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La nascita di una coscienza

di Leonardo De Franceschi

Conversazione con Luigi Falorni

Sono passati appena un paio di giorni dalla proiezione ufficiale in competizione di Feuerherz (Heart of Fire), accolto con una certa freddezza dalla stampa ma soprattutto accompagnato da feroci polemiche che investono la delicata questione del ruolo assunto dai bambini durante la guerra di liberazione dell’Eritrea. Polemiche che hanno fatto passare in secondo piano un’analisi di questa opera prima, forse narrativamente esile, ma compiuta ed eticamente inattaccabile. Con la stessa serenità con cui aveva affrontato i microfoni in sala stampa ci accoglie il regista Luigi Falorni, in una stanza dell’Hotel Ritz Carlton.

Da dove è nato il tuo interesse personale per la storia del film?
Il mio interesse personale nasce dal primo viaggio che ho fatto in Eritrea nel 2004. Ho avuto modo di parlare con combattenti della guerra d’indipendenza e mi è rimasta l’immagine di una guerra molto bella, di un piccolo paese che lotta contro uno molto più grande, sostenuto prima dagli Stati Uniti e poi dall’Unione Sovietica. Una lotta di David contro Golia. Poi un anno dopo, quando sono venuto in Germania, ho avuto modo di leggere il libro Cuore di fuoco, tradotto anche in Italia, scritto da una ragazza eritrea. Un libro che presenta un’immagine diversa o almeno un altro aspetto che finora io non conoscevo: non mi era mai giunta voce che anche bambini e ragazzini fossero stati coinvolti nei combattimenti. Lei ne parla in questo libro in maniera abbastanza diretta e questo mi ha portato a cercare di andare a fondo, vedere come, in una guerra d’indipendenza improntata a ideali di libertà, un minorenne si lasci trasportare, e dei ragazzini liberamente lascino le proprie famiglie per partecipare alla guerra. Perché lì inizia anche il discorso sulla responsabilità di chi doveva opporsi a questo. Facendo le ricerche, ho incontrato testimoni dell’epoca, prima qui in Germania, poi anche in Kenia, dove ho girato. Un’altra fonte di informazione sono gli archivi televisivi e fotografici. Alcuni estratti dai testi che abbiamo consultato sono disponibili sul nostro sito. Da lì è nata una controversia, perché la comunità eritrea qui in Germania accusa l’autrice di raccontare storie inventate, sostenendo che a quei tempi non esistessero minorenni e bambini coinvolti nei combattimenti e che quando si presentavano venivano rimandati a casa. C’era anche una legge che proibiva a persone sotto i diciotto anni di partecipare ai combattimenti. Questa era la regola, ma, andando a vedere gli archivi, si vede che questa regola in qualche caso non è stata seguita. C’è la preoccupazione da parte della comunità eritrea che adesso si attacchi al Paese il marchio di una nazione dove sono stati addestrati bambini soldato. Usare questa parola in ogni caso è come gettare fumo negli occhi, perché nelle intenzioni del movimento di liberazione c’era anche un senso di protezione nei confronti dei bambini, però la guerra è durata trent’anni, e poi come si fa a giudicare quando un bambino è pronto per combattere?

Ti aspettavi una reazione così forte da parte della comunità e del governo eritrei?
In realtà il governo si è limitato a una collaborazione con noi che è durata l’arco di due sceneggiature che noi abbiamo mandato loro. La prima è tornata indietro con alcuni appunti: noi abbiamo fatto una ricerca indipendente e abbiamo integrato i loro suggerimenti. Il punto su cui non ci siamo trovati d’accordo è quello centrale, sul ruolo dei minorenni durante la guerra. C’è stata una presa di posizione chiara da parte del governo ed a questo punto si è interrotto il dialogo. Sinceramente era difficile aspettarsi tutte queste contestazioni da parte della comunità. Sapevo che c’era un movimento contrario al libro, alcune persone che si sentono descritte in modo falso da questo libro, e su questo decideranno poi i giudici. Per quanto riguarda tutte le polemiche che dal libro si sono trasferite sul film, mi hanno un po’ sorpreso i giudizi a priori della stampa, tanto più che il film è liberamente tratto dal libro. La cosa che mi ha stupito e dispiaciuto è che per via di questa polemica è venuta fuori una parola, bambino soldato, e la si è associata in modo meccanico al film. Questa semplificazione ha creato un’aspettativa distorta, che il film poi non appaga, perché non parla dei bambini soldato come ci si aspetta. Non parla dell’esperienza di un bambino traumatizzato da un rapimento, da essere costretto a uccidere i genitori, tutte quelle immagini veramente terribili che vengono alla mente con questa parola. Il film racconta la storia positiva di una bambina che, in una situazione conflittuale, riesce ad essere coerente e fedele a se stessa. È una storia universale, sulla nascita di una coscienza. A che punto della sua vita, una bambina prende la prima decisione di coscienza della sua vita? Quando smette di seguire semplicemente l’istinto di sopravvivenza e invece prende una decisione chiara, in base a quello che sente giusto o non giusto? Di questo parla il film.

