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Dernier maquis

di Rabah Ameur-Zaimeche

Il cantiere della resistenza

Un’accoglienza molto calda e un applauso lunghissimo hanno accolto nella proiezione serale al Palais Stéphanie il terzo lungometraggio del franco-algerino Rabah Ameur-Zaimeche, Dernier maquis (L’ultima resistenza), in concorso alla Quinzaine des Réalisateurs dopo essere stato selezionato due anni fa per Un certain regard con lo splendido Bled Number One. A presentare il film accanto ad Olivier Père era sul palco lo stesso regista, emozionatissimo, e nelle file riservate della sala tutto il cast del film, tra cui alcuni degli attori feticcio, come Abel Jafri, Sylvain Roume e Christian Milian-Darmezin.

Ma veniamo al film: difficile da etichettare, Dernier maquis segna certamente un cambiamento di direzione, se non una svolta, nell’opera di Ameur-Zaimeche. Dopo due film di ispirazione più espressamente autobiografica, girati in Francia (Wesh wesh, qu’est-ce qui se passe?, 2002) e in Algeria (Bled Number One, 2006), il regista torna a rivolgere lo sguardo alla periferia francese e ad interpretare il film, ma non più come protagonista. Dernier maquis è un film corale e Rabah Ameur-Zaimeche - interpretando Mao, il padrone musulmano di una ditta di riparazioni - sembra quasi voler raddoppiare nel suo personaggio il proprio mestiere di regista, e dunque di direttore di attori.

La storia del film è estremamente lineare ed essenziale: il padrone di un cantiere dove si riparano camion e pedane di legno per i trasporti delle merci decide di allestire una moschea in un garage all’interno di una sua proprietà, per coinvolgere i suoi dipendenti, in gran parte immigrati africani o francesi di origine maghrebina. Il suo è anche un atto interessato, per avere più ascendente e controllo su di loro: quando decide di mettere come imam della moschea un suo dipendente fidato, la ribellione di alcuni operai è inevitabile.

Questa in sintesi la sinossi del film nelle sue linee principali, anche se in realtà è quasi impossibile sintetizzare un film fatto di colori (il rosso acceso delle pedane di legno che svettano verso il cielo), di momenti di attesa, di lunghi piani sequenza o inquadrature fisse che catturano il profilmico nella sua integrità, coinvolgendo gli uomini e l’architettura industriale in cui si muovono. Il regista si prende tutto il tempo necessario per dare il senso della durata della vita reale e di una giornata di lavoro, in cui non ci sono solo momenti salienti, ma tutto è azione, anche prima e dopo che un personaggio è in scena, anche la scia sonora degli operai al lavoro.

Dernier maquis è un film che ricorda Straub, per l’essenzialità e il rigore delle inquadrature e del sonoro, e Antonioni, per l’uso espressivo del colore e per la maniera di filmare il paesaggio industriale; ma è anche e soprattutto un film molto personale ed originale, che si illumina di momenti di pura poesia, venata di una sorta di surreale comicità e di riflessione metalinguistica.

Il tocco unico di Rabah Ameur-Zaimeche - in continuità con i film precedenti, anche se qui raffinato fin qusi a sfiorare il manierismo - è la capacità di mescolare realtà e finzione, rivelando al contempo il lavoro del cinema, come nello splendido dialogo iniziale in cui un operaio chiede all’amico di aspettare che passi l’aereo per continuare a parlare. E ancora, l’attenzione per piccoli eventi epifanici, che sembrano un detour dall’azione principale e che invece racchiudono il senso ultimo del film, la sua anima. Esemplare è la sequenza del ritrovamento surreale di una nutria in una vasca all’interno della fabbrica, all’inizio scambiata per un topo: un momento comico che presto diviene poetico. Quando la nutria viene liberata lungo un canale, nel verde, lo spettatore capisce che è difficile liberare un animale impaurito da una gabbia, ma molto più difficile liberarsi dalle gabbie mentali e sociali che ci imprigionano, in ogni istante.

Come quell’ossessionante parete rossa fatta di pedane, in costante movimento, che puo diventare un moderno minareto da cui intonare il canto del muezzin, ma anche una barriera in più contro cui ingaggiare l’ultima resistenza.

61. Festival di Cannes | Maria Coletti

Cast & CreditsDernier maquis
Regia: Rabah Ameur-Zaimeche; sceneggiatura: Rabah Ameur-Zaimeche, Louise Thermes; fotografia: Irina Lubtchansky; montaggio: Nicolas Bancilhon; suono: Bruno Auzet, Timothée Alaazraki; musica: Sylvain Rifflet; interpreti: Salim Ameur-Zaimeche, Abel Jafri, Sylvain Roume, Christian Milia-Darmezin, Larbi Zekkour, Mamadou Koita, Mamadou Kebe, Rabah Ameur-Zaimeche; origine: Francia/Algeria, 2008; formato: 35 mm, colore, 1.85, Dolby SR; durata: 93’; produzione: Rabah Ameur-Zaimeche per Sarrazink Productions; distribuzione internazionale: Sophie Dulac Distribution.

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