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Tutta la mia vita in prigione

di Marc Evans

La notte infinita della giustizia americana

Gli occhi incollati sullo schermo nero per un minuto, mentre i secondi scorrono inesorabili nel countdown a cifre rosse in basso a destra. Un minuto di attesa. Un minuto di vuoto. Un minuto di notte assoluta. Poi una voce ci ricorda che questo vuol dire l’attesa. E che una persona ha trascorso cento, mille, milioni di minuti nel buio di questa attesa, nel braccio della morte di una prigione di Philadelphia, la “città dell’amore fraterno”. Stiamo parlando del giornalista e attivista afroamericano Mumia Abu Jamal. E dell’incipit del toccante documentario Tutta la mia vita in prigione (In Prison My Whole Life), diretto dal regista inglese Marc Evans, nelle sale italiane dal 29 febbraio per Fandango, con il patrocinio di Amnesty International, per dare più forza alla campagna contro la pena di morte e alla lotta per la riapertura del caso giudiziario americano più controverso degli ultimi venticinque anni.

Il processo subito dal giornalista radicale afroamericano, nonché ex membro delle Black Panther, Mumia Abu Jamal è stato infatti viziato da una serie di errori di forma, aggravati da un atteggiamento politicizzato e razzista da parte di giudici e polizia. Se, dopo tanti anni, il ricorso sarà accolto, Mumia avrà finalmente la possibilità di un processo giusto. Se non sarà accolto, la sentenza di morte potrebbe essere eseguita in breve tempo. Una questione di vita o di morte, dunque, e non solo per una persona, ma per tutta la giustizia americana. Questa l’interessante presa di posizione del regista, che non si limita nel film a ricostruire la figura di Mumia Abu Jamal e la sua implicazione nell’omicidio di un poliziotto bianco, ma ci guida in un viaggio nella storia della controcultura americana e ci inserisce nel contesto della lotta per i diritti civili negli Usa degli anni Settanta e Ottanta.

Il pretesto, però, è la storia di un’altra singolare persona: William Francome, giovane inglese, colto e impegnato, la cui vita è stata segnata per sempre dal caso di Mumia Abu Jamal. William ha 25 anni ed è nato proprio il 9 dicembre 1981, lo stesso giorno in cui Mumia viene arrestato per l’omicidio dell’agente di polizia Daniel Faulkner. La madre di William – un’attivista – ha sempre ricordato a William, ad ogni compleanno, che, ad ogni minuto della sua vita, un giornalista nero che ha sempre proclamato la sua innocenza aspettava nel braccio della morte il momento della sua esecuzione. Un colpo di scena che ci rende improvvisamente più chiaro e più universalmente condivisibile il titolo del film: “In prigione tutta la mia vita”, da questa prospettiva i 25 anni trascorsi da Mumia nel braccio della morte cadono come macigni ancora più pesanti sulla coscienza intorpidita dell’opinione pubblica americana ed internazionale.

La macchina da presa di Evans ci fa seguire le indagini di William nel tentativo di capire qualcosa di più su Mumia e la sua storia. Interrotte da una serie di foto, schizzi e appunti digitali – con la voce fuori campo di Mumia che parla su Internet e alla radio rinchiuso tra le quattro pareti della sua cella di isolamento – ecco allora una serie di interviste e di conversazioni di William con alcune delle figure più importanti della controcultura americana, testimoni diretti non solo della vicenda giudiziaria di Mumia ma anche dell’humus culturale e politico in cui il leader afroamericano si era formato. Noam Chomsky, Angela Davis, Alice Walker, Steve Earle, Mos Def, Snoop Dogg ci aiutano a ricostruire la stagione dell’impegno e delle lotte civili, che ha influenzato e formato tre generazioni di giovani. Emozionante l’incontro di William con una attivista ormai 82enne che mantiene intatto lo spirito e l’indignazione e mostra orgogliosa al giovane le foto delle manifestazioni a cui ha partecipato da ragazza, accanto a figure del calibro di Paul Robeson . O ancora i ricordi di Robert Meeropol, il figlio minore di Ethel e Julius Rosenberg, giustiziati nel 1953 “per aver cospirato per rubare il segreto della bomba atomica”. E poi la commozione ancora viva di una donna afroamericana superstite di un assedio della polizia di Philadelphia alla sede del movimento Move: uno “sgombero forzato” realizzato nel 1979 letteralmente bombardando da un elicottero la sede del movimento (11 morti, tra cui 6 bambini).

Una lunga lista di orrori dimenticati, di crimini commessi dal governo americano che ancora aspettano il momento della giustizia. Un viaggio nel tempo che ci riconduce inesorabilmente al presente, per scoprire che alcuni degli autori delle torture e dei crimini commessi nelle prigioni americane all’estero – come a Guantanamo o ad Abu Ghraib – venivano proprio (erano stati per così dire “formati” sul campo) dalle prigioni americane come quella di Philadelphia in cui è rinchiuso Mumia. L’orrore inizia dentro le nostre città prima di essere esportato altrove. Come ci ricorda lucidamente anche lo stesso Mumia nei suoi discorsi radiofonici. Pur ridotto ad essere una voce senza corpo – nel 1996 è stata varata una legge appositamente pensata contro Mumia, che prevede il divieto per i detenuti nel braccio della morte di essere ripresi o fotografati – Mumia Abu Jamal continua ad essere “la voce dei senza voce”. Con i suoi cinque libri scritti durante la sua detenzione – il primo In diretta dal braccio della morte è stato pubblicato da Fandango, anche co-produttore e distributore italiano del film – e le sue parole che continuano a diffondersi nell’etere, la figura di Mumia incarna e presagisce la notte infinita della giustizia americana.

Nel film, volutamente, non viene ricostruito il punto di vista di Mumia su quello che accadde la fatidica sera del 9 dicembre 1981. Sappiamo che ci furono vizi di forma, falsi testimoni, insulti razzisti e pretesti politici. E questo deve bastare. Se la polizia di Philadelphia si è rifiutata di comparire nel film spiegando la propria versione, la voce di Mumia ci ricorda che prima ancora di emettere un verdetto, un paese civile dovrebbe permettere ad ogni cittadino l’accesso alla difesa ed alla giustizia. E dovrebbe fare i conti con il proprio passato.

Maria Coletti

Cast & CreditsIn prigione tutta la mia vita (In Prison My Whole Life)
Regia: Marc Evans; sceneggiatura: Marc Evans e William Francome; fotografia: Ari Issler; montaggio: Mags Arnold; grafica e animazione: Foreign Office; musiche: Robert Del Naja (Massive Attack), Neil Davidge; canzoni originali: Snoop Dogg; con: Willliam Francome, Mumia Abu Jamal, Noam Chomsky, Amy Goodman, Mos Def, Alice Walker, Angela Davis, Steve Earle, Snoop Dogg, Robert Meeropol; origine: Gran Bretagna/Italia, 2007; formato: 35 mm, colore; durata: 96’; produzione: Livia Giuggioli Firth, Nick Goodwin Self, John Battseck, Domenico Procacci; distribuzione italiana: Fandango; il blog di William Francome: http://inprisonmywholelife.blogspot.com/

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