Colpisce la chiave di lettura che hai dato della parabola evangelica dell’altra guancia... Era già presente nel libro? Hai fatto riferimento a una tradizione esegetica definita?
È uno dei tanti elementi che è venuto fuori in fase di sceneggiatura. È una interpretazione della parabola che secondo me sintetizza nella maniera migliore il percorso di questa bambina. Imparare a porgere la guancia sinistra significa imparare a mostrare la propria dignità e imparare a essere liberi.

Rispetto al romanzo, del resto, hai rinunciato a molti episodi avventurosi e drammatici, ma anche ad affrontare il personaggio della madre etiope, che peraltro tenta di uccidere la piccola Senait, chiudendola in una valigia...
La cosa migliore da fare secondo me quando si cerca di fare un adattamento di un testo letterario o addirittura di una biografia, è leggere il libro soltanto una volta, metterlo da parte e scrivere in poche frasi cosa rimane da una prima lettura, senza perdersi nei dettagli. È sempre un tranello per uno sceneggiatore attaccarsi troppo al libro, cercare di inserire tutti gli elementi del libro nel film. A un certo punto si deve prendere una serie di scelte che sono discutibili, da cui però si nota l’interesse del regista a raccontare un aspetto di questa biografia piuttosto che un altro.

Che budget ha avuto il film?
Sai che ancora non lo so?

In quanto tempo è stato girato?
In due mesi.

E gli attori, come hai lavorato con loro? Sappiamo che ci sono state pressioni su di loro e molti hanno rinunciato e sono stati sostituiti a cinque giorni dalle riprese. Come hai scelto e diretto la protagonista?
Il casting per scegliere la protagonista è durato diversi mesi. Abbiamo inziato nel novembre 2006 a cercare e poi abbiamo girato a luglio 2007, quindi quasi nove mesi di preselezione e di lavoro. Trattandosi di non attori, di gente presa dalla strada, la cosa importante non era tanto cercare di fargli recitare qualcosa, quanto cercare di conoscerli, e capire quale persona fosse adatta a quale ruolo. La chiave per lavorare con un non attore è quella di cercare una persona la cui personalità, il cui carattere, sia identificabile al massimo con il personaggio del film, cosicché il non attore debba semplicemente essere se stesso sotto altre vesti. Con la bambina è stato un incontro fortunato, quando ho incontrato lei è stato chiaro abbastanza presto che sarebbe stata lei l’attrice principale, perché fin dall’inizio si è mostrata in grado di capire le cose di cui parlavamo, a volte meglio delle persone adulte.

Gli attori reclutati nel campo profughi di Kakuma avevano vissuto direttamente l’esperienza della guerra, o sentito raccontare episodi analoghi a quelli raccontati nel film?
Le persone più adulte avevano vissuto direttamente l’esperienza della guerra. Nel cast abbiamo avuto una persona etiope che intepreta il comandante di questa unità, il quale a quei tempi combatteva dall’altro lato. Chi l’avrebbe mai pensato - diceva - che trent’anni dopo avrei cantato i canti dei miei nemici? E li cantava con una passione e un entusiasmo incredibili, perché lo facevano tornare giovane.

Ti immagini di mostrarlo in Africa questo film? Magari al Fespaco?
Beh, l’Africa è grande, molto grande. Probabilmente non verrà mostrato in Eritrea...

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