title_magazine

Mange, ceci est mon corps

di Michelange Quay

Ultimo balletto cannibale

Il corto L’Evangile du cochon creole (2004) aveva rivelato in tutto il mondo tutto il suo straordinario talento visivo: lanciato in competizione a Cannes, lo short ha portato a casa il premio per il miglior film a Locarno, Stoccolma, Milano, Rio de Janeiro, San Paolo, Tokyo. L’energia icastica e disturbante di questo poema visivo dedicato alla miseria e allo spirito religioso del suo paese ha scosso tra gli altri anche gli spettatori della 6. edizione di Panafricana (2006). L’afrohaitiano Michelange Quay era quindi molto atteso alla prova del primo lungometraggio, Mange, ceci est mon corps (2007), presentato in anteprima mondiale a Toronto, e poi via via al Sundance, a Rotterdam, Hong Kong, Edimburgo, New York, Miami – dove ha vinto il Gran Premio della Giuria – fino a sbarcare sulla Croisette, all’interno della rassegna organizzata dall’Association du Cinéma Indépendent pour sa Diffusion (ACID).

Interpretato da un cast chimicamente composito – Silvie Testud, giovane musa del nuovo cinema francese di frontiera (che vedremo presto nel biopic sulla Sagan diretto da Diane Kurys), insieme a una veterana della Comedie Française come Catherine Samie, due folgoranti intepreti non professionisti (Hans Dacosta St Val e Jean-Noel Pierre) e dieci ragazzini haitiani, ex-bambini di strada e ora performer inquadrati dalla Fondazione KromaMange, ceci est mon corps non delude quanti auspicavano un’opera prima in grado di confermare il vigore plastico e surreale di Quay, ma non mancherà di sconcertare lo spettatore-tipo del cinema del sud, africano o delle diaspore, che pretenda di verificarne la spendibilità ai fini di un discorso didascalico sui rapporti nord-sud in epoca di crisi della globalizzazione.

Difficile mettere ordine nel flusso visivo di immagini, suoni, suggestioni liriche che Quay consegna all’esperienza dello spettatore. Il racconto, che galleggia in una dimensione sospesa fra tempo storico e tempo ideologico, assai povero di dialoghi, è incentrato su un’ambigua dinamica servo-padrone che lega la misteriosa Madame (Silvie Testud) e il suo maggiordomo nero Patrick (Hans Dacosta St Val), che vivono in un enorme palazzo d’epoca, al cui interno si muovono, senza mai incontrarsi, due altre figure-doppio, la madre di Madame (Catherine Samie) e un albino (Jean-Noel Pierre). Alcuni passaggi del lacerante monologo cristologico pronunciato dalla Samie, evocato dal titolo e anticipato nel trailer del film, sintetizzano i caratteri di generosità fino al sacrificio di sé che si autoattribuisce questa personificazione del nord neocapitalistico e neocoloniale nei confronti di un sud affamato, sovraffollato, superstizioso.

Un rigore bunueliano contrassegna una delle sequenze politicamente più limpide del film. Quella in cui dieci bambini neri trotterellano in fila indiana nel palazzo, vengono rasati e rivestiti di tutto punto per incontrare Madame, che li accoglie cortesemente e li fa sedere attorno a un grande tavolo circolare. Non ha nulla da offrire alle loro pance vuote («Se avessi avuto che venivate tutti…»), ma non importa, sussurra loro che, per gioco, faranno finta di avere davanti a loro tutto il cibo del mondo, e gliele descrive pure, alcune di queste mirabolanti portate, per poi bisbigliare nell’orecchio del bambino vicino un flebile «merci» che viene prontamente ripetuto da ognuno dei presenti, innescando un agghiacciante mantra. Ancora più disturbante, nell’ultimo blocco del film, in cui Madame, uscita dal castello, entra in contatto con il coro dei dannati della terra di Haiti, la sequenza, narrata visivamente nei termini di un naturalismo alla dogma, che vede la giovane signora entrare in una sorta di ospedale deserto, richiamata dal grido disperato di un neonato, lo vede disteso sul pavimento, gli si avvicina lentissimamente, si denuda il busto e se lo stringe al seno, come un gelido automa.

Il registro discorsivo del film è contrassegnato da un alto grado di ibridazione, aperto com’è a incursioni antropologiche – nei termini di un’osservazione partecipante, alla Rouch – nel patrimonio sincretico di cerimonie e riti haitiani, fra possessione e travestimento carnevalesco, e a immersioni in presa diretta nel quotidiano di un mercato. Assai più densa e figurativamente composta la sezione di racconto confinata nello spazio del palazzo, girata in Francia, che oscilla fra uno sguardo tutto fenomenologico, condotta sul filo dei linguaggi della prossemica, e improvvise intensificazioni plastiche, che insistono sulle dominanti cromatiche del bianco. Colore che mangia tutti gli altri, inghiottendo tutti i complessi e fantasmi di dominio nelle relazioni (post)coloniali, da Fanon in qua, fra attrazione e repulsione, sacrificio ed imitazione.

61. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsMange, ceci est mon corps
Regia: Michelange Quay; sceneggiatura: Michelange Quay; fotografia: Thomas Osoux; montaggio: Jean-Marie Lengellé; suono: Nicholas Leroy; scenografia: Valérie Massadian; musiche: Malik Mezzadri, Madioko; interpreti: Sylvie Testud, Catherine Samie, Hans Dacosta Saint-Val, Jean-Noël Pierre, i bambini della Kroma Foundation; origine: Francia/Haiti, 2007; formato: 35 mm, colore; durata: 105’; produzione: Tom Dercourt per Cinéma Defacto (Francia), in coproduzione con Les Films à un dollar (Francia), Union Films (Haiti); distribuzione internazionale: Memento films

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
lunedì 21 maggio 2018

Cannes 71: premiato Spike Lee

Spike Lee, lanciato nel 1986 proprio dal Festival di Cannes con Lola Darling, si è aggiudicato (...)

mercoledì 18 aprile 2018

Cannes 71: DuVernay e Nin in giuria

Annunciata anche la Giuria ufficiale del prossimo Festival di Cannes (8-19 maggio), presieduta (...)

martedì 17 aprile 2018

Cannes 71: Mohamed Ben Attia alla Quinzaine

Il film tunisino Weldi (Mon cher enfant) di Mohamed Ben Attia sarà presentato in prima mondiale (...)

venerdì 13 aprile 2018

Cannes 71: per i 100 anni di Nelson Mandela

Nelson Mandela avrebbe compiuto 100 anni nel 2018. Tra le anticipazioni del programma del (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha