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Il miracolo secondo James

di Leonardo De Franceschi

Quattro passi nel romanzo di McBride

James McBride è un afroamericano dalla pelle chiara, paffuto e baffuto, che al primo impatto risulta immediatamente simpatico. Lo diventa ancora di più a conoscere un po’ la sua storia personale, di ottavo figlio su dodici in una famiglia composta da un pastore afroamericano e da una casalinga ebrea di origini polacche, che ha passato l’infanzia in una casa popolare di Brooklyn e per qualche tempo sembra sia stato indeciso fra la passione per il jazz, che lo ha portato a diplomarsi all’Oberlin College, e quella per il giornalismo che, dopo un master alla Columbia, lo ha fatto collaborare con tante delle testate dell’East Coast che contano, dal Washington Post al New York Times. Mi viene voglia di saperne di più, quasi quasi mi unisco ai due milioni che lo hanno già fatto, e mi leggo il suo primo, fortunato, romanzo autobiografico, The Color of Water (Penguin Books, 1996). Anche se il suo secondo romanzo, Miracle at St. Anna, pubblicato nel 2002 e tradotto nello stesso anno da Rizzoli, mi ha suscitato diverse perplessità.

L’ho comprato il primo giorno in cui è stato rimesso in commercio, nell’edizione BURextra col bollino bianco appiccicato alla copertina che annunciava il film di Spike Lee, dopo mesi che mi ero arreso all’evidenza che la prima edizione era introvabile. Nonostante fosse stato pubblicato da un editore importante, ai tempi non credo che il romanzo avesse suscitato una grande eco, né tanto meno scandali indotti da una presunta patente revisionistica. Singolare destino per un romanzo che, invece, vale la pena andarsi a leggere almeno ora, almeno per chi abbia visto, amato o detestato, il film di Spike. Almeno per apprezzare il lavoro di trasposizione che, sotto le indicazioni di Lee, lo stesso McBride ha realizzato nello script, preziosamente accluso in versione italiana al volume Miracolo a Sant’Anna. Il film (Rizzoli, 2008). Anche perché molte delle obiezioni più scottanti che potrebbero essere sollevate contro il film, investono, e a maggior ragione, il romanzo, da cui vengono mutuate le ambientazioni, la definizione dei caratteri, larga parte dell’intreccio, senza che però Lee rinunci a fare sua questa storia. Mediante una retorica e una sintassi registiche raffinate, ma anche attraverso un’attenta ricalibratura del registro discorsivo, ottenuta con la soppressione di interi blocchi di narrazione, l’introduzione di nuovi capitoli, la costruzione di frasi musicali che legano tra loro le sottotrame del plot.

Diviso in ventuno capitoli, preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo, il romanzo di McBride tesse i destini di quattro militari della 92a divisione dei “Buffalo Soldiers”, la prima unità formata interamente da afroamericani, inviata a combattere in Europa nella Seconda Guerra Mondiale: il gigantesco e infantile Sam Train, il tormentato e leale Aubrey Stamps, il carismatico e furbesco Bishop Cummings, l’ombroso e introverso Hector Negron. La dilatazione consentita alla pagina scritta permette al romanziere di dare un maggior spessore e dinamicità ai suoi quattro eroi, aprendo squarci di colore storico che danno modo al lettore di meglio collocarli nello scacchiere della comunità afroamericana dell’epoca, ancora divisa fra neri del nord, più o meno acculturati o fiduciosi in un futuro di integrazione (Stamps), neri del sud, ancorati a un passato di tradizioni e superstizioni (Sam) o cinicamente pronti ad approfittare dell’ignoranza dei simili (Bishop), e neri per assimilazione (Hector), appartenenti a gruppi sociali – come i portoricani – affini e contigui alla comunità Black American. McBride offre maggiore spazio anche ad alcune figure di contorno come lo schivo Ludovico e la caparbia Ettora (Natalina nel film), protagonisti di una substoria sacrificata da Lee, che però dà maggiore respiro al racconto, restituendo una dignità e voce articolata al fronte tedesco (totalmente assente nel romanzo, se si esclude il disertore catturato), e inserendo altre presenze di un qualche rilievo, come il detective Tony Ricci, il playboy Enrico, l’avvocata Zana Wilder.

