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Feuerherz (Heart of Fire)

di Luigi Falorni

Uno schiaffo a tutte le guerre

Era uno dei film più attesi, nella competizione di questa Berlinale numero 58. Anzitutto perché Feuerherz (Heart of Fire) segna il debutto feature del fiorentino, ormai tedesco d’adozione, Luigi Falorni, a cinque anni dal fortunato documentario La storia del cammello che piange (nomination agli Oscar 2003). Il film è tratto dal bestseller omonimo, scritto dalla trentenne eritrea Senait G. Mehari e tradotto in numerose lingue (in italiano, per la Fabbri). Proprio l’eco dell’anteprima mondiale berlinese ha riacceso le polemiche sulla vicenda processuale che vede per protagonista la Mehari. La stessa conferenza stampa e la prima proiezione ufficiale sono state interrotte più volte da attivisti della comunità eritrea. La Mehari, sostengono, non ha mai fatto parte di unità di combattimento, per il semplice motivo che il fronte di liberazione eritreo non ha mai arruolato bambini. Ma questa, guarda caso, è anche la versione ufficiale del governo monocratico di Isias Afeworki, ex leader della fazione rivale a quella dal cui punto di vista viene raccontato il film. La controversia legale prosegue in tribunale ma anche sulla rete, attraverso siti tedeschi che difendono il punto di vista ufficiale (www.tsebah.com) o lo ribaltano, appoggiandosi a fonti documentali inoppugnabili (www.feuerherz-info.de).

Asmara, 1981. La guerra di liberazione che oppone da vent’anni la resistenza eritrea alle forze regolari dell’esercito etiopico langue per l’incrudelirsi della lotta fratricida tra le due fazioni in lotta per la leadership del movimento, l’originario Eritrean Liberation Front (ELF, comunemente chiamato jebha), di ispirazione conservatrice e legato ai capi islamici, e la shabia, vale a dire l’Eritrean People’s Liberation Front (FPLE), cattolico e radicale. La piccola Awet (Letekidan Micael), che vive da anni in un orfanotrofio gestito da suore italiane, viene raggiunta dalla sorella Freweyni (Solomie Michael) che la riporta al villaggio. Qui scopre che il padre Haile (Samuel Semere) ha messo su una nuova famiglia: proprio l’orgoglio di Awet, non abituata alle condizioni di vita dure del villaggio e l’ostilità della matrigna spingono il padre ad affidare alla jebha lei e la maggiore Freweyni, che finiscono in un’unità femminile diretta dalla carismatica Ma’aza (Seble Tilahun).

Affascinata dalla guerrigliera, Awet fa di tutto per farsi affidare un AK47, nonostante sia più alto di lei, ma viene spedita insieme agli altri bambini a seguire lezioni dal pacifico Mike’ele (Daniel Seyoum). Decimata dagli scissionisti della shabia, l’unità è costretta a ripiegare verso i confini con il Sudan: la ferocia degli attacchi convince Ma’aza ad armare anche Awet e gli altri bambini, nonostante l’opposizione di Mike’ele. La vita in accampamento e il contatto quotidiano con la morte risvegliano il coraggio di ribellarsi in Awet, che trova conforto in un santino di stoffa (il cuore di fuoco è quello della Madonna), e ispirazione nella parabola evangelica dell’altra guancia: sì, perché le pie suore di Asmara le hanno insegnato che porgere la guancia destra significa in realtà rivendicare il proprio statuto di uomini liberi, visto che lo schiaffo a sinistra era consentito solo nei confronti di schiavi.

Raccontare una guerra civile dal punto di vista dei perdenti non è mai una scelta politicamente comoda, specie se il leader dei vincenti è diventato poi capo di stato di una democrazia all’africana. Dopo mesi di trattative sulla sceneggiatura, Falorni ha dovuto incassare il rifiuto delle autorità eritree a concedere l’autorizzazione alle riprese, avendo osato negare la vulgata sulla guerra di liberazione. Costretto a ripiegare su location keniote, ma anche a rinunciare a buona parte degli interpreti già ingaggiati (tiratisi indietro a pochi giorni dalle riprese per le pressioni ricevute), il regista si è trovato inoltre a dover chiudere il casting in 24 ore nel campo profughi di Kakuma, tenendo ferma la decisione di utilizzare soltanto attori non professionisti e in grado di esprimersi in tigrino.

È possibile che le difficili condizioni produttive abbiano spinto l’esordiente Falorni a blindare le dinamiche del set, schiacciandosi sullo script. L’ancoraggio del racconto al punto di vista di Awet, unito all’intento di trasporre la sua vicenda su un piano universale finiscono per ingabbiare il plot lungo una progressione fin troppo didascalicamente connotata. La scrittura filmica è asciutta e dinamica quel tanto che basta per far sentire il punto di vista della protagonista, ma non graffia. Il cuore di fuoco del film batte solo quando lo schermo è attraversato dallo sguardo curioso e fiero della piccola Letekidan Micael e riscaldato dai suoi teneri canti di guerra. Ci auguriamo che gli amici della Bim, che distribuirà il film in Italia, non privino la folta comunità eritrea del piacere di vederlo in versione originale. Magari condividendo la visione con i cugini etiopi, così come etiopi (Seble Tilahun, che interpreta la fiera Ma’aza) ed eritrei hanno condiviso il set panafricano di Falorni.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsFeuerherz (Heart of Fire)
Regia: Luigi Falorni; sceneggiatura Luigi Falorni e Gabriele Kister, dall’omonimo romanzo (Fabbri Editore, 2006) di Senait G. Mehari; fotografia: Judith Kaufmann; montaggio: Anja Pohl; suono: Marc Parisotto; scenografia: Vittoria Sogno; costumi: Birgitta Lohrer-Horres; musiche: Andrea Guerra; interpreti: Letekidan Micael, Solomie Micael, Seble Tilahun, Daniel Seyoum, Mekdes Wegene, Samuel Semere; origine: Germania/Austria, 2008; formato: 35 mm, 1:1,85; durata: 94’; produzione: Andreas Bareis, Sven Burgemeister, Christoph Müller, Joseph Aichholzer per BurketBareiss, TV60 Film, Senator Filmproduktion, Aichholzer Filmproduktion, Beta Film, Bayerischer Rundfunk, Arte; distribuzione internazionale: Beta Cinema

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