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Eye of the Sun

di Ibrahim El Batout

Il Cairo visto attraverso gli occhi del sole

Una lieta sorpresa questa della vittoria di Eye of the Sun (Ein Shams) al Festival di Taormina: presentato al mercato di Cannes – dove ho avuto la fortuna di vederlo grazie al passaparola di un’amica tunisina che l’aveva appena visto in Egitto – il film è stato selezionato in concorso al festival siciliano diretto da Deborah Young in anteprima mondiale: una scelta che conferma il gusto affinato della direttrice, nonché l’apertura di Taormina alle migliori produzioni cinematografiche del Mediterraneo. Sì, perché questo piccolo grande film è davvero – accanto a L’Aquarium di Yousry Nasrallah – una delle produzioni egiziane migliori degli ultimi tempi, capace di dipingere a piccoli ma incisivi tocchi un affresco politico-poetico dell’Egitto contemporaneo.

Siamo a Ein Shams, antico quartiere del Cairo: un tempo Heliopolis, fastosa capitale dell’Egitto durante l’era faraonica, e divenuto poi un luogo sacro per i cristiani, legato alla visita di Gesù Giuseppe e Maria, Ein Shams è ora uno dei quartieri più poveri e trascurati della capitale egiziana. Non è un caso che Ibrahim El Batout – giovane regista egiziano indipendente che tre anni fa, con il film di debutto Ithaki, aveva suscitato grande scalpore – sia tornato dietro la macchina da presa per ambientare qui la sua storia e regalarci un piccolo gioiellino cinematografico che mescola con sapienza documentario e finzione, rispecchiando il percorso artistico del regista.

Lo stesso El Batout ci racconta in maniera appassionante come è nata l’ispirazione per questa sua opera seconda, nelle note di regia consultabili sul blog del fim: “Nell’agosto del 1988 sono andato nel quartiere di Ein Shams per documentare con la mia videocamera la sommossa che era scoppiata contro la polizia. Nello scontro con un poliziotto sono stato ferito da un colpo di pistola al braccio destro. Così è cominciato il mio lavoro di reporter di guerra: ho documentato in 18 anni circa 12 guerre in 30 paesi differenti. Poi all’inizio del 2004 sono tornato al Cairo, sentendomi disincantato dal mondo e dal mio lavoro (…) L’idea del film Ein Shams è nata nel 2005, dopo aver realizzato il mio primo film di finzione Ithaki. Lavoravo ad un progetto di laboratorio teatrale e cinematografico con i bambini dell’Alto Egitto insieme all’insegnate e regista Mohamed Abdel Fatah, e lui, che vive ad Ein Shams, mi ha chiesto di ambientare lì il mio film successivo. Essendo un luogo che mi aveva affascinato da anni, scrissi subito una storia che poteva essere ambientata in quel quartiere, ma utilizzando anche il materiale che avevo girato nella mia ultima visita in Iraq: in questo modo ho chiuso il cerchio del mio lavoro di documentarista che avevo deciso di iniziare proprio ad Ain Shams circa 20 anni fa”.

Eye of the Sun è un film polifonico: una voce fuori campo racconta le storie di diversi personaggi che si intrecciano. Ecco il tassista Ramadan, che decide con la moglie di avere un altro bambino; la loro figlioletta undicenne Shams, vivace e curiosa, che vuole andare a tutti i costi a visitare il centro della sua amata città e che si immagina come in una favola; la giovane cantante Mariam, che intona una melanconica canzone irachena in un centro culturale; tra il pubblico, ad ascoltarla, c’è un’altra Maryam: una dottoressa che ha studiato le conseguenze della guerra in Iraq e i diversi tipi di cancro provocati dall’uranio impoverito, come sottolineano le immagini di repertorio (“cercavano le armi, hanno trovato l’uranio impoverito che hanno rovesciato nel 1991”). E ancora, El Tayeb, un uomo che è stato in prigione sotto Saddam; e poi un giovane e corrotto politico rampante, che diffonde promesse nel quartiere e poi sparisce da Ein Shams, non appena eletto.

Come in un antico mosaico, il film raccoglie, accumula, mette una accanto all’altra tante storie differenti, che viste nel loro insieme compongono un disegno unico: la sofferenza e la speranza contenute nella vita umana, la corruzione e la decadenza che affliggono l’Egitto contemporaneo… Il film capta “una realtà deludente, guastata dalle contaminazioni della modernità, che ammala i corpi – attraverso i veleni assorbiti da acqua, cibo e aria – e fiacca le menti, anche quelle pronte a sfidare la locale decadenza politica e sociale e perfino le tragedie post-belliche di un Iraq particolarmente vicino” (Maria Rosaria Cerino). Nel gioco di specchi tra micro e macrocosmo, tra vicino e lontano, tra locale e globale, si situa anche la sorte infausta della figlia di Ramadan. La piccola Shams si ammala infatti proprio di leucemia – come i bambini in Iraq su cui aveva indagato la dottoressa Maryam – e la sua morte lascia un’assenza incolmabile… Proprio la foto della bambina nel taxi di Ramadan e la sua triste storia raccontatale dal padre spingono la cantante ad intonare la sua triste canzone, all’inizio del film.

Un film che è fatto di storie intrecciate in un percorso circolare, come l’occhio del sole. “Chi sono io? Non importa…” – così la voce fuori campo ci confessa alla fine del film. E in effetti questa voce può essere quella del tassista Ramadan, ma anche quella del regista, o anche – perché no? – quella dello stesso quartiere di Ein Shams: l’occhio del sole che guarda dall’alto della sua storia millenaria questi piccoli esseri in movimento, come la piccola Shams che continua a sorridere a suo padre dal cielo ed a fare i dispetti alla sua macchina sgangherata…

Maria Coletti | 54. Festival di Taormina

Cast & CreditsEye of the Sun (Ein Shams)
Regia: Ibrahim El Batout; sceneggiatura: Tamer El Said, Ibrahim El Batout; fotografia: Hesham Farouk Ibrahim; montaggio: Ahmed Abdallah; suono: Mohab Mostafa Ezz; scenografia: Shimaa Aziz; musica: Amir Khalaf; interpreti: Hanan Youssef, Boutros Boutros-Ghaly, Ramadan Khater, Hanan Adel, Samar Abdelwahab, Maryam Abo Doma, Ahmad Mostafa, Mohamed Abdel Fatah; origine: Egitto, 2008; formato: 35mm; durata: 90’; produzione: Sherif Mandour per Film House.

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