title_magazine

Khamsa

di Karim Dridi

Un j'accuse dalla periferia di Marsiglia

Per il franco-tunisino Karim Dridi, il cinema è ancora una volta una questione di “regolamenti di conti”, di denunce veementi, urla di dolore e grida di allarme, che si susseguono sullo schermo approfittando di quel vacuum di giustizia ed eguaglianza sociale che costituisce la materia prima degli ambiti entro i quali galleggiano le sue storie. Il cinema, specie quando esso assume i connotati del racconto popolare, abitato da sentimenti, istinti e pulsioni esacerbati, è lo strumento per antonomasia per far riverberare il j’accuse di chi si sente in credito di qualche monito all’indirizzo della società. E Dridi sembra interpretare con straordinaria, inconcussa ortodossia questa sorta di “missione”.

Ecco perché Khamsa, suo sesto lungometraggio per il grande schermo, presentato al 61° Festival Internazionale del Film di Locarno in Piazza Grande (a dieci anni dalla presentazione in concorso, sempre in Ticino, della sua opera più celebre e discussa, quell’Hors jeu in cui “obbligava” cinque volti celebri del cinema transalpino a recitare se stessi mentre vengono presi come ostaggi da un attorucolo frustrato e dalla sua partner), trova le sue pecche maggiori proprio nel “luogo” simbolico dove risiedono anche i pregi più evidenti. È infatti innegabile che Dridi possegga una padronanza del mezzo tale da consentirgli persino qualche piccolo abuso; e la disinvoltura con cui ne fa sfoggio ci fa supporre che di cotante capacità il regista sia perfettamente consapevole. Poco male, dal momento che un po’ di sano “esibizionismo” nella messa in scena, laddove pienamente padroneggiato, può persino costituire un arricchimento della stessa. È l’uso che se ne fa a destare qualche perplessità.

In Khamsa ci imbattiamo in Marco, undicenne gitano che fugge dalla famiglia cui era stato dato in affidamento per ricongiungersi ai suoi consanguinei. Solo che questi ultimi sono tutt’altro che felici di riaverlo tra i piedi, fatta eccezione per l’adorata nonna del ragazzo, che però muore pochi giorni dopo il suo ritorno. Ripudiato dalla madre, abbandonato dal padre, a Marco non resta che riallacciare i vecchi legami con la baby-gang di un tempo: assieme a Tony, suo cugino affetto da nanismo e da una deformità congenita al volto, che si guadagna da vivere con i combattimenti fra galli, e a Coyote, l’amico del cuore, selvaggio, sbandato e nichilista, tira a campare compiendo piccoli furti negli appartamenti nei dintorni di Marsiglia. Marco partecipa alle azioni criminali senza troppa convinzione, continuando a sognare un riscatto sociale che però non riesce a definire con precisione; fino a quando, per difendere Coyote da un’aggressione, finirà per macchiarsi di un omicidio che probabilmente sancisce l’epitaffio dei suoi sogni di palingenesi.

L’aspetto antropologico è forse l’elemento più interessante del film, sorta di crasi, chissà quanto involontaria, fra l’elegia gitana (spogliata però di qualsiasi risvolto romantico) di Tony Gatlif e la minuziosa descrizione del milieu della periferia marsigliese (con il “cuore” della città tenuto a debita distanza, lasciato intuire perlopiù attraverso scorci in lontananza) alla maniera di Robert Guédiguian (anche se qui sono lontani i sentori della lotta di classe e l’ambiente portuale tanto caro al regista di Marius et Jeanette). Ed è proprio negli squarci che il regista apre su queste periferie, non solo geografiche ma anche sociali e culturali, che Khamsa trova i suoi momenti di più autentica verità: il ritorno di Marco al campo nomadi dei suoi genitori, l’incontro con la nonna, la cacciata da parte della madre; e ancora, le parentesi più distese in compagnia della sua crew, il combattimento fra galli che manda in malora i sogni di gloria di Tony, e soprattutto l’epilogo da tragedia elisabettiana consumato in una sorta di arena all’aperto arroventata dal sole. Il resto, però, è perlopiù cattiva letteratura d’appendice: Marco sembra la parodia di un personaggio dickensiano, i suoi pards sono tratteggiati con toni tendenti al grottesco, le sue velleità di riscatto sociale appaiono dal nulla e nel nulla si dissolvono, come se la loro presenza nell’impianto drammaturgico fosse puramente incidentale. Alla fine rimane l’impressione di un film incredibilmente amorfo, né pienamente coming of age né tragedia fino in fondo. Il monito lanciato da Dridi circa l’immanenza di un destino già scritto per i “dannati della Terra”, i reietti e gli emarginati giunge chiaro e forte (sin troppo…), ma somiglia più a un’arringa che a un film.

Sergio Di Lino | 61. Festival Internazionale del Film di Locarno

Cast & CreditsKhamsa
Regia: Karim Dridi; sceneggiatura: Karim Dridi; fotografia: Antoine Monod; suono: Michel Brethez, Jean Gargonne; montaggio: Lise Beaulieu; scenografia: Jean-Philippe Moreaux; costumi: Marine Chauveau; interpreti: Marc Cortes, Raymond Adam, Tony Fourmann, Mehdi Laribi, Simon Abkarian, Magali Contreras; origine: Francia, 2008; formato: 35 mm, 1.85, Dolby Srd; durata: 110’; produzione: Mirak Film; distribuzione: Rezo Films; sito ufficiale: www.khamsa-lefilm.com

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 12 gennaio 2018

Viaggio in Italia con il cinema tunisino

A 50 anni dal primo passaggio di Roberto Rossellini in Tunisia per le riprese de Gli atti degli (...)

martedì 2 gennaio 2018

Terminate in Marocco le riprese di Sofia

Sono terminate a dicembre le riprese di Sofia, primo lungometraggio della cineasta (...)

lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha