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Freedom - Memorie della schiavitù

di Leonardo De Franceschi

Fare i conti con i tabù

A 160 anni dall’abolizione ufficiale dello schiavismo da parte della Francia, e mentre entra nel vivo una campagna elettorale per la Casa Bianca che ha già segnato la storia degli States, Arte (Sky 544) sta proponendo una programmazione mensile (Freedom) dedicata alla storia e all’eredità della tratta degli schiavi e più in generale alle culture panafricane. Dal 1° giugno all’11 luglio, oltre a ritrasmettere la mitica serie tv Radici (Roots, 1977)), tratta dalla saga di Alex Haley, che per la prima volta ha raccontato al grande pubblico mondiale la storia della tratta atlantica, l’emittente pubblica franco-tedesca ha presentato numerosi documentari, alcuni in anteprima, dedicati propriamente alla questione storiografica della tratta, ma anche ad aspetti e figure chiave della cultura afroamericana, da Martin Luther King a Malcolm X, da Muhammad Ali a Sidney Poitier.

Martedì 24 giugno (con replica giovedì 3 luglio alle 9.55) ha trasmesso una serata tematica dedicata ai tabù della schiavitù, realizzata in esterna dalla tristemente nota isola di Gorée, al largo di Dakar, nel corso della quale sono stati presentati due documentari e un dibattito condotto in presenza di due storici africani, il senegalese Ibrahim Thioub (Univ. Dakar) e il mauritano Abdel Ethmane Yassa (SOS Esclave). Il primo documentario, Chasseurs d’esclave (Sophie Jeaneau e Anna Kwak, 2008), fa il punto sulla strisciante prosecuzione in Mauritania di pratiche di schiavismo tradizionale, vera e propria modalità di organizzazione sociale con cui la componente araba schiaccia quella africana. Il secondo, Les Esclaves oubliés rilancia il dibattito sullo schiavismo, aprendo uno squarcio sull’omertà con cui, per un paradossale concorso di volontà e omissioni, la storia mondiale continua ad assimilare tratta atlantica e schiavitù, tralasciando di affrontare tanto la direttrice del traffico che aveva come terminale i paesi arabi quanto le forme di schiavitù portate avanti dagli imperi africani, prima durante e nei secoli successivi al XV, che segnò l’istituzione del traffico verso l’America da parte dei mercanti europei.

Chasseurs d’esclave, la cui prima parte sconta qualche concessione a un certo sensazionalismo, segue le orme di una coppia di attivisti di SOS Esclave, incaricati nel marzo 2008 di richiamare l’attenzione delle autorità su un caso di schiavitù denunciato dal fratello della donna in questione, segregata dal padrone, un nomade accampato dalle parti di Mederdra, insieme ai due figli avuti da lui. Lo schiavismo è una pratica millenaria in Mauritania, che nel paese è stata oggetto di numerosi provvedimenti legislativi già al tempo della colonizzazione, e nel 2007 è stata sanzionata da una nuova legge-quadro. Questo basta ai parlamentari - tutti (ex) padroni di schiavi, appartenenti al gruppo dominante di origine araba - per affermare che il fenomeno appartiene ormai al passato. Ai parlamentari e ai prefetti, che sul terreno ostacolano il lavoro di associazioni con SOS Esclave. Nonostante gli impedimenti, la carovana riesce a raggiungere l’accampamento incriminato, scontrandosi con la resistenza della donna, impaurita e plagiata, convinta come tutti i buoni musulmani mauritani che lo schiavitù sia un dogma sancito dal Corano. Lo era anche Mohamed Lamine, nato da una famiglia dominante di schiavisti che, al termine di un percorso di formazione e vita, grazie anche all’amicizia che lo legava da bambino a uno dei suoi futuri schiavi, è riuscito a diventare un maître affranchi, anche lui militante per la causa abolizionista.

Les Esclaves oubliés, film d’archivio assai rigoroso e denso di interrogazioni, rimette in questione la memoria dello schiavismo, a partire dalle celebrazioni dell’anno 2004 indette dall’Unesco, sollevando il legittimo dubbio che storici e politici del nord siano talmente autoreferenziali da imporre al mondo anche il monopolio sul senso di colpa quando si parla di tratta degli schiavi. Da diverse fonti risulta infatti che se furono 12 milioni gli schiavi trasportati dalla tratta atlantica, quelli portati nei paesi arabi dal VII al XX secolo sono stati da 15 a 17 milioni. Appoggiandosi alle testimonianze di diversi storici arabi e africani come il citato Thioub, Salah Trabelsi (Univ. Lyon 2) e Mohamed Ennaj (Univ. Rabat), il documentario dimostra come la religione abbia fatto da paravento allo schiavismo - visto che il Corano limita la riduzione in schiavitù a non musulmani, legittimandola di fatto - ma che, quando si trattava di fare incetta di manodopera schiava in paesi già parzialmente islamizzati (come Mauritania, Ciad o Sudan) la linea del colore è stata l’ultima demarcazione a definire la differenza di status. Troppi, capi di stato e intellettuali lacchè di regime, sono interessati a non sollevare la coltre di omertà così sulla tratta araba come su quella africana, che era fiorente già prima del XIV secolo, a tal punto che proprio questo alto grado di organizzazione creò le basi del patto scellerato e proficuo fra mercanti europei e mediatori africani all’origine della tratta atlantica. Come racconta Thioub, a un congresso internazionale di storici a Bamako, l’uditorio ha respinto sdegnato le sue tesi: a fine intervento, alcuni gli hanno detto: «Fai bene a dire queste cose ma non davanti ai bianchi!»

Cast & Credits

Chasseurs d’esclave
Regia: Sophie Jeaneau e Anna Kwak; origine: Francia, 2008; durata: 45’; produzione: Arte France, Doc en stock

Les Esclaves oubliés
Regia: Antoine Vitkine; testimoni: Henri Medard, Mohamed Ennaji, Thomas Vernet, Salah Trabelsi, Tidiane Ndiaye, Ibrahim Thioub; origine: Francia, 2008; durata: 45’; produzione: Arte France, Doc en stock


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