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Rendition - Detenzione illegale

di Gavin Hood

La complessità dello sguardo

Rendition - Detenzione illegale segna il ritorno del regista sudafricano Gavin Hood sul grande schermo dopo l’Oscar come migliore film straniero conquistato nel 2006 con Tsotsi. Un ritorno in grande stile, che non delude. Presentato alla seconda edizione della Festa di Roma, il film è nelle sale italiane dal 29 febbraio, distribuito dalla Eagle Pictures e con il patrocinio di Amnesty International, e sta già facendo parlare molto di sé.

Del resto gli ingredienti ci sono tutti: un thriller politico, attori internazionali (Jake Gyllenhall, Reese Whiterspoon, Meryl Streep, Omar Metwally) e una superproduzione americana che si è spostata su tre differenti locations (Sudafrica, Marocco, Stati Uniti) per affrontare di petto un nodo centrale della giustizia americana e della lotta contro il terrorismo. Il rischio di cadere nella trappola del solito filmone che intrattiene e insieme fa riflettere era grande, come quello di perdere la propria libertà creativa lavorando su un testo scritto da un’altra persona (al contrario di Tsotsi), ma Gavin Hood ha vinto la scommessa realizzando un film medio di buona qualità che riesce anche a scardinare in qualche modo gli usuali punti di vista e i meccanismi narrativi collaudati, pur lavorando all’interno di un genere.

Ma vediamo il plot più da vicino. Un agente della Cia di stanza in Africa del Nord (il nome del paese viene deliberatamente evitato, anche se alcune riprese fanno capire che ci troviamo in Marocco, a Marrakech) si interroga sull’eticità della propria missione dopo aver assistito ad un brutale interrogatorio con tanto di tortura nei confronti di un cittadino americano di origine egiziana, sospettato di terrorismo. Un ingegnere chimico egiziano, residente da decenni negli Usa, viene rapito dai servizi segreti americani di ritorno da Cape Town, in seguito ad un attentato, e viene condotto in una prigione segreta. Sua moglie, incinta, lo aspetta a Washington e cerca disperatamente di ritrovarlo, chiedendo aiuto ad un vecchio amico, stretto collaboratore di un senatore. Tre storie che si intrecciano, alle quali si aggiunge la disperata storia d’amore tra un giovane islamico aspirante terrorista e la figlia maggiore del capo della polizia che guida gli interrogatori-torture nelle prigioni segrete.

Non staremo qui a rivelare lo scioglimento dell’intreccio, anche perché quel che conta nel film è soprattutto la domanda centrale che viene posta, sulla legittimità dell’uso della tortura nella lotta al terrorismo. Fino a che punto possiamo far finta di non sapere, volgendo altrove lo sguardo? La tortura può servire veramente a salvare vite umane, se poi dietro ogni persona imprigionata possono nascere dieci, cento, mille nuovi potenziali terroristi?

Con il termine extraordinay rendition viene definito negli Usa il rapimento di cittadini sospettati di costituire un pericolo per la sicurezza nazionale, che vengono trasferiti in prigioni segrete oltreoceano e torturati per ottenere importanti informazioni. Questa pratica, che è stata inaugurata da Clinton, è stata molto attuata soprattutto dopo l’11 settembre e lo sceneggiatore Kelley Sane si è ispirato ad alcune di queste renditions, realmente accadute e denunciate in articoli e inchieste. Il regista si è trovato di fronte un materiale di partenza già di per sé incandescente, una sceneggiatura corale che intreccia differenti storie e le porta avanti in maniera parallela. La messa in scena e il montaggio hanno portato all’estreme conseguenze questa ipotesi narrativa, facendo sì che molti dei personaggi pur essendo strettamente legati non si incrocino praticamente mai nel corso del film. Gavin Hood ha dichiarato di non aver dovuto cambiare molto la sceneggiatura di partenza, lavorando soprattutto sul ritmo e sul movimento, ma la soluzione più geniale sul piano della regia sta soprattutto nell’uso di un décalage temporale che altera e manipola la successione cronologica dei fatti e quindi in qualche modo anche la loro causalità.

Non è il caso di dire nulla di più a questo proposito – per non rovinare l’effetto sorpresa del film – però è a mio avviso proprio in questa scelta che si esprime e si evidenzia la statura del regista e la sua capacità di uscire dagli schemi: del genere, ma anche da quelli ideologici. Gavin Hood scardina tutti i luoghi comuni e pone al centro – estetico e morale del film – un grande punto interrogativo etico. Ogni personaggio, ogni storia ha la sua parte di verità, il suo legittimo punto di vista, ma la realtà globale è più complessa e chi ha il dovere di difendere la giustizia e la sicurezza non dovrebbe mai essere esente – o sentirsi al di sopra – di questa complessità.

Maria Coletti

Cast & CreditsRendition
Regia: Gavin Hood; sceneggiatura: Kelley Sane; fotografia: Dion Beebe; montaggio: Megan Gill; scenografia: Barry Robison; costumi: Michael Wilkinson; musiche: Paul Hepker, Mark Kilian; interpreti: Jake Gyllenhaal, Reese Witherspoon, Alan Arkin, Peter Sarsgaard, Meryl Streep, Omar Metwally; origine: Stati Uniti, 2007; formato: 35 mm, colore; durata: 122’; produzione: Steve Golin, Marcus Viscidi, Mark Martin per Anonymous Content; distribuzione internazionale: New Line International Releasing; distribuzione italiana: Eagle Pictures; sito ufficiale: www.renditionmovie.com; sito italiano: www.rendition.it

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