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Addio a Césaire: poeta immaginifico della Negritudine

di Maria Coletti

Una vita all’insegna dell’impegno, della dignità e della bellezza

Forse molti altri “giovani” cinefili come me hanno scoperto veramente Aimé Césaire grazie al film La Vie sur terre del mauritano Abderrahmane Sissako, in cui le parole della sua prima opera poetica, Cahier d’un retour au pays natal (1939), e del famoso saggio Discours sur le colonialisme (1955) riecheggiavano e lasciavano un segno indelebile, accanto alle immagini. Così è stato sicuramente per me: dopo aver visto il film e intervistato il regista, mi sembrava di poter condividere e custodire gelosamente uno scrigno segreto fatto di parole mai udite prima eppure conosciute da sempre, così semplici e naturali e insieme così audacemente nuove e resistenti…

E così mi sono gettata anima e corpo nella lettura di Diario di un ritorno al paese natale, addirittura in francese, avendo trovato a Parigi, da Présence Africaine, la ristampa dell’edizione del 1947, con la preziosa prefazione di André Breton e il disegno/frontespizio di Wifredo Lam. A ripensarci adesso, mi pare un’impresa a dir poco impervia, e forse anche un po’ presuntuosa per una pressoché autodidatta in francese; ma rende bene l’idea dell’innamoramento per una poesia in prosa che colpisce e comunica attraverso la forza evocatrice di ogni parola, di ogni segno di punteggiatura, di ogni spazio e di ogni a capo. Una poesia che si avvicina quasi alla pittura, e non a caso Césaire ha intessuto amicizie e relazioni proficue con grandi rappresentanti dell’avanguardia artistica del suo tempo, come Breton, appunto, o come Pablo Picasso, che ha illustrato il suo libro di poesie Corps perdu (1949).

Dalla poesia in prosa del Diario di un ritorno al paese natale alla denuncia ed all’indignazione di Discours sur le colonialisme, fino alla rivisitazione in chiave interculturale della Tempesta di Shakespeare (Une Tempête, 1969): Césaire non ha mai smesso di stupirmi e di appassionarmi, per la potenza immaginifica delle sue parole e del suo ritmo, per la sua capacità di fecondare, di forzare e insieme rinnovare la lingua francese, e per la lucidità ed onestà intellettuale di chi sente parte del mondo, «perché la vita non è uno spettacolo, un mare di dolori non è un proscenio, un uomo che grida non è un orso che danza…».

Sembrava immortale, Aimé Césaire, e invece ci ha lasciato questa mattina, 17 aprile 2008, all’ospedale di Fort-de France, in Martinica, dove era ricoverato dal 9 aprile per problemi cardiaci. Nato il 26 giugno 1913 in Martinica, a Basse-Pointe, avrebbe compiuto tra poco più di due mesi 95 anni. Le autorità francesi hanno annunciato delle esequie ufficiali, e non c’è da stupirsi dal momento che Césaire – poeta, scrittore, uomo politico – ha interpretato più di 60 anni di storia francese, sempre in prima linea.

Dopo i primi studi in Martinica, Césaire si laurea a Parigi e dà vita – con il senegalese Léopold Sédar Senghor (poi divenuto Presidente del Senegal post indipendenza) e con il guyanese Léon G. Damas – il movimento della Negritude (Negritudine), che stimolava alla presa di coscienza dell’identità dell’Africa e delle diaspore africane per rivendicare l’indipendenza e la liberazione politica e culturale dal giogo del colonialismo. Sempre con Senghor, Césaire fonda nel 1934 la rivista L’Etudiant Noir. Ma il rinnovamento di Césaire non è solo culturale, e si impegna attivamente anche in politica: nel suo paese natale, ovvero la Martinica – diventato nel 1946 un Dipartimento d’oltremare della Francia – Césaire è stato deputato all’Assemblea generale francese, membro (fino al 1956) del Partito Comunista Francese e sindaco per 56 anni di Fort-de-France, dal 1945 al 2001.