E la resistenza? La strage di Sant’Anna di Stazzema? Nel romanzo, McBride dedica al personaggio di Peppi, la Farfalla Nera, e alle sue gesta, compiute col traditore Rodolfo e altri compagni i capitoli 9, 10 e 18. Trentotto pagine in cui McBride descrive la situazione militare e il clima di terrore instaurato dai tedeschi nella zona, come cornice che spiega e introduce la fuga sulle montagne dell’«umile, tranquillo e gracile studente di poesia», fino a raccontare l’evento all’origine dell’alone leggendario di Peppi, l’uccisione ed esposizione nella piazza del paese di Bertacchi di un comandante tedesco, il corpo orredamente mutilato, azione compiuta per vendicare l’analoga sorte subita da una partigiana. I rapporti con Rodolfo, come poi sarà nel film, sono segnati dall’ombra dell’omicidio in un’azione militare di Marco, il fratello fascista di Rodolfo, da parte di Peppi. Ma se il personaggio della Farfalla Nera, sia pur marcato da un alone sinistro di ferocia, già possiede le ombrose inquietudini che Pierfrancesco Favino fa sue sul grande schermo, è nella descrizione del traditore Rodolfo, che McBride forza la mano, rispolverando un odioso determinismo lombrosiano (il dettaglio delle orecchie prominenti), e arricchendo la sua ipotesi di ricostruzione della strage con un particolare soppresso da Lee.

Nel romanzo, infatti, non solo non si fa menzione della direttiva Kesselring, ma McBride lascia intendere che la strage sia la risultante di una serie di circostanze concomitanti: l’uccisione da parte del gruppo di Peppi di due militari tedeschi e il conseguente aumento esponenziale della taglia messa sulla sua testa spingono Rodolfo, per vecchi rancori personali e brama di denaro, a tradire l’amico d’infanzia, escogitando un piano che avrebbe dovuto spingerlo nelle mani dei tedeschi, concentratisi per la rappresaglia a Sant’Anna di Stazzema, se Peppi non fosse stato all’ultimo minuto avvertito del pericolo da una compagna. La libertà poetica di McBride arriva ad immaginare un doppio cartello affisso sulla porta della chiesa prima dell’eccidio, il primo dai tedeschi per intimare gli abitanti del paese ad andarsene, il secondo da ignoti – ma la mano, si suggerisce, è quella di Rodolfo – per esortarli a rimanere, promettendo che i partigiani li avrebbero difesi.

Ma a disturbare, nel romanzo di McBride, oltre a quest’involuta riconfigurazione funzionale di un evento, sulle cui esatte circostanze si è sedimentata una memoria condivisa e un tribunale ha pronunciato i suoi verdetti, è il registro generale della narrazione – costruita su uno studiato montaggio di blocchi diegetici che di volta in volta trainano, rallentano o congelano l’azione, dando luogo a lunghi incisi analettici. Un registro improntato a una sorta di realismo magico – cui troppo spesso indulgono autori statunitensi quando ambientano i loro plot nel vecchio continente – che trasfigura attori e circostanze storiche in un teatro metatemporale. Sul proscenio si gioca la relazione duale fra il gigante di cioccolata Sam Train, soldato semplice appartenente alla 92a divisione dei “Buffalo Soldiers”, e il suo gracile Angelo dall’amico immaginario, unico scampato al barbaro massacro di 560 civili. Nel romanzo di McBride, i miracoli, di volta in volta configurabili come coincidenze o come eventi razionalmente inspiegabili, costellano il racconto, improntandolo a un fastidioso determinismo di matrice religiosa che tutto lega e spiega, l’avvio da thriller metropolitano, l’excursus fantamedievale (dedicato al presunto scultore francese della statua) e l’epilogo da serial fantasy con tanto di agnizione.

McBride racconta nei ringraziamenti al romanzo di come la curiosità per la storia dei militari della 92a sia nata a seguito dei racconti che lo zio veterano faceva in famiglia quando lui era bambino, magari a suo tempo ascoltati con distrazione ma riemersi a distanza di molti anni. L’introduzione di una cornice di questo tipo, con un testimone-narratore interno, forse avrebbe dato al racconto una chiave da tradizione orale più congrua al registro da realismo magico. Il suo omaggio al sangue versato dai militari afroamericani nella valle del Serchio per sfondare la famigerata Linea Gotica è messo in valore dalla ricchezza e profondità della documentazione acquisita nel corso della stesura del romanzo. Ma sull’opportunità di suggerire un minuzioso e intimistico scenario di ricostruzione funzionale per un evento storicamente documentato come la strage di Sant’Anna di Stazzema, per di più all’interno di un romanzo in cui il registro si solleva insistentemente verso dimensioni fantastiche, a conti fatti, si possono suscitare dubbi legittimi. Indipendentemente dal fatto che questo diverso scenario possa essere invocato da lettori in malafede e animati da spirito revisionistico, per riaprire la vexata e sanguinante questione sui misfatti dei partigiani.

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