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Forse Dio è malato

di Franco Brogi Taviani

Ma anche no

Presentato all’European Film Market della Berlinale, dal 29 febbraio è nelle sale italiane di sei città (Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna e Napoli) Forse Dio è malato, ispirato al bestseller omonimo di Walter Veltroni -ma la tempistica di uscita non è sospetta, visto che la distribuzione era in calendario da settimane, par condicio o no -, che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Franco Brogi Taviani, a diciassette anni dal tv movie Modì (1990). Girato in sei paesi dell’Africa subsahariana, dal Sudafrica al Senegal, passando per Angola, Mozambico, Uganda e Camerun, il film è un road movie del dolore, costellato di incontri e interviste, e tenuto insieme dal carisma vocale di Siya Mazukeni, giovane cantante e trombonista jazz sudafricana, per la quale il compositore Giuliano Taviani ha scritto appositamente delle canzoni in inglese, orchestrate ed eseguite dal gruppo del musicista senegalese Badarà Seck.

Povertà. Superstizioni. Malattie. Emigrazione. Si parte con il Sudafrica di Thabo Mbeki, con le sue città divise tra grattacieli e township, per entrare in un centro sugli abusi contro i minori, dove si proteggono le piccole vittime di un barbaro costume dettato da una superstizione moderna, che spinge i malati di Aids a stuprare bambini con l’aspettativa di essere guariti dal virus. Poi in Angola, attraversando immense discariche, dove intere famiglie scommettono sulla propria sopravvivenza, e le strade di Luanda, piene di ragazzi orfani o magari scacciati perché accusati di aver portato in casa il feitiço. Ancora un’arcaica paura, che ong locali combattono, proteggendo i piccoli emarginati e reintegrandoli con una cerimonia nel villaggio che li aveva espulsi; e giovani attori di teatro civile esorcizzano, mettendo in scena storie di esclusione e recupero, che provano in uno stabile coloniale in rovina.

Credenze e malattie sono difficili da curare, ma forse meno delle piaghe interiori che si portano dentro gli ex-bambini soldato ugandesi ospiti dei centri di recupero, di cui ascoltiamo i racconti, mentre raccolgono l’energia interiore necessaria a riaffrontare il loro villaggio dove, come gli accusati di feitiço, verranno reintegrati con un rito di accoglienza. Con dinamiche di esclusione e recupero non meno dolorose devono fare i conti le giovani donne ugandesi sieropositive intervistate, impegnate a conservare un rapporto vitale con la famiglia attraverso i memory book. In Africa si studia, ma in scuole senza sedie. Si dorme, ma senza acqua né elettricità, come nel fatiscente ex-Grand Hotel mozambicano, che ospita 370 famiglie. Ci si diverte, magari davanti a Miracolo a Milano di De Sica, proiettato in un villaggio sperduto del Mozambico dagli operatori del progetto Cinemarena, che approfittano della magia del cinema per mettere in scena brevi performance teatrali di sensibilizzazione contro la lotta all’Aids.

In Africa si sogna di venire in occidente, come Bouna Wade, che tutti i giovani senegalesi considerano come un martire della globalizzazione, perché nel 1999 è morto in Costa d’Avorio, ritrovato nel vano carrello di un aereo. Aveva già tentato tre volte di raggiungere in questo modo Lione, sfidando l’assideramento, e una volta c’era persino riuscito: in Francia l’hanno curato per bene e poi l’hanno rispedito a Dakar. Entriamo nella casa del vecchio padre, e ascoltiamo i progetti di fuga di alcuni ragazzi come Bouna. Quando accettano di confidarsi, perché la paura del fallimento o della malasorte impediscono ai più di parlarne. Storie, luoghi, volti di una cartografia della disperazione, che le impennate patetiche dello score, accostate ad agghiaccianti immagini in trasparente digitale della Mazukeni, gonfiano di un lirismo da spot Cei otto per mille.

A disturbare, in questa discesa agli inferi africani, oltre all’andamento da catalogo degli orrori, che purtroppo ricorda talvolta il gusto per le curiosità etnografiche da mondo movie, è inoltre l’esibito disinteresse per un’interpretazione dei contesti – vista l’assenza di cartelli esplicativi su luoghi e circostanze delle interviste – e la rinuncia all’assunzione di un punto di vista etico sostenibile: i siparietti che rivelano la presenza della troupe sono imbarazzanti saggi di umorismo italiota.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsForse Dio è malato
Regia: Franco Brogi Taviani; sceneggiatura: Franco Brogi Taviani, ispirato al libro omonimo di Walter Veltroni; fotografia: Stefano Moser; montaggio: Alessandro Cerquetti; suono: Ignazio Vellucci, José Nascimento, Fabio D’Amico, Franco Coratella; musiche: Giuliano Taviani, Carmelo Travia, Badarà Seck, Siya Makuzeni; interviste: Khalo Matabane, Horacio Caballero, Manuel Anselmo Miguel, Horatio Guiamba, Manuel Francisco, Elias Marufo Mafunde, Mamadou Wade, Mamadou Niang, Dario Dosio, Brian Nemavhidi, Madine Nel, Jacinta Nagero, Nazziya Yudaya, Sarah Nakiriyya; origine: Italia, 2007; formato: Digital Beta; durata: 90’; produzione: Grazia Volpi per Ager 3; distribuzione: Istituto Luce; sito ufficiale: www.forsedioemalato.it

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