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La classe

di Laurent Cantet

La scuola tra tradizione e sperimentazione

Dal 10 ottobre arriva in sala La classe (Entre les murs, 2008), Palma d’Oro a Cannes, firmata Laurent Cantet (Risorse umane, A tempo pieno, Verso il sud). Distribuisce Mikado, in 70 copie. Il ritorno della Palma D’Oro, il massimo riconoscimento mondiale al cinema d’autore, nelle mani di un regista francese dopo ben 21 anni costituisce un evento importante nella storia del Festival di Cannes. Tanto più se a vincere è un film che si distingue per il suo spessore morale, nel rispetto della recente tradizione della croisette da Fahrenheit 9/11 al vincitore della passata edizione 4 luni, 3 saptamani si 2 zile (4 mesi, tre settimane e due giorni, 2007).

La classe affronta senza remore il tema della scuola in un’epoca di travagliata integrazione interculturale, tema cruciale nella Francia contemporanea. Ciononostante vedremo quanto in realtà lo spessore teorico di La classe sia tutt’altro che trascurabile. Ad iniziare semplicemente dal titolo, che riferendosi alla scelta di mantenere intatta l’unità di luogo, fino al parossismo dell’ “unità di classe”, avvicina il progetto di Cantet a una forma a metà strada fra il film d’autore e una declinazione meta-riflessiva del Reality Show, intrisa di valori positivi e di materiale pedagogico di altissima qualità, in cui la scrittura cinematografica si propone come canone estetico di una nuova concezione del rapporto tra realtà e immagine filmica.

Un corto circuito fecondo, la cui analisi è da demandare ad ambiti di riflessione prettamente teorici, che assai probabilmente ha motivato il riconoscimento conferito: il massimo del risultato con un’idea semplice e un lavoro analitico forte sulla drammaturgia. La sceneggiatura è basata sull’omonimo romanzo del professor Bégaudeau, nel quale egli racconta la sua esperienza di docente presso il “François Dolto” del XXème arrondissement di Parigi. Peraltro, il professor Bégaudeau, anche co-sceneggiatore del film, interpreta se stesso con ottimi risultati e con altrettanta efficacia gli allievi interpretano loro stessi, in una rara e preziosa produzione-atelier da cui prende vita il “numero zero” di un’ipotetica serie TV, la cui realizzazione è stata preceduta, secondo le parole di Cantet e Bégaudeau, da una serie di improvisation workshops in cui il regista, il professore e i ragazzi hanno messo a punto i personaggi.

Dallo stesso Cantet apprendiamo che gli studenti della classe studiano tutti alla Dolto, ma solo per il film hanno costituito un gruppo classe. I genitori che appaiono nel film sono i genitori veri. Il Professor Marin è un insegnante diverso dagli altri. Giovane, come gran parte dei suoi colleghi, il suo rapporto con i ragazzi si basa sull’interazione docente/studenti. Le sue lezioni mettono in primo piano i ragazzi, e fanno del suo corso di francese non un luogo in cui cercare di “insegnare qualcosa”, bensì una sorta di seduta collettiva in cui si parte da Anna Frank per arrivare a un dibattito continuo in cui ognuno esprime liberamente sé stesso. La classe di Marin che Cantet segue per tutto l’anno è una classe piena di alunni vivaci, nella quale convivono culture diverse e diversi temperamenti. La diversità etnica, in effetti, non è l’unico parametro necessario al conclamarsi di un contesto interculturale: è sufficiente che ci siano caratteri in contrasto fra loro, indipendentemente dalla razza, per rendere necessario un intervento di integrazione. Ma la condivisione di tanta intimità con gli studenti implica Marin nelle dinamiche dei ragazzi fino a compromettere il suo ruolo di docente e, durante una lezione particolarmente difficile ed intensa, egli perde il controllo e la sua condotta diventa causa indiretta del ferimento di una studentessa, Khoumba.

Il film esce dalla sua dimensione da “Setta dei Poeti Estinti” – Bégaudeau che cita a sua volta il cult L’attimo fuggente – e mette in risalto il personaggio di Marin, il rischio del suo mestiere di insegnante e “formatore”, l’avventatezza e l’onestà dei suoi gesti. La commissione disciplinare farà ricadere il peso dell’incidente su chi ha causato il ferimento della giovane, Suleymane, uno studente particolarmente indisciplinato, a detta dei docenti, che sarà espulso. Nelle ultime scene, l’anno scolastico si conclude senza altri inconvenienti. Il film per gran parte consta di lunghe scene ambientate in classe durante le quali i ragazzi danno vita ai discorsi più disparati, lasciati liberi di esprimersi dalla metodologia didattica di Marin/Bégaudeau. E nel corso del film le loro personalità, così diverse, emergono progressivamente, con grande efficacia e con eleganza narrativa. Anche la costruzione dei personaggi è resa naturale dall’impianto della messa in scena, che dà come risultato scene e caratteri ricchi di intensità emotiva. Personaggi e regia contribuiscono a costruire un’opera priva di morale prescrittiva, che non emette un giudizio ma, così passivamente, innesca l’entusiasmo e l’opinione del pubblico.

