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La pattuglia dell'Amba Alagi

di Flavio Calzavara

Un edificante apologo (post)coloniale

Davvero al di sotto di ogni sospetto, la decisione di trasmettere su Rete 4, alla vigilia della Festa della Liberazione e in prima visione tv, una versione in chiave mélo-reducistica delle ultime pagine del colonialismo italiano in Etiopia come La pattuglia dell’Amba Alagi (1953), firmato da Flavio Calzavara (1900-81). Cineasta dal pedigree fascistissimo, dopo una breve attività di regista teatrale in Sudamerica – che verosimilmente gli valse nel 1934 il ruolo di aiuto di Blasetti nella regia dell’ambizioso spettacolo di propaganda 18 BL, e del nostalgico Vecchia guardia –, Calzavara ha esordito nella fiaba colonialista Piccoli naufraghi (1938), legando il suo nome ad alcuni titoli di successo con la diva di regime Doris Duranti (Resurrezione, 1943; La contessa Castiglione, 1944; Calafuria, 1944), e testimoniando fino a Salò la sua fede mussoliniana, non disdegnando nel dopoguerra un’incursione nella spagna franchista (El curioso impertinente, 1948).

Ancorato alle disavventure del reduce Luciano Rossi (interpretato da Luciano Tajoli, star della canzone sentimentale italiana degli anni ’50), il film si apre con un breve prologo bellico, in cui, asserragliati nelle grotte dell’Amba Alagi – siamo nel 1941 – e assediati dalle truppe inglesi, il milanese Luciano e tre suoi commilitoni (uno siciliano, uno napoletano, e l’altro romagnolo) vengono sbaragliati, mentre un quarto, Carlo (Giorgio De Lullo) s’imbosca. Uscitone unico vivo ma invalido a una gamba, Luciano compie una sorta di via crucis sacrificale, realizzando gli ultimi desideri dei suoi compagni d’arme: con i proventi che ricava dal talento canoro, restituisce al maestro di chitarra Ciccillo (Dante Maggio) i soldi sottrattigli dall’amico napoletano; aiuta la vecchia madre del siciliano a riscattare la casa occupata dalla straniera che l’aveva abbindolato; testimonia al vecchio maestro nel suo ultimo giorno di scuola (Aldo Silvani) l’eroismo del suo antico ex-allievo romagnolo. Rientrato a Milano insieme all’ormai inseparabile Ciccillo, Luciano ritrova Maria (Milly Vitale), che cresce da sola il figlio, coltivando la memoria eroica del disperso marito Carlo. Facendosi scritturare da un’orchestra, Luciano la aiuta a tirare avanti la famiglia, e comincia a pensare di rifarsi una vita con lei, finché il disertore Carlo ricompare dal nulla. Dopo aver ricomposto la coppia, rinunciando all’antico amore per Maria, Luciano finisce per spirare fra le braccia degli amici, ferito a morte per errore da un contrabbandiere sulle tracce di Carlo.

Fin qui il plot del film, che segue pigramente le convenzioni del melodramma popolare d’appendice, debitamente arricchito dalle incursioni canore del protagonista, in scena con alcune hit tradizionali e del suo repertorio (“Come facette mammeta”, “Il primo amore”, “Il valzer della strada”), da una colonna audio impreziosita dalle voci hollywoodiane di doppiatori storici come Gualtiero De Angelis (Tajoli) e Lydia Simoneschi (Vitale), e da sprazzi di neorealismo rosa negli episodi napoletano e siciliano. (Curiosamente, gli episodi sono ambientati in vicoli e piazzette costellate da manifesti elettorali della Democrazia Cristiana, tanto per suffragare la fedeltà del Calzavara al nuovo ordine politico, di De Gasperi e Scelba.) Ma, come sottolinea Morandini, e anticipano già i titoli di testa, La pattuglia dell’Amba Alagi ha un valore storico supplementare di tutto rilievo, legato alla presenza di due sequenze di repertorio messe a disposizione dalle autorità britanniche: l’una, relativa alla sfilata delle truppe italiane sopravvissute alla disfatta del 1941, in cui gli ufficiali inglesi rendono loro l’onore delle armi, e l’altra, che documenta il funerale solenne tributato ad Amedeo di Savoia, duca d’Aosta (ed ex-viceré d’Etiopia), morto nelle carceri inglesi a Nairobi nel 1942.

Inserite come una parentesi memoriale in un episodio intriso di patriottismo deamicisiano come quello del vecchio maestro romagnolo, le due sequenze consentono a Calzavara di rendere omaggio ai valori cardine dell’ethos fascista, non senza rievocare la prima sconfitta dell’Amba Alagi (1895), nella quale i nonni di quegli abissini che nel 1941 avevano appoggiato le truppe inglesi nella liberazione della loro terra, durante la prima Campagna d’Africa avevano annientato un presidio italiano di poco più di duemila fanti, preannunciando di lì a poco la vittoria epocale di Adua (1896). Ma l’immaginario coloniale galleggia in tutto il film, evocato da alcune note esotiche. Penso al nome (Mokambo) del locale milanese in cui si esibisce Luciano. Alle atmosfere letterarie dei racconti dell’imboscato Carlo, finito a fare il trafficante di droga «in una colonia portoghese» agli ordini di un contrabbandiere chiamato «il Tunisino» (quello che poi ucciderà per errore Luciano).

Ma penso soprattutto all’epilogo edificante, in cui l’eroico e canterino ex-artigliere, spirato in un quadretto larmoyante da pietà reducistica, riappare miracolosamente nella grotta dell’Amba Alagi, circonfuso in un alone da martire, per unirsi ai tre combattenti «caduti nell’adempimento di un loro supremo dovere». Suggeriamo al nuovo Ministro postfascista della difesa di mostrare alle autorità etiopiche questo purtroppo mediocrissimo saggio di cinema (post)coloniale, in accompagnamento alla doverosa richiesta di erigere un mausoleo sull’Amba Alagi, su un fazzoletto di terra italica magari. Ché nessuno possa pensare che il nuovo governo (populiberista) sia meno affezionato al suo passato imperiale, rispetto al precedente (centrosinistrato), che ha osato avanzare una proposta simile a Mubarak, per il mausoleo di El Alamein...

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsLa pattuglia dell’Amba Alagi
Regia: Flavio Calzavara; soggetto: Flavio Granata Vigo, Fulvio Palmieri; sceneggiatura: Flavio Calzavara, Guglielmo Santangelo, Fulvio Palmieri; fotografia: Carlo Carlini; scenografia: Ivo Battelli; musica: Luciano Maraviglia; montaggio: Ettore Salvi; interpreti: Luciano Tajoli, Milly Vitale, Aldo Silvani, Giorgio De Lullo, Dante Maggio, Olga Solbelli, Roberto Mauri, Carla Calò, Mario Terribile, Annette Ciarli, Nino Milano; origine: Italia, 1953; formato: 35 mm; durata: 90’; produzione: Francesco Granata Vigo per Diva Film, Royal Film

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