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Jeonju Digital Project 2008: Return

di Mahamat-Saleh Haroun, Idrissa Ouedraogo e Nacer Khemir

Entrato ormai nel nono anno di vita (ma soltanto alla settima edizione, avendo registrato, fra il 2002 e il 2003, un biennio di franchigia), il Jeonju Digital Project, altrimenti conosciuto come Digital Shorts by Three Filmakers (Digital Sam in Sam Saek), rappresenta una liturgia di natura quasi istituzionale per almeno due festival internazionali: quello sudcoreano di Jeonju, piccolo ma lungimirante evento sudcoreano (dedicato soprattutto al digitale e ai formati leggeri) titolare della primogenitura del progetto, e quello di Locarno, da sempre importatore sul territorio europeo dei prodotti da esso scaturiti. La formula del progetto non è mai cambiata dal 2000 a oggi: tre cineasti in possesso di un certo credito internazionale (quantomeno in ambito festivaliero) sono chiamati a realizzare altrettanti lungometraggi, con il triplice vincolo di lavorare in digitale, rientrare nel budget stanziato dal festival (che ora si aggira intorno ai 50.000 dollari) e attenersi al tema proposto ogni anno dal festival.

Se dal 2000 al 2006 il Jeonju Digital Project ha messo alla prova quasi esclusivamente cineasti dell’Estremo Oriente (con le sole eccezioni dell’anglo-ghanese John Akomfrah nel 2001 e del kazako Darežan Omirbaev nel 2006), ospitando alcune delle eccellenze fra le nuove leve delle cinematografie di quelle latitudini (dal cinese Jia Zhang-ke al thailandese Pen-ek Ratanaruang, dal singaporegno Eric Khoo al giapponese Shinya Tsukamoto, dal taiwanese Tsai Ming-liang al sudcoreano Bong Joon-ho), a partire dallo scorso anno, un po’ per dare respiro a una formula che rischiava seriamente la sclerosi, un po’ perché la “materia prima” a portata di mano cominciava a scarseggiare, il progetto ha cominciato a esplorare, con molta discrezione, gli altri continenti.

Dopo l’annata dedicata all’Europa con Memories, il Jeonju Digital Project 2007, il 2008 apre invece all’Africa, e lo fa operando una scelta di natura completamente opposta rispetto all’anno precedente. Se infatti i tre registi europei interpellati dodici mesi fa – il portoghese Pedro Costa, il ceko-tedesco Harun Farocki, il francese Eugène Green – si inscrivono in un’orbita decisamente marginale, soprattutto rispetto al mercato, i loro successori africani sono a pieno diritto tra gli autori viventi del loro continente più celebri a livello internazionale. Mahamat-Saleh Haroun, Idrissa Ouedraogo e Nacer Khemir rappresentano infatti, a oggi, le personalità registiche più autorevoli del loro continente; ed è anche tale status a determinare uno iato alquanto vistoso rispetto alla relativa consistenza dei loro corto-mediometraggi realizzati per l’occasione: una – probabilmente inconsapevole – “leggerezza” nell’assolvere il compito loro assegnato che si declina, di volta in volta, in un pur pregevole esercizio di stile (Haroun), in un petit jeu farsesco che gioca provocatoriamente con il pauperismo produttivo della serie (Ouedraogo) e in un ripiegamento ombelicale, intimista e autobiografico che denuncia più di una compromissione con modelli di racconto europei (Khemir).