La stessa tensione che vedo nei film che amo – citiamo liberamente il professor Bégaudeau - l’avrei voluta vedere messa in scena, minacciosa e pronta ad esplodere, nella scuola che frequento e conosco come meccanismo di disuguaglianza e discriminazione. Una valenza didattica a doppio taglio, diegetica per gli allievi di Marin/Bégaudeau e meta-cognitiva per noi pubblico. Il ruolo dell’improvvisazione nella costruzione dei personaggi è primario. Non è facile valutare “a occhio nudo” la bravura degli interpreti – che con un pizzico di ingenuità definiamo straordinari – o la complessità dello script: ed è proprio questo che rende l’analisi critica del film di Cantet inscindibile da un’analisi teorica sul rapporto tra realtà e finzione in relazione alla dicotomia documentario/film di finzione, che qui è sottoposta a un travagliato innesto dialettico. La rivoluzione formale di Cantet passa attraverso un rinnovo radicale delle modalità di lavoro con gli attori.

Alle indubbie qualità morali e alla grande cura per le tematiche trattate si affianca, dunque, un lavoro sulla forma, tirata da un lato dal carattere mimetico della regia e dall’altro dal carattere essenzialmente finzionale dell’opera, dalla regia costruita su 3 macchine da presa pronte a cogliere ogni minimalismo recitativo della prorompente vena dei ragazzi, alle scelte di découpage, non lontane dallo stile, ad esempio, di Kechiche, benché quest’ultimo sembri più concentrato di Cantet sulla bellezza di un ritmo fine a sé stesso. Tutte prerogative che danno paradossalmente adito alla presenza, tanto più forte quanto più è netto il mimetismo della regia, alla presenza di un’imponente istanza autoriale. Non è facile com-prendere, nel senso di “prendere-tutte-insieme” queste caratteristiche così contraddittorie, eppure è proprio questa la grande forza di questo film, che procede così, in questa forma in perenne (dis)equilibrio, tra un’ombra di Reality Show, marca stilistica forte della strenua unità di luogo e del carattere improvvisato dei dialoghi e della sceneggiatura, e il documentario, una “sensazione” che emerge, e in alcune scene con particolare evidenza, quando l’ostinata volontà pedinatoria della macchina sembra contenere a fatica l’integrità della quarta parete, dietro la quale, nel suo disegno perfetto, si nasconde Cantet, che decide di non decidere nulla, di lasciar fare la realtà, di creare un qualcosa che elimina dalla diegesi l’istanza autoriale come fosse un film di finzione e ve la reintroduce in qualità di presenza/assenza che preme dai bordi dell’inquadratura come si trattasse, invece, di un documentario.

Abbiamo tentato di sostenere l’ingiudicabilità degli aspetti stilistici di La classe attraverso una blanda e improvvisata analisi teorica; cercheremo di chiarire i passi più oscuri dell’analisi condotta chiudendo con una citazione da Jacques Rancière, uno dei teorici contemporanei che maggiormente hanno riflettuto su queste tematiche, fiduciosi che ben più di quest’analisi potrà aiutarvi a comprendere l’idea di forma cinematografica sottintesa a La classe. Affidiamo, in poche parole, a una suggestione di lusso il compito non sostenibile da una dissertazione improvvisata.

È noto che Flaubert sognava un’opera senza soggetto né materia, fondata esclusivamente sullo stile dello scrittore. Ma tale stile sovrano, espressione pura della volontà dell’arte, non poteva realizzarsi che nel suo contrario: un’opera libera da ogni traccia d’intervento dello scrittore, un’opera che avesse l’indifferenza dei granelli di polvere turbinanti, la passività delle cose prive di volontà e di significato. Un tale rilucere dell’insignificante poteva realizzarsi solo nell’infimo scarto scavato in seno alla logica rappresentativa: delle storie d’individui che inseguono dei fini che s’incrociano e si contrastano, dei fini tra l’altro estremamente ordinari: sedurre una donna, acquisire una posizione sociale, fare soldi… Il lavoro dello stile consisteva allora nell’influenzare con lo sguardo delle cose prive di ragione la narrazione delle azioni ordinarie. E tale lavoro poteva raggiungere il proprio scopo solo a condizione di divenire anch’esso passivo, invisibile, annullando in prospettiva ciò che lo differenzia dalla prosa ordinaria del mondo.

Simone Moraldi

Cast & Credits La classe (Entre les murs)
Regia: Laurent Cantet; sceneggiatura: Laurent Cantet, François Bégaudeau, Robin Campillo; fotografia: Pierre Milon, Catherine Pujol, Georgi Lazarevski;montaggio: Robin Campillo, Stéphanie Léger; scenografia: Sabine Barthélémy, Hélène Bellanger ; costumi: Marie Le Garrec ; interpreti: François Bégaudeau; origine: Francia, 2008; formato: DTS dolby digital; durata: 128’; produzione: Haut et Court; distribuzione: Mikado; scheda del film: www.mikado.it

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