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American Gangster (id.)

di Ridley Scott

Un Superfly che non vola

Uno dei passaggi più divertenti del lungo articolo "The American Gangster" di Mark Jacobson, tradotto in Italia per Einaudi, è quello in cui il giornalista raccoglie le reazioni a caldo del vecchio padrino Frank Lucas dopo l’incontro con i boss della Universal per avviare il progetto del film: «La sai una cosa Mark? Pensavo che il mio fosse un lavoro di merda, ma questi sono squali fatti e finiti». Il brillante ritratto di Lucas che traccia Jacobson, in origine pubblicato nel 2001 sul «New York Magazine», val bene una lettura, per l’ironia sanguigna che gronda dalle sue battute (come quando descrive Harlem all’inizio dell’ora dello spaccio: «alle quattro c’erano così tanti negri in strada da girarci un film di Tarzan»), e per l’interesse legato ai numerosi riferimenti cinematografici. Ricordavate per esempio che il boss Bumpy Johnson, padre putativo di Lucas, era stato impersonato già da Moses Gunn in Shaft il detective (Gordon Parks jr., 1971), e da Laurence Fishburne in Cotton Club (Francis Ford Coppola, 1984) e Hoodlum (Bill Duke, 1997)? Forse sì, ma la cosa più sbalorditiva è apprendere che Frank Lucas aveva interpretato nel 1969 un affascinante Superfly, in un film prodotto dal cantante nero Lloyd Price (The Ripoff), che avrebbe anticipato l’era dei blaxploitation movies, se solo fosse stato ultimato. Un’ironia e un piacere del viaggio a ritroso nel tempo che hanno lasciato ben poche tracce nel rigido biopic gemellare firmato da Ridley Scott.

Harlem, 1968. Il leggendario Bumpy Johnson, boss nero al servizio delle famiglie italiane, muore tra le braccia del suo fedele autista, che lo ha servito per oltre quindici anni. Frank Lucas (Denzel Washington) è un country boy che viene dal North Carolina, ma le immagini in bianco e nero dei militari americani morti rimpatriati dal Vietnam più che suscitargli cordoglio, gli fanno venire in mente la più folle e geniale delle imprese di economia criminale: importare negli States all’interno delle bare dei carichi di eroina pura direttamente dai fornitori del triangolo d’oro. Grazie a un parente che ha un locale per militari americani a Saigon e alla compiacenza di alcuni ufficiali, Lucas si imbarca nel fitto della campagna cambogiana e con la sua Blue Magic, molto più pura e a buon prezzo degli altri tagli in circolazione, si assicura un dominio incontrastato ad Harlem e dintorni, dal 1969 al 1973, quando il Vietnam viene abbandonato dai marines. È la prima volta che un nero è a capo di un’organizzazione criminale internazionale: quando l’integerrimo poliziotto Richie Roberts (Russel Crowe), noto - e irriso dai colleghi - per aver trovato nel bagagliaio insieme a un suo collega un milione di dollari in contanti e averlo restituito, viene messo a capo di un’unità antidroga federale, non riesce proprio a crederci che un nero sia potuto arrivare a tanto.

