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Produrre dal basso

di Alice Casalini

Conversazione con Alessandro Gagliardo e Giuseppe Spina, malastrada.film

Abbiamo incontrato Alessandro Gagliardo e Giuseppe Spina in un caldo pomeriggio di sole nel cuore di Roma in occasione della proiezione dell’ultimo lavoro del progetto malastrada.film, Même Pére, Même Mére - Un film de voyage (Même Pére, Même Mére – Un film di viaggio, 2008) presentato durante l’ultima edizione del Tekfestival (Roma 6-11 maggio 2008). Alessandro e Giuseppe, due dei tre autori del documentario, Julie Ramaioli infatti non era presente, sono in continuo movimento per promuovere il loro film e il loro progetto tra festival e rassegne. La loro produzione dal basso prevede da un lato l’utilizzo di internet e della rete per la diffusione e l’informazione, dall’altro la consapevolezza dell’importanza della presenza fisica in ogni luogo in cui il film viene proiettato e riesce ad avere la sua visibilità.

Il vostro è un progetto collettivo particolarmente interessante e mi ha colpito molto anche visitando il vostro sito internet (www.malastradafilm.com). Potreste spiegare meglio come è nata l’idea di mettere insieme le forze e qual è stata la genesi del progetto?
Alessandro Gagliardo
Il progetto è nato quattro anni fa rispetto alla necessità e la voglia di fare dei film, di creare attraverso questo tipo di linguaggio. Allo stesso tempo, sin dal primo momento, abbiamo sempre pensato che non potevamo credere di fare solo dei film e poi aspettare che qualcuno altro si incaricasse della distribuzione. Sin dall’inizio quindi siamo partiti con l’idea della creazione e della diffusione dei film. Il progetto quindi nasce quattro anni fa con un cortometraggio che abbiamo fatto io e Giuseppe insieme seguito poi da altri progetti, documentari, cortometraggi. Tutto nasce dall’incontro di persone che avevano la necessità di fare delle cose e poi il progetto si è definito negli anni fino ad arrivare a quello che è oggi, un centro di creazione e diffusione di cinema e di ricerca che utilizza un sistema particolare di produzione e di distribuzione. La genesi è questa.

Malstrada.film ha sede a Catania.
Alessandro Gagliardo
Sì diciamo che lo stabile si trova a Catania, ma tutto il resto è continuamente instabile e itinerante: noi infatti ci muoviamo in continuazione perché la distribuzione, per come la concepiamo noi, si basa sulla possibilità di seguire i film, sia nostri che delle persone che noi sosteniamo e diffondiamo, in tutte quante le proiezioni, di accompagnarli e di presentarli.

Per quanto riguarda invece Même Pére, Même Mére, come è nata l’idea di avvicinarvi al Burkina Faso e poi di partire per scoprirlo?
Giuseppe Spina
Il progetto nasce casualmente dall’incontro con un nostro amico che vive in Africa da circa sei anni, Dario, e con il suo centro Ghélawé che si occupa di cooperazione (www.centroghelawe.org). Abbiamo parlato con lui che ci ha raccontato del Burkina Faso. Il giorno dopo una nostra amica, Loredana, ci ha raccontato di un suo sogno nel quale tutti noi partivamo per girare un film in Burkina Faso. Io ero senza casa a Bologna, ho chiamato Alessandro che mi ha detto che il giorno dopo mi avrebbe fatto sapere qualcosa e da qui è partito tutto. Certo questa è stata la scintilla che si è accesa attraverso l’intreccio di vari elementi casuali, poi abbiamo incontrato la figura di Sankara che si avvicina molto al nostro modo di pensare e lavorare: ad esempio l’idea di produrre e consumare burkinabé, ecco noi produciamo, consumiamo e diffondiamo da noi. Siamo rimasti affascinati da questa figura rivoluzionaria.

Alessandro Gagliardo
Ci sembrava anche interessante che a livello internazionale la produzione si concentra sui alcuni temi, su particolari zone del mondo, imposti dai media, come la Cina ad esempio, mentre dell’Africa si continua ad avere l’idea di questo grande continente malato che ha bisogni di questi scarichi di morale dal parte dell’Europa. Per cui a noi che non eravamo mai stati in Africa questa idea ha iniziato ad affascinarci seriamente. Tra l’altro il Burkina è catalogato come uno dei quattro paesi più poveri al mondo, e a noi facendo un cinema povero oltre che soggettivo e tante altre belle cose, l’idea di andare in Africa in quel momento si è manifestata come una cose di cui avevamo realmente bisogno. Spostarsi quindi completamente da un tipo di elaborazione dell’immagine e di contenuti occidentale, per trovare qualcos’altro in Africa. Poi è chiaro che quando scopri in particolare la storia del Burkina Faso con la figura di questo leader affascinante di trenta anni con delle idee sulle quali si muove l’alter-mondialismo di oggi e capisci che i movimenti hanno radici nelle idee e nei principi lontani come quelle dell’83, inizi a incasellare tutta una serie di motivi che fanno poi parte dell’entusiasmo per il progetto.

