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Sole e Luna Doc Fest, anno tre

di Renata Orlando

Un ponte tra le culture

Per il terzo anno consecutivo, Santa Maria dello Spasimo di Palermo è diventato il palcoscenico del Sole e Luna Doc Fest, Festival Internazionale di Documentari sul Mediterraneo e sull’Islam. «Mostrare e dimostrare al mondo, attraverso una rassegna documentaristica, cultura, costumi, vita degli stati mediterranei e di quelli islamici, significa ampliare, estendere, specificare una conoscenza, dando profondità ad un’indagine intorno ad una vasta parte di mondo ora al centro dell’attenzione internazionale»: è così che la pensa Rubino Rubini, direttore artistico del Festival, che alla luce della fruttuosa esperienza di scambio e arricchimento culturale concretizzatasi nelle edizioni del 2006 e del 2007, ha inoltre organizzato, in collaborazione con il Ministero degli Esteri, Direzione Generale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente e Cooperazione allo Sviluppo e con il DAMS dell’Università di Palermo, un corso di formazione per un gruppo di studenti libanesi e palermitani.

Questa terza edizione del festival (20-27 luglio 2008), ha visto circa selezionati 20 documentari in concorso, suddivisi in due categorie: Mediterraneo e Islam. Tra i nomi dei registi, spiccano quelli di Paul Sapin che ha presentato An Islamic History of Europe (2004), Nene Grignaffini e Francesco Conversano con Partire, ritornare. In viaggio con Tahar Ben Jelloun (2007), Farida Benlyazid e Abderrahim Mettour con Casanayda! (2007), e ancora Manoël Pénicaud e Khamis Mesbah, autori di Les Chemins de la Baraka (2007).

Paul Sapin (già autore di Leonardo’s Dream Machines, programma andato in onda tra il 2003 e il 2006 per la televisione inglese) mostra il viaggio di Ragah Omaar, viaggio che rivela la sorprendente storia nascosta del passato islamico dell’Europa. Un tempo in cui emiri e califfi dominavano Spagna e Sicilia e l’istruzione islamica dominava nelle maggiori città europee. In questa serie, premiata dalla BBC, il presentatore Ragah Omaar, viaggiando nell’Europa medievale e musulmana, svela la vibrante cultura portata dai musulmani in Occidente. Il suo viaggio rivela il debito nei confronti dell’Islam per il suo contributo vitale al Rinascimento europeo.

E sempre di viaggio si tratta quando ascoltiamo i racconti dello scrittore Tahar Ben Jelloun, nel documentario di Nene Griffagnini e Francesco Conversano (già vincitori del Premio Speciale “Arco Latino” al Concorso Internazionale Documentario Reportage Mediterraneo). A Tangeri un cartellone pubblicitario mostra un aereo sotto cui vi è la scritta “L’Europa a partire da 29 €”, eppure la Spagna s’intravede dalla costa. «Siamo a soli 14 chilometri dalla costa spagnola, poco più di due ore a piedi, che vorrei rappresentassero un legame, non una separazione». È questo il desiderio dello scrittore, che porta alla scoperta della realtà degli emigranti e di quei giovani che guardano all’Europa come quel coin de paradis di cui tanto cantava Josephine Baker, un angolo di paradiso dove realizzare i propri sogni. Jelloun parla di nevrosi della partenza, tutti sono disposti a tutto pur di partire, ma esiste un legame molto forte con il Marocco, tanto che chi riesce a lasciare il paese, conserva la volontà di tornare. Il ragazzo sul palcoscenico, nella sequenza finale, che ritorna dall’estero ingannato dalla terra dei sogni, lo dimostra: «Mi sono sbagliato sul tuo conto, libertà»!

Ma in Marocco c’è chi sta lavorando affinché in futuro i giovani rimangano nel proprio paese: donne coraggiose combattono per dare ai bambini un’istruzione, grazie alla quale, forse, un domani non saranno costretti a lasciare il loro paese e a vivere la rottura e lo sradicamento dei migranti. I giovani marocchini sono i protagonisti di Casanayda! di Farida Benlyazid (la quale dieci anni fa, nel 1988, parlava già di gioventù marocchina nel film Une Porte sur le ciel) e Abderrahim Mettour. La regista spiega che «il film parla di un Marocco diverso, non di fondamentalismi. Parla di un fermento culturale giovane, simpatico, che si prende delle responsabilità e la voglia, da parte di questi giovani, di andare avanti, perché sentono che il Marocco si sta muovendo». Ed è proprio questo il significato del termine marocchino nayda: muoversi per andare avanti, un termine ormai entrato nel vocabolario francese. Questo movimento, unico nel mondo arabo, è stato descritto dalla stampa locale come una sorta di movida marocchina, che ha preso piede dal 2003, dopo l’accusa di satanismo a un gruppo di giovani. Da allora molte cose si stanno muovendo, e questi giovani ne sono consapevoli, sanno che stanno uscendo fuori da uno stato di immobilità, e ciò si avverte, per esempio, dai testi rap dei Fez City Clan, gruppo hip hop marocchino che denuncia la miseria delle periferie marocchine, la disoccupazione, la violenza contro le donne, ma anche l’affermazione di un’identità a cui i giovani non vogliono rinunciare.

E ancora il viaggio, stavolta inteso come pellegrinaggio, torna protagonista nel documentario vincitore del Premio per il Miglior Documentario della Categoria Islam di questa edizione 2008 del Sole e Luna Doc Fest, Les Chemins de la Baraka. Tratto dal libro dello stesso regista Manoël Pénicaud (Dans la peau d’un autre. Pelegrinage insolite au Maroc avec les mages Regraga, Presses De La Renaissance, Paris, 2007), il documentario mostra il daour, ovvero il tour che ogni primavera compiono i Regraga, una delle tre tribù, insieme ai Berber Haha e i Chiadma, che formano la popolazione di Essaouira. I Regraga (uomini puri) provengono dalle montagne Jbel Hadid e, durante il daour, visitano per quaranta giorni i santuari dei loro santi antenati, lungo un itinerario che solo essi conoscono, intriso di baraka, la grazia divina. È l’occasione di scoprire nella sua profondità una realtà sorprendente della fede musulmana, un rito che risalirebbe al passato cristiano del Marocco. Tutt’oggi il pellegrinaggio è atteso con grande ansia dai fedeli che assistono al passaggio della carovana, con la speranza di guarire, di sposarsi o di procreare, grazie alla baraka. Quest’anno Si-Ahmed, il capo dei Regraga è ammalato, ed è al maggiore dei suoi figli che spetta il compito di sostituirlo. Il padre, che conosce il rituale a memoria, accompagna col pensiero il pellegrinaggio del figlio. Il documentario è stato premiato «perché mostra con garbo, poesia e sensibilità antropologica una componente importante del mondo islamico, quella relativa alla spiritualità popolare».

Non è un caso che ogni film venga presentato sottoforma di viaggio, in cui vi è sempre una sorta di Virgilio che accompagna lo spettatore. È ben evidente che in ogni film emerge un grande dinamismo, la volontà di cambiare ma, allo stesso tempo, il desiderio irrefrenabile di mantenere ben salde le proprie radici, senza mai rinnegarle. C’è chi lo fa con la voglia di lasciare la propria terra, nella speranza di un ritorno, c’è qualcuno che, con gli occhi lucidi, accetta la propria posizione, altri sorridono fieri, cantano e altri ancora respirano felicità e appagamento, semplicemente nel ricevere la grazia divina. Tutte facce di una stessa e affascinante medaglia.

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