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Hery A. Rasolo: un addio

di Maria Coletti

Abbiamo saputo solo oggi, grazie ad un amico, della morte di Hery A. Rasolo, regista del Madagascar, uomo semplice e generoso, cordiale e comunicativo, che amava i viaggi ma anche il suo paese natale, la sua isola, che non avrebbe smesso di raccontare nei suoi film se la morte non avesse troppo presto interrotto la sua vita e il suo sguardo.
Hery A. Rasolo si è spento domenica 21 settembre, ad Antananarivo, in seguito ad una malattia cardiaca, mentre la cerimonia di sepoltura si è svolta lo scorso 24 settembre, sempre ad Antananarivo, nel cimitero di Anjanahary.

Hery A. Rasolo non era molto conosciuto dal pubblico, ma i molti critici e appassionati di cinema africano lo avranno sicuramente incontrato in qualche festival: documentarista appassionato e di talento, nei suoi unici due film si è dedicato alla diffusione della storia e della cultura del Madagascar, per coglierne con sguardo vivo e ironico, ma anche indignato e partecipe, i riti e le tradizioni millenarie oppure i problemi più attuali ed urgenti. Nato in Madagascar, Rasolo era economista-informatico di formazione e autodidatta in materia di cinema, ma si è convertito all’arte e alla produzione cinematografica subito dopo essere rientrato nel suo paese, dopo aver vissuto quindici anni in Francia.

Il suo primo documentario, Tankafatra-Madagascar authentique (2005), dedicato ad una festa tradizionale malgascia, Rasolo lo aveva presentato proprio a Roma nel 2006, ospite di Panafricana, dove ha tra l’altro ricevuto il Premio “Testimoni di Pace”, attribuito dal Centro Islamico Culturale d’Italia «per il suo messaggio di armonia religiosa ed etnica e di convivenza simbiotica tra tutti gli esseri viventi, specchio della società malgascia, in cui la diversità è ricchezza e pace». E tutti i presenti a quell’edizione del festival, ricorderanno sicuramente, come noi, con estrema dolcezza e simpatia l’immagine di quest’uomo gioviale, sempre sorridente e pronto a capire ed a farsi capire, sempre disponibile ed elastico, anche di fronte ai mille ostacoli di un piccolo festival.

Nel 2005, Tankafatra era stato presentato al Festival del Documentario de La Rochelle e al Festival Internazionale di Amiens. Dopo l’anteprima italiana di Panafricana, Tankafatra ha partecipato a vari altri festival, tra cui il canadese Vues d’Afrique e la terza edizione dell’International Video Journalisme Award di Berlino. Poi, nel 2007, Rasolo ha terminato il suo secondo documentario, Raketa mena (Cactous rouge), che ha presentato al festival Ciné Sud in Francia e che avrebbe dovuto presentare anche il prossimo 7 ottobre a La Réunion, nella sezione documentaria del Festival International du Film d’Afrique et des îsles. Purtroppo, lui non ci sarà più a presentare Raketa mena, ma la proiezione del film avrà comunque luogo, trasformata in una serata in suo ricordo.

In Raketa mena, l’intraprendente regista malgascio ha saputo cogliere – in piena campagna elettorale del 2006 – la rabbia e la disperazione dei contadini della regione dell’Androy, al Sud del Madagascar, tormentati dalla siccità e per questo ridotti a mangiare, appunto, il Raketa mena, il "cactus rosso" (nome scientifico: Opuntia stricta).
Con Tankafatra, Rasolo ha realizzato una sorta di documentario soggettivo sulla “Famadihana” o festa del ritorno dei morti, uno dei riti della religione tradizionale malgascia celebrato nella regione di Imerina, sugli altipiani. Costruito secondo i principi e le strutture dell’oralità, il film ci concede uno sguardo antropologico eccezionale e pieno di tenerezza su un universo e un insieme di pratiche e simboli appartenenti alla più antica cultura contadina africana.

Tankafatra è il nome del villaggio in cui si svolge il documentario, nome che significa, più o meno, “la città nella quale è stato lasciato un messaggio”. Ed è utile ricordare che il film si apre con la voce fuori campo – che ritornerà lungo tutto il documentario – di un oratore che si indirizza direttamente allo spettatore, a tutti noi che siamo “al di là del mare”: questa voce soggettiva, e mista di poesia e di ironia, è la voce di uno degli avi ormai sepolti, che attendono il cambio rituale del sudario che custodisce le loro ossa. Per rinnovarsi, per parlarci ancora… Ecco, Rasolo ce lo immaginiamo ora così, sintetizzato nel messaggio che ci ha lasciato con i suoi due documentari, evocato come una voce degli antenati che ci restituisce il senso della vita e il legame tra tutti gli esseri viventi. Per chi vorrà, la sua voce continuerà ancora a parlare…

Nella foto, Hery A. Rasolo e la coproduttrice Monique Razafinimanana a Roma, ospiti di Panafricana 2006
© Amine Messadi

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