Siete dunque partiti con delle aspettative particolari di ricerca e scoperta attraverso questo film in Burkina Faso?
Giuseppe Spina
Dal punto di vista cinematografico l’unica idea che avevamo in mente era quella di filmare le nostre sensazioni e di realizzare un film di viaggio in questa terra per i motivi che prima diceva Alessandro. Quindi siamo arrivati in Burkina abbiamo girato il film in un modo molto naturale, senza costruire architetture o artifici. Noi abbiamo fatto tutto, non c’erano luci e non c’era una vera e propria troupe, sviluppando un rapporto con la gente che è risultato veramente quotidiano. Il film è prodotto dal basso, noi con 8 mila euro siamo andati in Africa a fare un film.

Alessandro Gagliardo
Con gli stessi soldi siamo andati in Francia per il montaggio e abbiamo prodotto e inviato il dvd alla gente che ci aveva dato i 10 euro per produrre il film pre-acquistando il dvd.

Giuseppe Spina
Il budget limitato fa si che tu riconsideri i tuoi bisogni e hai la necessità di crearti una serie di amicizie, di contatti, di scambi che fanno in modo che tu vada a dormire a casa della gente direttamente. Questo ti permette di relazionarti in modo profondo con la gente, con i posti e la loro storia.

Alessandro Gagliardo
Volendo fare un film di viaggio, una delle cose sulle quali ci siamo concentrati di più è stata proprio la figura del viaggiatore. In questo senso la macchina cinematografica non può precedere il senso dell’essere un viaggiatore. L’idea del vivere dal basso è proprio quella di arrivare, stare, conoscere, parlare e poi filmare, in questo modo eviti la costruzione cinematografica del dialogo. È una cosa che prima di tutto riguarda te stesso in rapporto all’altro.

La struttura del film infatti è quella del flusso, come voi dite anche sul sito, e l’impressione è che Même Pére, Même Mére possa essere anche letto come un film di formazione, o comunque di scoperta.
Giuseppe Spina
Sì, scoperta non solo di un luogo, ma soprattutto di te stesso. Noi siamo contro l’oggettività del reale, contro chi guarda il reale con oggettività e chi dunque si sente di possedere delle chiavi di lettura e di essere in grado di analizzare una società oggettivamente, come fanno la maggior parte dei documentari. Invece no, Même Pére, Même Mére è un film soggettivo, è l’interpretazione soggettiva di un paese, di un luogo e quindi anche di chi lo fa.

Però se da un lato c’è questo tipo di approccio, dall’altro c’è un tipo di ricerca sul linguaggio molto approfondita che ricorda la video arte, sia per quando riguarda le immagini, sia per gli elementi sonori che sembra quasi contrastare con ls struttura a flusso ed emotiva.
Giuseppe Spina
No, ma guarda noi non facciamo video arte, e forse non faccio neanche arte. Questo è un punto fondamentale perché in effetti una parte del film può essere identificata come video arte, ma in realtà non è così. Tutto quello che si vede durante il film è l’espressione della nostra percezione. Di conseguenza se la parte di Ouagadougou, della durata di 10 minuti, che rappresenta l’inferno di una capitale africana, è solo per rappresentare la nostra confusione percettiva e per ridarla a chi guarda. Non c’è una costruzione intellettuale o artistica, ma c’è solo il tentativo di comunicare quello che abbiamo sentito e percepito. I sovraesposti che ci sono nel film, alcuni movimenti di camera, lo sfuocato, i negativi, in varie parti del film, sono direttamente fatti in camera, non in post-produzione.

Alessandro Gagliardo
Per cui è chiaro che c’è la ricerca sia sul suono che sul linguaggio visivo, ma riguarda la fase del montaggio durante la quale tu stesso ti scopri in determinate immagini, perché nel momento in cui realizzavi le immagini eri molto libero, per cui poi ti ritrovi con un’enorme bagaglio di ricerca e di autoanalisi che puoi fare. La ricerca sta anche in questo, nella possibilità di tradurre e convertire quello che hai provato e filmato.

Il titolo del film invece fa riferimento alla figura di Sankara come padre oppure ha un’altra origine?
Alessandro Gagliardo
Il procedimento per la scelta del titolo è avvenuto a priori rispetto alla realizzazione del film, una cosa normale, ma non quando, come nel nostro caso, non hai sceneggiatura e parti per un posto dove non sei mai stato e decidi che il film si chiamerà così. Quello che ci ha affascinato di questa frase, detta all’interno di un racconto, era l’idea che in Burkina si chiamano tutti fratelli, ma che nel momento in cui devono distinguere tra il fratello di sangue e quello di strada dicono di essere fratello di stesso padre e stessa madre, per sottolineare il rapporto di sangue. Se si riflette su questo livello della fratellanza, pensando ad esempio che un fratello di sangue non tradirà mai, si potrebbe leggere anche il rapporto tra Sankara e Campaoré, fratelli di rivoluzione: nel momento di difficoltà e di pressione però Campaoré si trasforma da fratello in assassino. Ma questa idea di fratellanza, di vedere l’altro come fratello, è stata importante anche rispetto all’idea di ricerca spirituale che abbiamo voluto fare e va contro l’immagine rarefatta dell’Africa come luogo a parte, come oasi dove ritrovarsi. Nella ricerca era fondamentale l’incontro e la conoscenza con l’altro e questo avvicinamento secondo il principio della fratellanza sembrava un modo onesto per realizzarlo.

Giuseppe Spina
[…] Abbiamo lavorato molto per evitare la simbologia errata sulla quale si basano molti dei film sull’Africa. In Même Pére, Même Mére abbiamo fatto un lavoro molto importante di de-simbolizzazione e di ricostruzione di un immaginario che non conoscevamo.

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