Césaire non ha mai rinunciato completamente alla politica né al suo spirito critico ed indipendente, neanche negli ultimi anni della sua vita: nel 2005, infatti, ha destato un polverone mediatico rifiutandosi di incontrare l’allora ministro dell’interno Nicholas Sarkozy, a causa del sostegno del suo partito, l’Ump, a una legge che proponeva di riconoscere l’eredità positiva lasciata dal dominio coloniale francese, provvedimento successivamente abrogato.

Certo la sua figura rimane indimenticabile per la sua capacità di esprimersi attraverso diversi registri e campi artistici, attraversando l’arte, la cultura, la politica e non smettendo mai di ispirare altri artisti ed intellettuali, come Frantz Fanon (suo allievo al liceo, influenzato fortemente dalla lettura di Discorso sul colonialismo). Strano che, invece, in campo cinematografico, non siano molte le esperienze che lo riguardano, oltre al film di Sissako, anche se due registe/documentariste caraibiche del calibro di Sarah Maldoror e Euzhan Palcy lo hanno ritratto più volte.

Non resta che immaginarlo ancora una volta in piedi a pronunciare le sue parole cariche di poesia, di tenerezza e di sofferenza:

Et nous sommes debout maintenant, mon pays et moi, les cheveux dans le vent, ma main petite maintenant dans son poing énorme et la force n’est pas en nous, mais au-dessus de nous, dans une voix qui vrille la nuit et l’audience comme la pénétrance d’une guêpe apocalyptique. Et la voix prononce que l’Europe nous a pendant des siècles gavés de mensonges et gonflés de pestilences,
car il n’est point vrai que l’œuvre de l’homme est finie
que nous n’avons rien à faire au monde
que nous parasitons le monde
qu’il suffit que nous nous mettions au pas du monde
mais l’œuvre de l’homme vient seulement de commencer
et il reste à l’homme à conquérir toute interdiction immobilisée aux coins de sa ferveur
et aucune race ne possède le monopole de la beauté, de l’intelligence, de la force
et il est place pour tous au rendez-vous de la conquête et nous savons maintenant que le soleil tourne autour de notre terre éclairant la parcelle qu’a fixée notre volonté seule et que toute étoile chute de ciel en terre à notre commandement sans limite.

E noi siamo in piedi, ora, il mio paese ed io, i capelli al vento, la mia piccola mano ora nel suo pugno enorme e la forza non è in noi, ma al di sopra di noi, in una voce che fora la notte e l’uditorio come la puntura di una vespa apocalittica. E la voce sentenzia che l’Europa ci ha per secoli rimpinzato di menzogne e gonfiato di pestilenze,
poiché non è affatto vero che l’opera dell’uomo è finita
che noi non abbiamo nulla da fare nel mondo
che noi siamo i parassiti del mondo
che è sufficiente che ci mettiamo al passo col mondo
ma l’opera dell’uomo è appena incominciata
e l’uomo deve ancora vincere ogni divieto immobilizzato agli angoli del suo fervore
e nessuna razza possiede il monopolio della bellezza, dell’intelligenza, della forza
e c’è posto per tutti all’appuntamento con la conquista e noi ora sappiamo che il sole gira attorno alla nostra terra rischiarando la particella che la nostra volontà sola ha fissato, e che ogni stella cade dal cielo sulla terra al nostro comando, senza limiti.

Cast & CreditsFilmografia:
Batouk di Jean-Jacques Manigot, 1967 – sceneggiatura/poesie di Césaire
Aimé Césaire. Un homme une terre di Sarah Maldoror, 1976 (doc.)
Aimé Césaire, le masque des mots di Sarah Maldoror, 1987 (doc.)
La Manière nègre, ou Aimé Césaire, chemin faisant di Jean-Daniel Lafond, 1991 (doc.)
Aimé Césaire: Une voix pour l’histoire di Euzhan Palcy, 1994 (doc.)
Aimé Césaire, poète de l’universelle fraternité di Jean-François Gonzalez, 1994 (doc.)
La Vie sur terre di Abderrahmane Sissako, 1998
Aimé Césaire, Poet and Statesman di Susan Wilcox, 2002 (intervista con Ann Armstrong Scarboro)
Noirs di Jérôme Sesquin, 2006 (doc. tv)
Cahier d’un retour au pays natal di Philippe Bérenger, 2008 (tv)

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