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Big City

di Djamel Bensalah

Era meglio morire da piccoli...

È in sala dal 25 luglio, distribuito dalla Videa-CDE/Warner, Big City, un western taglia XS, recitato da bambini e diretto dal regista francese di origine algerina Djamel Bensalah. A dieci anni dal suo film di debutto (Le Ciel, les oiseaux et… ta mère!, 1998) e dopo due altre commedie (Le Raid, 2002 e Il était une fois dans le Oued, 2005), Bensalah mantiene lo sguardo irriverente e divertito sul mondo, non mancando di fare della satira sociale il centro della sua narrazione. Stavolta, però, la posta in gioco – ed il rischio – è più alto, perché Big City è una commedia western dagli accenti realisti, che si diverte a raccontare l’ingiustizia sociale ed il razzismo quotidiano attraverso tutte le caratteristiche proprie del genere. Il tutto reso ancora più difficile dal fatto che la parodia del western è messa in atto attraverso un cast quasi interamente composto da bambini.

Siamo a Big City, uno sperduto villaggio di pionieri nella frontiera del grande Far West, alla fine dell’Ottocento. La schiavitù è stata da poco abolita, ma le differenze e le diffidenze sociali rimangono. Tutto ha inizio quando gli adulti del villaggio – prima gli uomini e poi le donne – partono alla difesa di una carovana attaccata dagli indiani e non fanno più ritorno, lasciando da soli i bambini, che si trovano così a dover prendere il posto dei genitori, con il solo aiuto dello scemo e dell’ubriacone del villaggio, gli unici adulti rimasti. Dopo alcuni giorni all’insegna dell’anarchia infantile (animali dipinti, bolle di sapone gigantesche, case distrutte e una sbornia collettiva), i bambini ascoltano i consigli dello scemo e dell’ubriacone e ripristinano l’ordine costituito assumendo su di sé i ruoli sociali già esistenti (ogni bambino farà il mestiere del proprio genitore), con tanto di guerra agli indiani (anche loro bambini).

Il capovolgimento dei ruoli è – almeno all’inizio – insolito e divertente, ma la costruzione narrativa del film a lungo andare diventa più scontata e noiosa, in quanto il regista ripropone quasi pedissequamente tutti i topoi del genere western, solo che in miniatura, appunto, perché interpretati dai bambini: il cowboy senza macchia e senza paura ma un po’ timido con le donne, alla John Wayne, lo sceriffo burbero, il sindaco corrotto, i grandi proprietari terrieri che si alleano con i banchieri per truffe ai danni della città, la bella aristocratica che finisce per innamorarsi del buon selvaggio, la prostituta del saloon che ama alla follia il cowboy, che non capisce, gli ex schiavi neri che fanno i garzoni e vengono presi di mira dai razzisti e dal nascente Ku Klux Klan… Insomma tutto ciò che già ampiamente conosciamo del mito americano del Far West – cinematografico e storico: solo che, attraverso questi protagonisti bambini, il tono diventa al contempo più melenso e più crudele.

Se il birignao di questi adulti-bambini, a volte veramente insostenibile, dovrebbe essere funzionale a prendere parodisticamente le distanze dai luoghi comuni razzisti di cui sono loro malgrado intrisi, è anche vero che le pillole di saggezza dispensate dagli indiani-bambini di fronte all’evidente spregio della natura mostrato dai cowboys perdono la loro forza, proprio perché sappiamo tutti benissimo come è andata a finire la storia: se anche i bambini avessero preso il posto dei padri non sarebbe cambiato nulla, di generazione in generazione gli esseri umani non capiscono la lezione impartita dalla Madre Terra e dalla Storia. Non ci rimane allora che abbandonarci al disgusto di fronte al tentativo di linciaggio del bambino-garzone nero ed alle moine della bambina-prostituta…

Le intenzioni del regista e la lettura sociale del film sono abbastanza chiare, come lui stesso spiega nelle note di regia: «Dietro l’apparenza di divertissement, il film è un’allegoria del mondo in cui viviamo. Big City rappresenta l’Europa, il fiume che la circonda le frontiere di Schengen e gli indiani sono tutti gli stranieri che bussano alle nostre porte e non possiamo o non vogliamo accogliere». Il film vuole dunque denunciare il razzismo ordinario, ancora più violento e più chiaro, perché espresso dai bambini. La mentalità è difficile da cambiare – dichiara ancora Bensalah: «È per questo che ho scelto arabi ed antillesi (adulti e bambini) nei ruoli degli indiani: il colore della pelle cambia, ma i problemi sono gli stessi».

Nonostante le buone intenzioni, però, in ultima analisi Big City rimane un film irrisolto, in cui Bensalah ha messo come si suol dire troppa carne al fuoco, soprattutto non scegliendo il registro e il punto di vista del film, e quindi anche il pubblico a cui dovrebbe essere rivolto. Come favola western per bambini, non sono affatto sicura che i messaggi sociali arrivino a destinazione ad un pubblico infantile: il “lieto fine” mette a posto le cose e gli indiani non sono che una pausa avventurosa e sentimentale. Mentre come satira sociale per adulti, a leggere fra le righe del film non si può che provare insofferenza e tramutare il sorriso in ghigno amaro, augurandosi un veloce declino di questa cosiddetta “civiltà”: era meglio morire da piccoli…

Maria Coletti

Cast & CreditsBig City (id.)
Regia: Djamel Bensalah; sceneggiatura: Djamel Bensalah; fotografia: Pascal Gennesseaux; montaggio: Jean-François Elie; suono: Guillaume Bouchateau; scenografia: Paul Healy; musiche: Erwann Kermorvant; interpreti: Manon Chevallier, Lorànt Deutsch, Artus de Penguern, Eddy Mitchell, Claire Borotra, Julien Courbey, Vincent Valladon, Olivier Barroux; origine: Francia, 2007; formato: 35 mm, 1:2,35, colore; durata: 100’; produzione: Farid Chaouche, Michael Frislev e Chad Oakes per Miroir Magique!; distribuzione: Videa-CDE, Warner; sito ufficiale: www.bigcity-lefilm.com

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