Anche perché Lucas è un boss assai anomalo nel panorama della malavita di Harlem. Ha portato tutta la numerosa e povera famiglia in una villa fuori città, inserendo fratelli e cugini nei posti chiave dell’organizzazione. Orfano di padre, ha una vera adorazione per la madre (Ruby Dee, candidata all’Oscar), che accompagna immancabilmente in chiesa ogni domenica, la prima cui ha presentato la futura moglie, una seducente ex-miss Portorico (Lymari Nadal). Non frequenta cattive compagnie, non ha vizi, si comporta come un imprenditore moderno. Soprattutto, cerca di passare inosservato. L’inizio della fine arriva infatti quando, cedendo a un impulso di narcisismo, indossa una vistosa pelliccia di cincillà per andare a vedere, a due metri dal ring, il match del secolo tra Mohammed Alì e Frazer. Roberts è lì, e la foto di questo nero in ghingheri che ha il posto migliore di tutto il gotha della malavita newyorkese entra di diritto nella sua bacheca. Il mastino Roberts è tenace abbastanza, dopo aver fatto breccia nella rete familiare del clan di Lucas, da convincere i suoi capi a frugare nelle bare dei militari, intercettando l’ultimo carico dal Vietnam. La stella dello spettro di Harlem era destinata a tramontare comunque, ma non a spegnersi in una carneficina finale stile Scarface né ad affievolirsi dietro le sbarre: rivelando all’unico poliziotto onesto che conosce i nomi dei numerosi agenti a libro paga, Lucas esce dopo quindici anni, difeso peraltro da Roberts, convertitosi nel frattempo da procuratore a difensore.

Per questo nuovo blockbuster da 100 milioni di dollari, gli squali della Universal e della Imagine hanno penato non poco a trovare il bandolo produttivo della matassa, bloccando nel 2005 per problemi di budget a una settimana dalle riprese il film, con Washington e Benicio Del Toro nei ruoli principali e Antoine Fuqua dietro la sedia del regista. Logico poi che da questo lavoro di riscrittura, affidato al più che affidabile Steven Zaillian (Schindler’s List, Gangs of New York, The Interpreter), sia venuto fuori uno script estremamente compatto e classico, costruito sulla dialettica tra questi due outsider, l’uno del crimine, l’altro delle forze dell’ordine, che di fatto nel film si incontrano solo in due sequenze sul finale. L’idea, peraltro tutt’altro che originale, della struttura binaria, alla lunga irrigidisce l’andamento del plot, che deve controbilanciare le tappe della scalata di Lucas con episodi legati al privato del detective. Anche perché la Storia, che entra classicamente nel film attraverso le immagini della televisione, pur scandendo l’intreccio attraverso i momenti chiave della guerra del Vietnam rimane una cornice posticcia.

Nonostante la struttura e il respiro fluviale del film incoraggiassero un’impronta stilistica più aggressiva, la regia di Scott rimane poco più che funzionale. La performance degli attori, pur misurata ed efficace, non graffia. L’operatore preferito di Gus van Sant, Harris Savides, contribuisce con un tocco fané a rendere più densa la grana dell’immagine, ma è soprattutto il senso dell’incastro e del ritmo del fido Pietro Scalia, al terzo film con Scott (e al lavoro sul prossimo, Body of Lies) a supportare il regista nelle due sequenze madri del film, quella del match Alì/Frazier, in cui Lucas commette il suo primo errore, e quella della perquisizione dell’aereo militare, che culmina sull’immagine quasi coppoliana di Lucas che esce dalla chiesa, e trova la piazza presidiata interamente dalla polizia. Tenendosi accuratamente lontano tanto dal registro visivamente piano ma musicalmente sostenuto della blaxploitation, quanto dai turgori espressionistici dei campioni della New Hollywood, Scott rimane nella terra di nessuno di un professionismo impersonale ma efficace, visti i risultati al box office.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsAmerican Gangster (id.)
Regia: Ridley Scott; sceneggiatura: Steve Zaillan, dall’articolo "The Return of Superfly" di Mark Jacobson; fotografia: Harris Savides; montaggio: Pietro Scalia; scenografia: Arthur Max; costumi: Janty Yates; musiche: Marc Streitenfeld; suono: Karen M. Baker, Per Hallberg; interpreti: Denzel Washington, Russell Crowe, Chiwetel Ejiofor, Josh Brolin, Lymari Nadal, Ted Levine, Roger Guenveur Smith, Armand Assante; origine: USA, 2007; formato: 35 mm, 1:1,85; durata: 157’; produzione: Brian Grazer, Scott Free Productions; distribuzione: Universal Pictures; sito ufficiale: www.americangangster.net; sito italiano: www.americangangster-ilfilm.it/

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