Return è il tema, e dunque il titolo, assegnato al Project 2008, e come è prassi in queste peculiari produzioni made in Jeonju, ai singoli registi è concessa la possibilità di interpretare la scarna “traccia” come meglio credono. In Expectations (nella foto), Haroun ci racconta di un viaggio nel deserto intrapreso da due uomini e una donna verso una meta sconosciuta: non tutti faranno ritorno a casa e nessuno sarà in grado di offrire una spiegazione alla sparizione della donna. Dei tre episodi è sicuramente il più curato sul piano visivo, tuttavia la rarefazione del racconto non sembra suggerire nessuna dimensione interpretativa ulteriore, e il breve film appare come intrappolato da un calligrafismo esangue e vagamente autoreferenziale. In The Birthday, Ouedraogo mette in scena l’atroce vendetta di un uomo tradito ai danni di sua moglie e dell’amante di lei: dapprima si fa credere morto da entrambi, poi li fredda a bruciapelo. Il regista sembra volersi divertire a realizzare una sorta di scherzo tragicomico, intenzionalmente “brutto” sul piano cinematografico: le riprese, come la recitazione, fanno pensare a un corto amatoriale e il racconto ha lo spessore di una barzelletta. Purtroppo, lo scherzo sembra essersi ritorto contro il regista, dal momento che l’ironia dell’operazione non è così immediatamente percepibile. E poi, quel poster di Kini & Adams inquadrato ogni tre secondi su cinque è onestamente troppo… In The Alphabet of My Mother, Khemir narra le vicende di un regista africano trapiantato a Parigi che, contattato da un festival asiatico per realizzare un cortometraggio a tema (sic…), decide di realizzare un montato delle conversazioni con sua madre che egli ha realizzato nel corso degli anni, allo scopo di comporre una sorta di “lessico familiare”. Senonché la donna muore proprio mentre il film è in fase di assemblaggio, e per il regista il lavoro assume un significato completamente diverso. Al di là della chiara matrice autobiografica, Khemir si lascia docilmente intrappolare da una serie di clichés abbastanza evidenti che non attengono abitualmente al suo cinema: scheggia spuria e alquanto avulsa dal resto della filmografia del cineasta tunisino, The Alphabet of My Mother indulge a toni pseudo-esistenzialisti e umbratili che sanno di posticcio, e paiono più una rielaborazione non particolarmente brillante di certi birignao del cinema francese contemporaneo; come se Khemir sentisse il bisogno di travestirsi da un Christophe Honoré qualunque, e non è un complimento. Significativo il fatto che, dei tre episodi, sia l’unico a non essere chiaramente ambientato in Africa.

Presi nel loro complesso, operazione peraltro decisamente problematica date le evidenti distonie che li separano, i tre segmenti non marcano alcuno scarto significativo, e purtroppo neanche alcun riscatto, nella storia del Jeonju Digital Project. Il quale continua a restare (felicemente?) prigioniero della propria formula, disposto a consegnarsi senza nemmeno l’onore delle armi ai capricci dei registi di volta in volta interpellati, rassegnato a non lasciarsi mai prendere troppo sul serio, condannato ad autorappresentarsi come un eccentrico catalogo di piccoli film girati con la mano sinistra. Forse, a voler essere indulgenti, è proprio questo il fascino sinistro della “saga” di Jeonju.

Sergio Di Lino | 61. Festival Internazionale del Film di Locarno

Cast & CreditsDigital Sam in Sam Saek 2008: Return
Regia: Mahamat-Saleh Haroun, Nacer Khemir, Idrissa Ouedraogo; sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun, Nacer Khemir, Idrissa Ouedraogo; fotografia: Mathieu Giombini (Expectations), Séverine Barde, Mohamade Maghraoui, Hazem Berabeh (The Alphabet of My Mother), Daniel Barrau (The Birthday); suono: Julien Brossier (Expectations), Antoine Sauvage, Vincent Villa (The Alphabet of My Mother), Frédéric Kaboré (The Birthday); interpreti: Youssouf Djaoro, Mata Gabin, Assane Kheïro, Khayar Oumar Defallah, Haoua Abakar (Expectations), Manysouk Luangkhot, Thissa da Vila Bensala, Nacer Khemir (The Alphabet of My Mother), Aminata Diallo Glez, Gustave Sorgho, Désiré Yaméogo (The Birthday); origine: Corea del Sud, 2008; formato: Beta Digital PAL, 1:1.65; durata: 71’; produzione: Jeonju International Film Festival; sito ufficiale: eng.jff.or.kr

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