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Tyson

di James Toback

Il respiro di un antieroe tragico

Proiettato in selezione ufficiale al 61. Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, Tyson è un cineritratto costruito sulla base di una conoscenza più che ventennale fra l’ex-campione del mondo e James Toback, sceneggiatore e filmmaker indipendente di punta, che l’aveva già voluto come attore per Black and White (1999), dedicato al mondo dell’hip hop. Dietro la maschera ferina di Iron Mike, emerge l’anima persa di un antieroe tragico, condannato dalla propria hybris a toccare per ben due volte il tetto del mondo e ripiombare subito a terra, minato da paure e cicatrici accumulate fin dall’infanzia.

Potendo contare su una totale disponibilità e fiducia da parte di Tyson (che figura nei credits come produttore associato), oltre che su una base di materiali di repertorio eccezionalmente ricca (riprese di combattimenti e allenamenti, interviste e rassegna stampa dell’epoca), Toback riesce a mettere a fuoco la controversa personalità dell’atleta, in una fase della sua vita in cui, abbandonata ormai la boxe, sta cercando di dare un nuovo centro alla sua esistenza, a partire dal rapporto con i figli e si consegna, davanti anche alle telecamere del festival, in tutta la sua fragilità di antieroe tragico.

La vita di Tyson scorre in un fiato, in un respiro grave, sordo, da belva ferita, che è poi quello che, su fondo nero, chiude il film in una perfetta struttura circolare. I primi ricordi di Tyson ci restituiscono l’immagine – difficile davvero da riconfigurare – di un ragazzino paffuto, affetto da un’insufficienza respiratoria cronica, vessato dai ragazzi del ghetto newyorchese di Bed Stuyvesant, che cresce in una famiglia tutte sulle spalle della madre. Un destino segnato il suo: la prima rapina a 11 anni, la prima detenzione a 12. Poi l’incontro con un pugile bianco in carcere che lo indirizza al suo angelo custode, il vecchio coach Cus d’Amato, il quale lo toglie dalla strada, lo accoglie come un figlio in casa e ne fa prima un uomo e poi una macchina da guerra. Non fa però in tempo a vederlo vincere nel 1986 contro Trevor Berbick, a soli 20 anni, il titolo di campione del mondo dei pesi massimi, il più giovane nella storia.

Quindi arriva il capitolo più delicato della sua esistenza, il rapporto con le donne. Proiettato improvvisamente nel cono di luce dal circo dei media americani, Tyson s’innamora dell’attrice emergente Robin Givens (Rabbia ad Harlem, Bill Duke, 1991) e la sposa, ma il gioco dura poco, appena otto mesi. Dopo la morte del vecchio allenatore, il divorzio dalla Givens segna l’inizio della fine. L’attrazione verso il baratro lo porta a ogni sorta di stravizio e distrazione dall’autodisciplina degli allenamenti, anche perché per alcuni mesi macina KO alla prima ripresa. Ma a farlo finire al tappeto davvero è il processo per stupro, intentatogli dalla giovane Desiree Washington, che gli costa tre anni di carcere e il ritorno in un tunnel di orrori che sembrava chiuso per sempre. Ne esce grazie anche alla conversione a un islam rabbioso. Incredibilmente, riesce a risollevarsi, e a riconquistare di nuovo il titolo. Ma nel 1996, contro Holyfield, vampirizzato da Don King e da tutte le sanguisughe che frequentano la sua corte dei miracoli, ritorna sulla terra, stavolta per restarci.

Il secondo, terribile combattimento con Holyfield è quello che ha consegnato alla storia della boxe l’immagine più estrema di Tyson, quello della belva che morde due volte l’avversario, dopo essere stata provocata con diverse testate non punite dall’arbitro. Il resto è un patetico galleggiamento ai margini del cono d’ombra, con l’ex campione dal tatuaggio maori sempre più appesantito e ormai sul ring soltanto per pagare i debiti e mantenere la numerosa famiglia. Una parabola di ascesa e caduta esemplare, da gangster movie anni Trenta, ma che Toback restituisce con un intelligente approccio multiplanare, alternando la retorica discorsiva dell’accumulazione – declinata attraverso ridondanti splitscreen e sequenze di montaggio abitate dalla voce monologante di Tyson – alla fenomenologia dell’ascolto partecipe.

61. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsTyson
Regia: James Toback; fotografia: Larry McConkey; montaggio: Aaron James; sonoro: Brad North; musiche: Salaam Remi, Nas; origine: USA, 2008; formato: 35 mm, 1:1,85, Dolby Srd; durata: 88’; produzione: James Toback e Damon Bingham per Fyodor Productions e Green Room Films; distribuzione internazionale: Wild Bunch

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