo catartico di Matheson, il disincantato decadentismo di Ragona e l’antimilitarismo militante di Boyle. È il prezzo da pagare per un blockbuster ecumenico, pensato per scontentare pochi, dall’ultradestra telepredicatrice dei vari Romney e Huckabee (che apprezzerà il millenarismo religioso), ai liberal pro-Obama (blanditi dall’insistito richiamo al pacifismo non violento di Marley).

Ma se I Am Legend ha fatto breccia nell’audience di mezzo mondo, non è certo per l’efficacia dello script (monodimensionale e interessante solo su un piano comparatistico), non per la tenuta della performance di Smith (assai meno ispirato nei soliloqui col suo cane pastore di quanto non lo fosse nei duetti con il figlio Jason del precedente mucciniano: qui la figlia Willow si vede solo nei flashback), né tantomeno per l’impersonale regia di Lawrence, quanto per la raffinata partitura luministica dell’australiano Andrew Lesnie (autore della fotografia della trilogia del Signore degli anelli) e soprattutto per la straordinaria concezione spaziale del production design, firmato da Naomi Shohan (American Beauty, Training Day, Constantine) che riesce a superare la forza evocativa degli adattamenti precedenti (eccezion fatta per la rilettura espressionistica dell’Eur in Ragona), dando forma a una New York da dopostoria, spettralmente silenziosa, invasa da carcasse di auto e da una vegetazione che ha ragione dell’asfalto.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits Io sono leggenda (I Am Legend)
Regia: Francis Lawrence; sceneggiatura: Mark Protosevich, Akiva Goldsman, dal romanzo omonimo (1954) di Richard Matheson, e dalla sceneggiatura (1971) di John William Corrington e Joyce Hopper Corrington; fotografia: Andrew Lesnie; montaggio: Wayne Wahrman; scenografia: Naomi Shohan; costumi: Michael Kaplan; musiche: James Newton Howard; suono: Jeremy Peirson; interpreti: Will Smith, Alice Braga, Charlie Tahan, Salli Richardson, Willow Smith, Darrell Forster, April Grace, Dash Mihok; origine: USA, 2007; formato: 35 mm, 1:2,35; durata: 101’; produzione: Akiva Goldsman, James Lassiter, David Heyman e Neal Moritz per Weed Road Pictures, Overbrook Entertainment; distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia; sito ufficiale: iamlegend.co.ua; sito italiano: wwws.warnerbros.it/iamlegend/

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